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mercoledì 13 dicembre 2017

Commissione Moro, approvata dopo 40 anni la relazione che riscrive la verità sull'omicidio dello statista della Dc

Il documento spiega che il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita: sarebbe bastata una macchina blindata e una scorta

 13/12/2017 12:27 CET | Aggiornato 2 ore fa
Tutto quello che abbiamo saputo fin qui (e sono passati quasi quarant'anni anni) del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, è da riscrivere. Anzi, in gran parte è stato già riscritto dalla Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni. La terza e ultima Relazione, approvata il 6 dicembre e depositata per l'approvazione dell'Aula alla Camera, oggi, spiega come e perché Moro non è stato ucciso sul pianale della Renault 4 rossa parcheggiata nel garage di Via Montalcini 8. In base alle nuove perizie espletate dal Ris dei Carabinieri, quell'auto non avrebbe potuto neppure avere il cofano aperto, tanto ristretto era il box dove secondo la versione dei brigatisti sarebbe stata eseguita la condanna a morte dello statista.

Il documento spiega che veramente il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita perché la segnalazione di un possibile attentato, giunta a Roma dalle fonti palestinesi del colonnello Giovannone, un mese prima del sequestro, era assolutamente attendibile. A evitare la tragedia sarebbe bastata una macchina blindata e una scorta.

Gallinari latitante nella palazzina dello Ior. La Relazione spiega ancora che Moro ebbe la possibilità di ricevere la visita di un prete e di confessarsi. Dimostra che in un modo o nell'altro uomini del mondo vaticano sono stati centrali nella vicenda. A cominciare dall'individuazione, nella zona della Balduina, in via Massimi 91, di una palazzina, di proprietà Ior, la cosiddetta banca vaticana, (posseduta attraverso la società Prato Verde srl, e gestita da Luigi Mennini), abitata (o frequentata) da cardinali (Vagnozzi e Ottaviani), prelati e dallo stesso presidente dello Ior, Paul Marcinkus. Dove aveva sede una società americana che lavorava per la Nato, e vivevano in affitto esponenti tedeschi dell'Autonomia, finanzieri libici e due persone contigue alle Brigate rosse. "Complesso edilizio che, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato - si legge nel documento - per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista". La Relazione, grazie a nuovi testimoni, dimostra addirittura che Prospero Gallinari (il carceriere di Moro) e le armi usate dalle Br a via Fani, sono stati nascosti per alcuni mesi, nell'autunno 1978, nello stesso stabile di Via Massimi 91, in cui si ipotizza essere stato il covo-prigione.

Una narrativa confezionata a tavolino. Ma soprattutto la Commissione ha accertato - grazie alla declassificazione di una grande quantità di atti dei servizi segreti e delle forze dell'ordine seguita alla cosiddetta "direttiva Renzi", - che la "narrativa" ufficiale sul sequestro e la morte di Moro, contenuta nel cosiddetto memoriale Morucci-Faranda, altro non è che una "versione ufficiale e di Stato" del caso Moro, preparata a tavolino molti anni prima che essa approdasse sul tavolo di Francesco Cossiga. L'unica verità "dicibile" per chiudere l'epoca del terrorismo. Una verità di comodo messa a punto da magistrati (Imposimato, Priore citati con nome e cognome), esponenti delle forze dell'ordine e naturalmente dai brigatisti. Valerio Morucci divenne addirittura consulente del Sisde, come si chiamava allora il servizio segreto interno.

Echi di Guerra fredda: una società americana e il Kgb. La stessa vicenda del suo arresto e di quello di Giuliana Faranda in casa di Giuliana Conforto (figlia "del più importante agente del Kgb in Italia", come l'ha definito il professor Christopher Andrew nel suo libro "L'Archivio Microchip"), "è stata oggetto di una completa rilettura, che ha consentito di mettere finalmente alcuni punti fermi sulla scoperta del rifugio di Viale Giulio Cesare 47, ma anche di evidenziare uno scenario più complesso, che chiama in causa la possibilità che l'arresto di Morucci e Faranda sia stato negoziato".

"Alla luce delle indagini compiute, comunque, scrive Fioroni, il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell'eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale". Ancora: "Al di là dell'accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell'azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell'omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse". Al riguardo Fioroni parla di "martirio laico" di Moro. Un martirio avvenuto ai tempi della Guerra fredda.

