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venerdì 18 agosto 2017

L’EDITORIALE Ora chi glielo dice a Galli della Loggia?

"il Dubbio" di venerdì 18 agosto 2017
Se l’impressione che ha l’opinione pubblica è quella di vivere in una società dove la violenza è in aumento, e invece il dato vero dice che la violenza e il crimine stanno subendo un vero e proprio crollo, dov’é l’inganno? E poi: chi produce questo inganno? E infine: quali sono gli interessi che si nascondono dietro questo inganno?
Ecco, prima guardiamo le cifre ( che nel dettaglio trovate nell’articolo qui accanto e a pagina 5) e poi proviamo a ragionare. Martedì il ministro dell’Interno ha fornito le statistiche sulla criminalità in Italia. Sono impressionanti. Giunti un po’ oltre la metà di un anno nel quale partiti politici, giornali e – soprattutto – talk showtelevisivi hanno parlato ogni giorno di violenza in aumento, di insicurezza dilagante, di crescita clamorosa della delinquenza e di riduzione esponenziale delle punizioni e del carcere (…) E ora chi glielo dice al professor Galli della Loggia?
(…) noi ci troviamo di fronte questa realtà: il numero dei detenuti è aumentato, tutto il resto è diminuito. I reati, nonostante la crisi economica ( generalmente, ci spiegano i sociologi, in corrispondenza con le congiunture economiche negative aumenta il tasso di criminalità) sono in ripida discesa: nell’ultimo anno, circa del 12 per cento. E cioè sono scesi da un milione e 463 mila nei primi sette mesi del 2016 a 1 milione e 286 mila nei primi sette mesi del 2017. ( Un dato statisticamente enorme, un vero e proprio record). E tuttavia ci sono cifre ancor più sorprendenti. Quelle relative agli omicidi, innanzitutto. Sono scesi da 245 a 208. Una riduzione del 15 per cento. Se volete un raffronto con qualche anno fa, possiamo dirvi che nel 2007 ( sempre primi sette mesi) gli omicidi volontari furono 397, e nel 1991 furono 1.108. Lasciamo stare, magari, gli anni novanta, quando si uccideva, in Italia, senza pensarci su. Ma anche con il 2007 il paragone è davvero confortante: omicidi volontari quasi dimezzati. E visto che abbiamo parlato degli anni novanta, che furono anni di mafia, vediamo cosa succede in quel campo. In un anno, dicono le statistiche, gli omicidi di mafia si sono addirittura ridotti del 40 per cento. Infine, al contrario di quello che spesso si dice, sono diminuiti anche i furti e le rapine, seppure in misura minore. I furti da 783 mila a 702 mila ( circa l’ 11 per cento in meno) e le rapine da 19 mila a 16 mila ( circa il 15 per cento).
Ora noi ci aspetteremmo che questa mattina tutti i giornali ( a partire dai quattro quotidiani “dell’Avemaria”, e cioè Il Giornale, Libero, Il Fatto e la Verità) aprano la loro prima, a tutta pagina, con un titolo che dice: “Ci eravamo sbagliati, la criminalità è in ritirata”. O qualcosa del genere. Però non accadrà. Questi quattro giornali, e al loro seguito, nei prossimi giorni, anche gli altri giornali, compresi i grandi giornali ( e le Tv, il web e tutto il resto), continueranno a scrivere e a dire che ormai la criminalità controlla il territorio e lo Stato si è arreso. Come ha scritto, non più di una cinquantina di giorni fa, il professor Galli della Loggia in un serissimo editoriale del Corriere della Sera. Ora chi glielo dice al professor Galli della Loggia, che facendo lo storico è costretto a registrare questi dati ( sennò che storia racconta?), chi glielo dice che la criminalità sta perdendo molti colpi? Altro che controllo del territorio!
E allora torniamo alle due domande. Perché esiste questa frattura, vistosissima, tra realtà e senso comune? E chi lavora per tenere aperta questa frattura?
La frattura esiste perché tutto il sistema dell’informazione è impegnato nel fornire un quadro sbagliato all’opinione pubblica. E nell’alimentare la spirale tra opinione pubblica che insegue l’informazione e viceversa, esaltandosi a vicenda e immaginando una società in crescente pericolo e bisognosa soprattutto di sicurezza.
Prima di morire, Marco Pannella iniziò l’ultima delle sue battaglie visionarie. Quella per il “diritto alla conoscenza”. Sembrava una cosa astrusa, eccentrica, come spesso appaiono, a prima vista, le campa- gne di Pannella. Invece affrontava esattamente questo tema: non le fake news, che sono occasionali e possono essere facilmente smentite. Ma la rappresentazione organica e insistente della realtà in modo diverso o addirittura del tutto opposto a come la realtà è. È in questo modo che, sistematicamente, si viola il diritto alla conoscenza e si limitano in modo drastico le possibilità di libero sviluppo della democrazia. Gli organi di informazione, in larghissima parte, sono responsabili di questa violazione di diritti. E lo sono, generalmente, in legame stretto con una parte consistente della politica.
Perché questo avviene? Io credo che avvenga per due ragioni. Da una parte c’è la forza del populismo, che è un movimento politico forte, generalmente privo di ideologie e anche di idee, che trova la sua forza nell’alimentare l’ira popolare su temi facili e che non chiedono grande cultura e grandi strumenti politici. Come appunto i temi della sicurezza e della ricerca del linciaggio. Dall’altra c’è la debolezza dei liberali, che non trovano la forza di contrastare il populismo e preferiscono assecondarlo. E nell’esercito dei liberali metto gran parte dell’intellettualità, che evidentemente ha rinunciato consapevolmente al proprio ruolo di “sapienza”. Accettando la divisione netta tra realtà vera e realtà raccontata.