Il figlio del capitano Corelli. Un capitolo particolare è dedicato alle "protezioni" che hanno messo al sicuro la latitanza di uno dei brigatisti presenti in via Fani, Alessio Casimirri. La primula rossa delle Br, tuttora latitante, prima di giungere in Nicaragua, riuscì più volte, in maniera rocambolesca, a sfuggire alla cattura. Per l'ex brigatista, di cui anche nei mesi scorsi è stata sollecitata l'estradizione, ci fu però un momento in cui mancò veramente un nulla ad ammanettarlo. A riconoscerlo, proprio nei dintorni di San Pietro, fu il padre di Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, uno dei più noti cantautori italiani.

"Mario Cherubini, che era un gendarme vaticano - ha raccontato il vicepresidente della Commissione Vero Grassi - riconobbe Casimirri, già latitante, per strada e corse a denunciarlo, ma non si riuscì a fermarlo". Negli scorsi giorni proprio il cantante aveva raccontato a Vanity Fair di quando la famiglia Casimirri, a metà degli anni '70, invitava i Cherubini nella casa di campagna a Monterotondo, ricordando come lui, bambino, restava affascinato dai racconti che Luciano e Ermanzia Casimirri facevano del figlio, già ai tempi provetto sub e pescatore subacqueo, fino al giorno in cui lo stesso Alessio gli mostrò i suoi trofei di pesca.

Il padre di Casimirri, Luciano è a sua volta un personaggio leggendario. Responsabile della Sala stampa vaticana sotto tre papi - Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI -, dunque per circa trent'anni, è stato un ufficiale italiano durante la Seconda Guerra Mondiale sopravvissuto all'eccidio della Divisione Aqui a Cefalonia, e secondo le parole del suo stesso figlio, alla sua figura si è ispirato il romanzo dello scrittore britannico Louis De Bernières "Il mandolino del capitano Corelli", e l'omonimo film interpretato da Nicholas Cage e Penelope Cruz.

lunedì 11 dicembre 2017

Si indaga sul bisnonno della Boschi “Fatto” e “Verità” scatenati

EDITORIALE DEL DIRETTORE
Piero Sansonetti
7 Dec 2017 12:41 CET


Si indaga sul bisnonno della Boschi
“Fatto” e “Verità” scatenati

L’ordine è quello: affondare la Boschi. E i giornali che più organicamente rappresentano i 5 Stelle e la Lega lo eseguono anche in modo fantasioso. Mancano le notizie ma questo non è assolutamente un problema per loro. I giornali in questione, lo avete già capito, hanno un nome quasi uguale ( e un po’ arrogante) e da diverso tempo marciano a braccetto: Il Fatto di Travaglio e La Verità di Belpietro.

Ieri Il Fatto prendeva di mira, come è solito fare da diverso tempo, il papà della Boschi, e la Verità si concentrava invece sul fratello. Clamoroso: si indaga sul bisnonno della Boschi!

Il Fatto aveva uno scoop: circa un anno fa i magistrati hanno iniziato a indagare su banca Etruria, e il papà della Boschi faceva parte del Cda di banca Etruria. Sì, sì, certo, la notizia è un po’ vecchia, ma per ora questa c’è e di questa bisogna accontentarsi. Travaglio è nettissimo: la Boschi ha mentito e dunque deve dimettersi. E siccome hanno mentito anche Renzi e Orfini, devono dimettersi anche loro, sebbene non siano ministri però è bene che si dimettano lo stesso. Quale sia la menzogna della Boschi non si sa. Figuratevi poi se possiamo immaginare dove abbiano mentito Renzi o Orfini. Volete sapere, allora, perché devono dimettersi? Perché il papà della Boschi non ha dichiarato di essere indagato. E loro in qualche modo sono tutti responsabili di questo. E’ vero, il Papà della Boschi non ha dichiarato neanche il contrario, visto che nessuno glielo ha chiesto, e lui non ha dichiarato proprio niente, ed è vero anche che non è stato nemmeno rinviato a giudizio, così come è vero che il papà della Boschi non è la Boschi, e non è neppure ministro, né sot- tosegretario, né assessore, né dipendente comunale… però a Roma la giunta dei 5 stelle fu messa in croce l’estate scorsa per quella storia che gli avevano arrestato Marra, e pare che la Raggi non disse tutta la verità, e un sacco di gente chiese che la Raggi si dimettesse. Quindi ora è giusto che si dimetta la Boschi.

Ma la Raggi poi si dimise? No, ma questo è un dettaglio. E il Pd, o qualcun altro, chiese mai le dimissioni della Raggi per motivi giudiziari? No, ma è un dettaglio anche questo.