In questa divisione c’è la morte della politica. Perché non è possibile nessuna politica seria se si confonde realtà e demagogia.

mercoledì 16 agosto 2017

Panebianco: «Che paura questa Italia antiparlamentarista anticasta e giustizialista…»

Il professor Angelo Panebianco analizza la sfiducia nella classe dirigente considerata corrotta e incapace, anche grazie ad un montante giustizialismo

Panebianco
Populismo, antiparlamentarismo, sfiducia nella classe dirigente considerata corrotta e incapace, anche grazie ad un montante giustizialismo. Questi gli ingredienti di un cocktail micidiale che mette a rischio la governabilità e la tenuta stessa delle Istituzioni, specie se uniti a una fase di particolare debolezza della classe politica.

Il professor Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, ha affrontato diffusamente la difficile situazione che sta vivendo il nostro Paese in un suo recente articolo intitolato “La politica non sa reagire all’antiparlamentarismo”.

Nel quadro tracciato parla di un antiparlamentarismo forte come ai tempi della marcia su Roma. Vede altre analogie tra la fase che viviamo adesso e quel periodo?

In Italia ci sono state varie fasi simili a quella che viviamo e non tutte si sono chiuse in modo drammatico come fu per la crisi finita con la marcia su Roma. In altri casi le crisi si sono riassorbite in maniera diversa e non necessariamente gli esiti devono essere drammatici. Non vedo poi altre analogie tra quel periodo e questo. L’Italia di allora era molto diversa da quella di oggi, era una società agricola e non industriale. Ma l’antiparlamentarismo periodicamente si ripresenta e gli esiti finali dipendono dalle risposte delle elites politiche e da fattori incontrollabili. Certo la crisi economica oggi è forte e potrebbe avere un impatto come lo ebbe la depressione tra le due guerre.

All’antiparlamentarismo montante fa sponda la debole capacità di decisione della politica. Si riferisce agli ultimi governi o a una condizione generale?