E’ inutile che vi stupiate, cari amici: le frontiere del giornalismo ormai sono queste. Vastissime. Il rapporto tra giornalismo e informazione si è del tutto dissolto. L’obbligo di rispettare in qualche modo ( o almeno di dare l’impressione di rispettare) lo svolgimento reale delle cose, è completamente svanito. È considerato un’anticaglia, buona per vecchi barbosi.

Così, mentre Il Fatto se la prende con la Boschi per via del padre, La Verità ( che ormai anche a informazioni che filtrano dalla Procure dà dei punti al giornale di Travaglio) scopre che c’è un altro scandalo che riguarda la Boschi. Suo fratello ha effettuato, o forse ricevuto, tempo fa, una telefonata da un signore che probabilmente è iscritto alla massoneria, o comunque è vicino alle Logge. Non si sa se questo signore abbia commesso dei reati, ma forse sì. Comunque maneggiava parecchi soldi.

Sì, si, avete caito bene: in questo caso non si indaga né sulla Boschi e nemmeno sul padre o sul fratello della Boschi, ma su una persona che ha avuto un contatto telefonico con il fratello della Boschi. E per via di questo contatto telefonico La Verità chiede che la Boschi si dimetta.

L’altro giorno su questo giornale, scherzando un po’, avevamo parlato della “caccia ai papà” – ai papà dei politici – lanciata dai giornalisti. E, paradossalmente, avevamo ipotizzato che poi la caccia si sarebbe estesa anche ai fratelli e alle mamme. Paradossalmente? Macché! Neanche 48 ore e zac: ecco il fratello sulla graticola.

Oggi proviamo ad avanzare un’altra ipotesi bislacca: che si apra una inchiesta su irregolarità edilizie commesse dal bisnonno della sottosegretaria. Chissà che nel giro di qualche giorno non arrivi uno scoop anche su questo…

P. S. Poi c’è tutto il capitolo Berlusconi. Perché ieri Il Fatto non si è limitato allo scoop sul padre della Boschi, ma ne ha fatto un altro. Ha scoperto che a Berlusconi piacciono le ragazze. E per dare sostanza a questa intuizione ha dedicato due pagine intere ( non sto scherzando, eh) anzi, le prime due pagine, ad un racconto bellissimo di un ragazzo che sostiene che qualche anno fa Berlusconi fece lo scemetto con una sua amica. La sua amica considerò quelle di Berlusconi delle molestie e lo denunciò? No, la sua amica giudicò un’idiozia il racconto del ragazzo e querelò Il Fatto ( che lo aveva pubblicato). Ora pare che un giudice abbia detto che sì, probabilmente il racconto del Fatto non corrispondeva a verità ( come peraltro succede spesso) ma questo non è reato e perciò ha assolto Travaglio. Su tutto ciò Il Fatto ha calato l’asso: Marco Lillo. Il quale, a secco con le informazioni su Consip ( del tutto casualmente da quando l’inchiesta è stata avocata a Roma e sottratta al Pm Woodcock), ha trovato quest’altra bella storia.

E ancora non è iniziata la campagna elettorale. Che dobbiamo aspettarci per dopo Natale? Mamma mia!

Altro che "onda nera" In Italia proliferano tredici partiti comunisti

Dal rinato Pci alla Sinistra anticapitalista, ecco i movimenti che si richiamano a Lenin



Paolo Bracalini - Dom, 10/12/2017 - 19:57

C’ è talmente un’«onda nera» che minaccia l’Italia, che siamo invasi da partiti neocomunisti, post-marxisti, pseudoleninisti, vetero-anticapitalisti, nostalgico-partigiani, e chi più ne ha più ne metta.


Più che una lista si tratta di una giungla dai contorni incerti, visto che tra scissioni e rifondazioni la mappa dei partiti rossi è in costante aggiornamento. Su 24 partiti di sinistra, al momento ne contiamo ben 13 che già nel nome si richiamano alla dottrina marxista-leninista. E il bello è che tutti, se si compulsano i loro siti, organizzano seminari e incontri per dibattere sul neofascismo che cresce nel Paese. Quali sono? Intanto c’è il Partito Comunista di Marco Rizzo, nato - leggiamo - «nel giugno 2009 con l’espulsione di Marco Rizzo dal Pdci (il Partito dei Comunisti Italiani, ndr) e con l’immediata costituzione di un gruppo organizzato di compagni». Da non confondere però, malgrado la falce e il martello nel simbolo di entrambi, con il Partito Comunista Italiano fondato nel 2016 «rifacendosi all’esperienza del comunismo italiano e del movimento comunista internazionale». Il segretario nazionale è Mauro Alboresi, mentre la presidente del Comitato centrale è Manuela Palermi, ex Rifondazione Comunista. Ma appunto, il vecchio partito di Bertinotti che fine ha fatto? C’è pure quello, solo che adesso lo guida Maurizio Acerbo, ex Sel. Ma c’è pure Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, che ha appena annunciato che alle elezioni correrà insieme a Sinistra Classe Rivoluzione, l’ennesima sigla comunista italiana. Sì ma c’è anche il Partito Marxista Leninista Italiano (Pmli) segretario Giovanni Scuderi, da non confondere con il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista (PciMil), che si è persino presentato alle politiche 2013 con il segretario Domenico Savio (risultato non brillante: 0,03%). E come dimenticare poi il Partito di Alternativa Comunista guidato da Adriano Lotito, anche lui reduce da un non memorabile corsa elettorale (0,02%). Quindi abbiamo Lotta Comunista (quelli che vendono i giornalini per strada) e pure i Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (Carc). Di seguito contiamo Sinistra Anticapitalista, «una libera associazione di donne e uomini che si battono per una società socialista, cioè per la trasformazione rivoluzionaria in senso comunista e libertario della attuale società». Poi il Partito Comunista Internazionale, con sede a Schio (Vicenza), e quindi ancora la Rete dei comunisti che «coltiva l’ambizione di riannodare i fili di un alfabeto marxista caduto colposamente in disuso». Fini qui ci siamo limitati ai partiti espressamente comunisti, ma la galassia dei movimenti post-comunisti è molto più ampia. Partendo dalle gemmazioni del Pd, troviamo Articolo1-Mdp di D’Alema e Bersani e soci, poi Possibile dell’altro ex piddino Pippo Civati, e poi pure Sinistra Italiana, prodotta dalla fusione di Sel con un altro pezzo di fuoriusciti dal Pd, il gruppo «Futuro a Sinistra» dell’ex viceministro Stefano Fassina. Poi c’è anche il Campo progressista di Giuliano Pisapia, che dopo mesi di meditazioni e interviste, ha deciso che no, non c’è storia col Pd. Ma siccome a sinistra c’è sempre uno che dice che tu non sei la vera sinistra ma lui sì, ecco che è nato anche Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone (ex candidata con Ingroia) e il critico d’arte Tommaso Montanari. Vista la penuria di offerta a sinistra ecco scendere in campo il presidente del Senato Pietro Grasso, acclamato leader della nuova formazione politica a sinistra, Liberi e uguali. C’è poi la sinistra dell’Altra Europa con Tsipras, che ha appena scritto una lettera aperta al partito della Falcone e Montanari per vedere se si riesce a «costruire la sinistra che non c’è». Poi il «Movimento per la democrazia in Europa 2025», o DiEM25, lanciato dall’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e attivo in Italia. Infine, malgrado i non fortunati precedenti, la nuova formazione dell’ex pm Antonio Ingroia insieme a Giulietto Chiesa, la Mossa del cavallo. Con tutta quella ressa di partiti, c’è ben poco da muovere questo cavallo.

sabato 9 dicembre 2017

ITALIA: da culla del diritto a Stato pusillanime e vendicativo, con i deboli

La vicenda Dell'Utri ci costringe a riflettere sulla deriva giustizialista che stanno prendendo le nostre Istituzioni. Ovviamente il giustizialismo si manifesta contro Berlusconi, i suoi amici e anche contro tanti Cittadini che non hanno possibilità di difendersi adeguatamente e/o non sono in grado di mobilitare la stampa e gli altri mass media come lo sono i post-comunisti che hanno tantissimi amici e compagni nelle redazioni dei giornali e nelle televisioni, comprese quelle di proprietà di Berlusconi.
Ricordiamoci della grazia che l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, già importantissimo dirigente nazionale del PCI, concesse a Ovidio Bompressi, (condannato con sentenza definitiva per l'omicidio Calabresi), sulla spinta di una poderosa campagna mediatica perché la sua malattia era incompatibile con il carcere.
A distanza di anni il Bompressi è vispo a tal punto da prendere a pugni un suo vicino di casa che, forse, lo aveva infastidito. E per questo motivo se al processo risulterà colpevole credo di aver capito che gli sarebbe revocata la grazia. Speriamo.
Ebbene, non è necessario essere un mafioso, basta essere un garantista, per sostenere che Dell'Utri, condannato per un reato inesistente, vedasi la sentenza che ha assolto Contrada, deve essere scarcerato per permettergli di curarsi a dovere.