Mi riferisco a un sistema che abbiamo scelto per un insieme di ragioni, prima delle quali per il complesso del tiranno, e che produce governi relativamente deboli. I sistemi parlamentari non sono tutti uguali. In quello tedesco, che è un cancelleriato, il primo ministro ha una forza e un rilievo istituzionale notevole, così come succede anche in Spagna. Poi ci sono alcuni parlamentarismi con governi deboli. Ne è un esempio anche la quarta Repubblica francese finita con la presa del potere da parte di De Gaulle.

E in Italia?

Guardi, dalla Commissione Bozzi fino al referendum dello scorso dicembre ci sono stati diversi tentativi di rafforzare i poteri decisionali dei governi ma senza successo. Il tipo di assetto istituzionale che abbiamo periodicamente produce correnti di ostilità, rancori diffusi e delle impazienze che rischiano di toccare la democrazia. E poi avviene che qualcuno scambi problemi legati al funzionamento delle Istituzioni come problemi della democrazia.

Lei sostiene che il popolo diventa anti casta anche perché la percepisce corrotta e concentrata solo sui propri interessi. E’ solo una sensazione distorta e condizionata dal “circo mediatico- giudiziario”?

Percepisce una corruzione latente. Ogni settimana, se non ogni giorno, viene detto che c’è corruzione e questo succede da trent’anni. Impossibile che questa circostanza non abbia effetti sull’orientamento di un’area molto grande della popolazione che comincia a dire le classiche cose pericolose per la democrazia: tutti ladri e così via. Si assume un atteggiamento di rifiuto indifferenziato che spiega l’antiparlamentarismo che monta. A questo va aggiunto che abbiamo una classe politica troppo debole per bloccare certe forme di malcostume che esistono davvero, ovviamente, e debole anche per bloccare il circo costruito intorno a questo. La politica è molto debole anche perché è l’unica parte della società pubblica che sta sotto i riflettori. Ad esempio ci sono molte inefficienze della burocrazia che, però, non sta sotto i riflettori e tutto viene scaricato sulla classe politica”.

Il “circo mediatico- giudiziario” mantiene una grande influenza nonostante poi le sentenze spesso smontino le inchieste…

Il circo mediatico giudiziario dai tempi di “Mani Pulite” non è mai stato contrastato. Basti pensare a quanto successo con le intercettazioni. Bisognerebbe tornare a spiegare che le sentenze sono una cosa e le inchieste sono un’altra in un Paese dove vige la presunzione di non colpevolezza. L’aspetto più drammatico è che nella consapevolezza dell’opinione pubblica è stato travolto il principio di non colpevolezza fino a sentenza passato in giudicato. L’indagato viene percepito come colpevole a prescindere. Poi dopo molti anni arrivano le sentenze e ridimensionano tutto.

La scuola e l’educazione secondo la sua analisi hanno pesanti responsabilità nel processo di diffusione dell’antiparlamentarismo.

La scuola e l’educazione italiana non forniscono più gli strumenti per analizzare criticamente quello che avviene nella società. Una persona che passa da un iter poco selettivo con la scuola che non ha pretese che questa persona sviluppi capacità cognitive e si appropria di conoscenze adeguate rispetto al titolo che gli viene dato, si trova facilmente in balia dei messaggi più estremisti. Non ha gli strumenti critici per distinguere il grano dal loglio o per essere non essere suggestionata.

Immagina un percorso che possa invertire la rotta?

Ho sostenuto le ragioni del sì al referendum in parte anche per superare il bicameralismo perfetto e la riforma del titolo quinto della Costituzione per dare più forza alla classe politica. La sconfitta fa sì che la classe politica rimanga quella debole che conosciamo da venti o trent’anni e non abbia capacità di risposta rispetto a questo deterioramento. Non vedo la capacità o la possibilità che questa classe politica possa dare una risposta forte e chiara in grado di bloccare l’antiparlamentarismo. Anzi il ritorno al sistema proporzionale contribuirà ad aumentare il frazionamento interno e renderà ancora più debole la capacità di decisione. Diciamo tuttavia che i fattori in gioco sono tanti, alcuni dipendono anche dal quadro internazionale e altri non sono controllabili. C’è comunque da sperare che questa ondata di antiparlamentarismo venga in qualche modo riassorbita.