Mi auguro che il Presidente Mattarella raccolga la richiesta che gli perverrà da un Comitato nato ad hoc e conceda la grazia presidenziale ad un Cittadino detenuto che ha la necessità di curarsi fuori dal carcere.

mercoledì 6 dicembre 2017

MA COSA E' DIVENTATA L'ITALIA ?


In provincia di Brescia un uomo sente dei rumori in strada e affacciatosi al balcone vede un gruppo di
ladri che sta caricando una cassaforte/bancomat sopra un furgone.
Invece di chiamare i Carabinieri spara, non in aria, verso il gruppetto di uomini e ne ferisce uno alla gamba. Al processo il pistolero patteggia una pena di due anni e otto mesi. Quando si rende conto di aver patteggiato una pena inferiore al ladro si scandalizza e sbraita contro l'Italia.
Un nugolo di giornalisti della carta stampata e degli altri mass media si avventa sulla notizia e alcuni danno ragione allo sparatore senza considerare che la pena è stata concordata con il giudice e che il furto è un reato punibile con una pena inferiore al tentato omicidio o comunque al ferimenti di una persona.
Non ci sono scusanti da addurre. E non si può fare appello alla legittima difesa. L'Italia è pur sempre uno Stato di Diritto dove la violenza è monopolio dello Stato.

Nessun cittadino ha il diritto di sparare a dei ladri o a chicchessia e chi lo fa ne deve pagare le conseguenze. E i giornalisti non facciano i populisti altrimenti vadano a fare i politici dimettendosi dai giornali/televisioni/radio/social dove scrivono o sproloquiano.

venerdì 1 dicembre 2017

Censis, un'Italia sempre più frammentata che si aggrappa ancora al "mito" del posto fisso

Il Paese riparte, la produzione industriale vola anche più di quella tedesca, e corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni come i viaggi e la cultura. Ma buona parte del Paese rimane indietro, il ceto medio si assottiglia, e le grandi città del Mezzogiorno vengono abbandonate mentre Roma e Milano esplodono. Prosegue l'immigrazione, ma con un record di basse qualifiche e di bassa istruzione: l'Italia non attrae i cervelli stranieri, e perde i propri, l'esodo verso l'estero è triplicato rispetto al 2010

giovedì 30 novembre 2017

Grandi opere, tutti i no del M5S

Dalla Tav al Ponte sullo Stretto, tredici importanti infrastrutture che saranno bloccate. I grillini: lo Stato pagherà penali da un miliardo, contro una spesa prevista di 10 miliardi

ANDREA CARUGATI su "lastampa.it"
ROMA
Tredici grandi opere da fermare. Con un risparmio per le casse pubbliche «di 8-9 miliardi di euro», questa la stima fatta dai deputati del M5S. Si parte da tre opere tanto famose quanto contestate, la Tav Torino-Lione, il Mose di Venezia e il ponte sullo stretto di Messina. Per arrivare alle due pedemontane lombarda e veneta, l’autostrada Orte-Civitavecchia, la bretella tra Campogalliano e Sassuolo e una serie di linee ferroviarie ad alta velocità, l’asse tra Milano e Trieste che passa da Verona e Venezia e il terzo valico ferroviario dei Giovi (linea AV tra Milano e Genova). Per finire con il porto off-shore di Venezia e la tangenziale di Lucca.  

Si tratta di opere che si trovano in stadi di avanzamento molto diversi: le due pedemontane e il Mose, ad esempio, sono già in fase di lavori, così come l’autostrada di Orte, mentre le linee Av sono ancora in fase di progettazione. Sulla base di alcune stime, il M5S ritiene che, in caso di stop, «lo Stato dovrebbe pagare penali pari a circa un miliardo, contro una spesa prevista di 10 miliardi», dice Michele Dall’Orco, capogruppo in commissione Trasporti alla Camera. «Da qui si ricava il risparmio di 8-9 miliardi per le casse pubbliche». Che fine farebbero le opere già in fase avanzata? «Anche nel caso del Mose, che è all’80% di realizzazione, sarà necessario fare una valutazione seria», dice Dell’Orco. «La nostra opinione è che non serva, e dunque è inutile procedere con i lavori». Secco stop, in caso di vittoria del Movimento, anche alla Tav tra Italia e Francia: «Siamo ancora in tempo per bloccarla. E del resto anche il nuovo governo francese ha espresso dei dubbi. Se vinceremo bloccheremo subito i cantieri», dice il deputato. Anche il ponte di Messina è destinato a essere cestinato, «senza ulteriori indugi». 
 