Ferragosto, da dove arriva e perché è oggi?


ITALIA MARTEDÌ 15 AGOSTO 2017
Oggi la tradizione cristiana celebra l'Assunzione di Maria, ma il nome della festa e il fatto che cada il 15 agosto dipende da una festività romana

 (ANSA/CESARE ABBATE)

Oggi è Ferragosto, festa nazionale religiosa che cade il 15 agosto e che nella tradizione cristiana celebra l’Assunzione in cielo di Maria. Come succede per tante altre festività religiose, anche Ferragosto prende il nome e la data da un’antica festività romana, anche se nel caso specifico c’entrano i concordati tra lo Stato italiano e il Vaticano.
Il Ferragosto religioso
Secondo la tradizione cattolica dopo aver terminato la propria vita terrena, il 15 agosto Maria fu trasferita in Paradiso sia con l’anima che con il corpo. Per la Chiesa cattolica Maria è l’unica persona oltre a Cristo a essere stata assunta materialmente in cielo: un’anticipazione della risurrezione delle carni, quel momento alla fine dei tempi quando secondo i cattolici tutti i corpi dei defunti si ricongiungeranno alle loro anime dopo il Giudizio universale.
L’Assunzione non implica necessariamente la morte di Maria, ma neppure la esclude: le varie confessioni cristiane divergono su questo punto. Ortodossi e armeni il 15 di agosto celebrano solamente la Dormizione di Maria (si chiama “Dormizione” perché Maria non sarebbe veramente morta, ma solo caduta in un sonno profondo). I protestanti, invece, non credono all’Assunzione di Maria e non fanno festa perché questo episodio non è narrato nel Vangelo. Il dogma cattolico venne proclamato nel novembre del 1950 da papa Pio XII.
Il Ferragosto di Ottaviano Augusto
La parola Ferragosto deriva dalle feriae Augusti, il riposo di Augusto, una festività decisa dall’imperatore romano Ottaviano Augusto nel 18 avanti Cristo. La festa si rifaceva in parte ai Consualia, le antiche feste romane celebrate alla fine dei lavori agricoli e dedicate a Conso, il dio dei granai e della fertilità. L’istituzione dell’antico Ferragosto aveva quindi lo scopo di mettere insieme un certo numero di giorni di riposo alla fine del periodo del raccolto, per consentire a chi aveva lavorato nei campi di recuperare le energie. I giorni di riposo erano accompagnati da feste e celebrazioni, che tipicamente si tenevano il primo giorno di agosto. I festeggiamenti furono spostati al 15 del mese per volontà della Chiesa Cattolica, proprio per ricondurre la festività popolare all’Assunzione di Maria.
I treni popolari di Ferragosto
A rendere Ferragosto una festività popolare contribuì l’istituzione, nel 1931 e a opera dell’allora ministero delle Comunicazioni, dei “Treni speciali celeri per i servizi festivi popolari”, noti come “Treni popolari di Ferragosto”. Voluti dal regime fascista, i treni permettevano di raggiungere a prezzi ridotti le località turistiche nel mese di agosto e contribuirono alla nascita del turismo di massa. Ora Ferragosto è anche grigliate e pranzi, per chi non è al mare. E se ora che sapete cos’è e volete anche sapere cosa fare, qui ci sono un po’ di informazioni utili per chi vive a (o vicino a) Milano, Bologna, Napoli e Roma.

sabato 5 agosto 2017

Contenti, ma non troppo

ECONOMIA

Gli economisti Daveri e Gros commentano la nota mensile dell'Istat sull'economia italiana. La ripresa si consolida, ma i segni della crisi non sono stati cancellati