Così come la stazione Alta velocità di Firenze: «Realizzarla farebbe risparmiare 4 minuti nel tragitto Milano-Roma: è evidente che sia inutile», l’opinione del M5S. Sulle penali da pagare ancora c’un alone di incertezza. La cifra di un miliardo è stata ricavata da alcuni dati richiesti al ministero delle Infrastrutture dal movimento, che denuncia un «muro di gomma» da parte del governo che «non ha fornito risposte trasparenti». «Abbiamo però scoperto che non esistono obbligazioni giuridiche vincolanti per la bretella Sassuolo-Campogalliano, che dunque si potrebbe abbandonare senza penali», dice Dell’Orco. Perché questa serie di no? «Si tratta di interventi inutili, a forte impatto ambientale e con costi altissimi: noi invece puntiamo su tanti piccoli interventi diffusi e mirati», spiegano i grillini. 
 
Il M5S intende spendere i denari recuperati dallo stop alle tredici grandi opere in questo modo: 1 miliardo per la manutenzione di strade e ferrovie (soprattutto al sud), 500 milioni l’anno per il trasporto pubblico locale, conferma ed estensione del ferro-bonus voluto dal ministro Delrio per incentivare il trasporto di merci su rotaia, inventivi per nuove immatricolazioni di mezzi elettrici e nuovi finanziamenti per piste ciclabili. Tra i punti chiave del programma sui trasporti, nuovi criteri di sostenibilità energetica e ambientale delle nuove opere, oltre a «più rigidi criteri sanitari». Il M5S chiede anche una commissione parlamentare di inchiesta «sulle grandi opere che hanno determinato disastri finanziari e ambientali».  

mercoledì 29 novembre 2017

Cento anni di comunismo e cento milioni di morti. Una catastrofe per l'umanità

L’Unione sovietica ha rimodellato la natura umana, scatenato il caos
intellettuale e lasciato dietro di sé un grande raccolto di dolore.
Scrive il Wall Street Journal (6/11)

Cento anni fa i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo
dando inizio “a una serie di eventi che avrebbero portato alla morte di milioni 
di persone e avrebbero inflitto una ferita quasi fatale alla civiltà occidentale”, 
scrive David Satter sul Wall Street Journal. I rivoluzionari riuscirono a occupare
le stazioni, gli uffici postali e i telegrafi mentre la città dormiva e, quando i citta-
dini si svegliarono, trovarono il loro universo capovolto. 
I bolscevichi dicevano di voler abolire la proprietà privata, ma il vero obiettivo
era spirituale: trasformare l’ideologia marxista-leninista in realtà. Per la prima
volta si posero le basi per uno stato esplicitamente ateo e quindi incompatibile
con i valori su cui si fondava la civiltà occidentale per la quale stato e società
erano sovrastati da un potere superiore.
Il golpe bolscevico ha avuto due conseguenze. Nelle nazioni che si sono
lasciate influenzare la rivoluzione ha svuotato la società della morale, ha
degradato gli individui e li ha resi degli ingranaggi della macchina statale.
I comunisti hanno ucciso, eliminando il valore della vita stessa e i sopravvissuti
hanno perso la loro coscienza individuale. Ma i bolscevichi non si sono limitati
a influenzare queste nazioni. A occidente, il comunismo ha intaccato la società
sovvertendo i suoi valori e mettendoli in discussione. Ha creato una confusione
politica che perdura fino ai nostri giorni.
Durante un discorso del 1920 al Komsomol, Lenin ha detto che i comunisti 
subordinavano la morale alla lotta di classe. Tutto ciò che fosse in grado di
distruggere “la vecchia società sfruttatrice e che aiutasse a costruire una nuova
società comunista” era considerato positivo. Questo approccio ha separato il
peccato dalla responsabilità. Martyn Latsis, ufficiale della Cheka, la polizia
segreta, nel 1918 scrisse come dovesse essere condotto un interrogatorio:
“La nostra guerra non è contro gli individui. Noi stiamo sterminando la
borghesia in quanto classe sociale. Non cerchiamo la prova che l’atto di cui
qualcuno è stato accusato sia stato effettivamente commesso. Come prima cosa
bisogna chiedere a quale classe sociale appartiene un individuo. Questo
determinerà il suo destino”.