 04/08/2017 19:13 CEST | Aggiornato 23 ore fa
I segnali positivi sono "diffusi", la crescita "si consolida" e gli italiani ricominciano a spendere. La fotografia che l'Istat immortala nella nota mensile di luglio sull'andamento dell'economia italiana ha tinte positive. Una fiammata o un trend robusto? Huffpost lo ha chiesto agli economisti Francesco Daveri e Daniel Gros, rispettivamente ordinario di politica economica all'Università Cattolica a Piacenza e direttore del think tank Ceps di Bruxelles. Il giudizio che emerge è unanime e cioè che l'Italia ha imboccato la strada giusta, ma i segni della crisi, sottolinea Daveri, "non sono stati cancellati".
La Banca d'Italia, il Centro studi di Confindustria e il Fondo monetario internazionale non hanno dubbi: il Pil crescerà stabilmente quest'anno sopra l'1%, ma la percezione che gli italiani hanno della ripresa, e quindi anche degli effetti della crisi iniziata nel 2007, mette in luce una discrepanza evidente. "Quello dell'Istat è complessivamente un quadro positivo, ma mi aspetto un secondo trimestre in linea con il primo, quindi intorno allo +0,3-0,4%. L'economia è in ripresa, è ritornato il segno più, la produzione industriale è positiva, ma i segni della crisi non sono stati cancellati", spiega Daveri. Anche Gros mette in guardia sui facili entusiasmi: "È un ciclo promettente, ma ancora l'Italia non sta alla velocità degli altri Paesi. La velocità passa da pessima ad appena soddisfacente".
Uno dei settori che secondo l'Istituto nazionale di statistica risulta in salute è quello dei consumi che iniziano a invertire il trend negativo anche se, come sottolinea Confcommercio, l'accelerazione registrata a giugno (+0,6% per le vendite al dettaglio, +0,9% per la spesa alimentare) non basta a riportarli in positivo: nel secondo trimestre dell'anno sono calati sia in valore che in volume, rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2 per cento. "L'economia sta migliorando: prima la crescita era molto lenta e quel poco era trainata dall'export. Ora che questo surplus esterno si è stabilizzato in positivo allora è naturale che i consumi interni inizino a ripartire e quindi gli italiani ritornano a consumare", sottolinea Gros.
Daveri sottolinea come rispetto al punto più profondo della crisi, cioè il primo semestre del 2014, "i numeri dicono che ci sono 900mila occupati in più". Ma è altrettanto vero, sottolinea l'economista, che se si mettono insieme i dati sugli occupati e i salari reali, c'è stata sì una "qualche crescita, ma non tale da giustificare un boom dei consumi".
Uno dei deficit della ripresa italiana è il settore immobiliare. La produzione delle costruzioni, si legge nella nota dell'Istat, "non evidenzia ancora una chiara ripresa". L'Istituto di statistica spiega che se da una parte "il mercato immobiliare è caratterizzato da una vivacità negli scambi", il trend non è accompagnato "da movimenti al rialzo dei prezzi delle abitazioni che, nel primo trimestre 2017, sono rimasti sui livelli del trimestre precedente". "Senza l'immobiliare è difficile una ripresa duratura. L'immobiliare è stato sempre l'ingrediente numero uno nelle riprese passate: ora continua a mancare all'appello tanto è vero che è ripartito il mercato, ma le compravendite sono ripartite a prezzi stabile", sottolinea Daveri.
La direzione è quella "giusta", rimarca Gros, "l'economia è in ripresa", gli fa eco Daveri. Ma le cicatrici della crisi non si sono ancora rimarginate: "In tre anni abbiamo recuperato 2,5 punti di Pil, ma dal 2007 a oggi ne abbiamo persi dieci", osserva Daveri. Contenti, ma non troppo.