“Queste convinzioni furono alla base di decenni di omicidi”, scrive Satter,
“non meno di venti milioni di cittadini sovietici vennero uccisi dalle politiche
repressive. Questo numero non include i milioni di vite spezzate dalle guerre,
dalle epidemie e dalla fame generate in modo prevedibile dai principi del bolsce-
vismo”. Si contano 200.000 vittime del terrore rosso tra il 1918 e il 1920, 11
milioni di persone decedute o per la fame o per la dekulakizzazione, 700.000
esecuzioni tra il 1937 e il 1938, almeno 2.700.000 prigionieri morti nei gulag.
Alla lista bisognerebbe aggiungere un milione di detenuti, che durante la Seconda
guerra mondiale vennero liberati dai campi di lavoro e impiegati nell’Armata
rossa andando incontro a morte certa, partigiani e civili uccisi in Ucraina e nelle
repubbliche baltiche. Se a questo novero aggiungiamo anche le morti causate
dai regimi supportati dall’Unione sovietica – Corea del nord, Cina, Cuba,
Vietnam, Cambogia e altre nazioni dell’Europa orientale – il numero totale
delle vittime sfiora i 100.000.000 e “questo basta per fare del comunismo la più
grande catastrofe dell’umanità”.

Il risultato di queste morti doveva essere la creazione di un uomo nuovo, pronto
ad agire nel nome della causa sovietica. La battaglia di Stalingrado è il
paradigma di tutto ciò. Quando le unità di blocco dell’Armata rossa spararono
sui soldati che tentavano la fuga e sui civili che cercavano rifugio dalla parte
tedesca, ai bambini che andavano a riempire le bottiglie dei soldati del Reich
con l’acqua del Volga, il generale Vasily Chuikov, comandante a Stalingrado,
cercava di giustificare queste azioni affermando: “Un cittadino sovietico non
può concepire la propria vita al di fuori delle necessità della patria”.

Questi sentimenti permangono ancora oggi. Quando nel 2008 la Duma ammise
che la carestia del 1932 fu causata dalle requisizioni di grano ordinate dallo stato
per finanziare l’industrializzazione, aggiunse che i giganti industriali dell’Urss,
il mulino di Magnitogorsk e la diga del fiume Dnepr, sarebbero stati “eterni
monumenti” per le vittime.

L’Unione sovietica ha rimodellato la natura umana, ma ha anche diffuso il caos
intellettuale. Il termine “politicamente corretto” trae le sue origini dall’assunto
secondo il quale il socialismo, un sistema di proprietà collettiva, in sé era virtuo
so, senza avere la necessità di valutare il suo operato alla luce di criteri morali
trascendenti.

Quando i bolscevichi si presero la Russia, alcuni intellettuali occidentali, influen
zati dalla stessa mancanza di etica, chiusero gli occhi di fronte alle atrocità del
comunismo. Quando gli omicidi divennero troppo ovvi per essere negati,
“i simpatizzanti iniziarono a giustificare le crudeltà dicendo che i sovietici facevano tutto con nobili intenzioni”.

Ma a occidente prevaleva una profonda indifferenza. La Russia veniva utilizzata
come pretesto per risolvere le liti politiche. Come scrive lo storico Robert
Conquest, il ragionamento era semplice: “Il capitalismo era ingiusto, il
socialismo avrebbe potuto mettere fine all’ingiustizia, quindi andava sostenuto
senza condizioni”.

L’Unione sovietica è roba del passato ma è necessario ricordare quanto scrisse il
filosofo russo Nikolaj Berdyaev: “La nostra gioventù istruita non riesce ad
ammette il significato intrinseco e indipendente delle parole scolarizzazione,
filosofia, erudizione, illuminismo, università, lo subordinano agli interessi della
politica, dei partiti, dei movimenti e dei circoli”.

Se c’è una lezione che possiamo trarre dal secolo comunista è che un potere
indipendente dai principi universali della morale non può avere ripensamenti,
dal momento che “è la convinzione da cui dipende tutta la civilizzazione”.

lunedì 20 novembre 2017

Il problema del neoliberismo

di Davide Maria De Luca 

In Italia è un dibattito preso poco sul serio, ma nel resto del mondo sempre più economisti sostengono che il neoliberismo - o almeno la sua versione dogmatica - non funzioni


In Italia non è molto di moda parlare di “neoliberismo”, se non da parte di un gruppo relativamente ristretto che usa questa parola per attaccare chiunque abbia delle posizioni politiche ed economiche anche solo un po’ più a destra del centro. C’è una pagina Facebook, un tempo molto attiva, chiamata “Colpa del neoliberismo”, dove vengono raccolte le migliori dichiarazioni di questo tipo. La pagina deve probabilmente la sua ispirazione alla rubrica “Tutta colpa del liberismo” pubblicata ogni settimana dal quotidiano Il Foglio tra 2015 e 2016. Sfogliandola oggi si possono trovare alcune perle di ironia involontaria, come un appello del 2016 in cui il femminicidio veniva imputato, tra le altre cose, ai «cambiamenti antropologici indotti dallo scatenamento degli istinti animali del neoliberismo». La rubrica ricorda che in altre occasioni il neoliberismo è stato incolpato per i danni causati dai terremoti, per quelli procurati dalle alluvioni e persino per la pratica della depilazione delle ascelle femminili.
Sono esempi che dimostrano come in Italia la parola “neoliberismo” sia spesso usata a sproposito. Per i suoi critici, il “neoliberismo” è un’ideologia pervasiva che ha saturato le nostre vite inculcandoci gli ideali dell’individualismo, dell’egoismo e della competizione ad ogni costo. Avrebbe contagiato anche la vita pubblica, spingendo i governi a tagliare la spesa sociale, a ridurre le tutele e a favorire gli interessi delle grandi società multinazionali. Sono idee che nella loro versione più dogmatica e inflessibile non meritano molta considerazione. Ma la scarsa qualità del dibattito italiano non deve farci dimenticare che un problema esiste. Nel resto del mondo di neoliberismo discutono i principali economisti e anche se i loro toni sono diversi da quelli presi in giro sul Foglio, le loro conclusioni non sono poi tanto differenti. Come ha scritto questa settimana sul Guardian l’economista di Harvard Dani Rodrik, non soltanto è vero che viviamo nell’era del neoliberismo, ma è vero anche che il neoliberismo, almeno nella sua versione più intransigente, è una cattiva idea.
Che cos’è il neoliberismo?
Probabilmente non c’è fonte più autorevole per rispondere a questa domanda del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’organizzazione con sede a Washington che per decenni è stata accusata di esserne la principale centrale propagandistica. Il neoliberismo, hanno scritto nel giugno del 2016 Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri, tre ricercatori del fondo, è una teoria economica che poggia su due assiomi fondamentali. Il primo: la competizione è sempre una cosa positiva e deve essere favorita tramite deregolamentazioni e apertura al commercio internazionale. Il secondo: lo stato deve avere nell’economia il ruolo più ridotto possibile: quindi bisogna privatizzare, tagliare la spesa, ridurre il debito pubblico e il deficit. Gli stessi ricercatori dell’FMI sostengono che l’applicazione rigida di queste teorie non sempre produca risultati positivi. Per questa ragione, aggiunge il capo economista del fondo Maurice Obstfeld in un’intervista allegata all’articolo, sono cambiate le ricette che il fondo raccomanda agli stati che chiedono il suo aiuto. Il suffisso “neo”, in questo caso, significa che i suoi aderenti hanno riscoperto l’importanza del liberismo classico, che agli albori della scienza economica sosteneva la capacità del mercato di auto-regolarsi e la necessità per lo stato di non intromettersi troppo in questo processo.
Ma i tre ricercatori dicono anche un’altra cosa: quando la sinistra accusa il neoliberismo di essere diventato un pensiero egemone nella nostra società ha almeno in parte ragione. Negli ultimi decenni i due assiomi fondamentali del liberismo, apertura alla concorrenza e ritiro dello stato dall’economia, hanno conosciuto una grandissima diffusione. Forse non è proprio “tutta colpa del neoliberismo”, ma quello che è accaduto a partire dagli anni Ottanta fino alla Grande crisi porta incisi i suoi segni, nel bene e nel male.
L’indice composito elaborato dai ricercatori dell’FMI che misura il tasso di adozione di liberalizzazioni del commercio, deregolamentazioni e riduzioni dell’intervento dello stato in economia
Il consenso keynesiano
Nel settembre del 1976 il leader del Partito laburista e Primo ministro britannico James Callaghan tenne un discorso alla conferenza annuale di partito in un clima drammatico. La disoccupazione era in crescita, l’inflazione fuori controllo e i potenti sindacati bloccavano ogni tentativo di riforma. La situazione era così grave che proprio in quei giorni il governo britannico aveva chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 3,9 miliardi di dollari. Callaghan andò subito al nocciolo della questione.
«A lungo abbiamo pensato che fosse possibile spendere denaro pubblico per uscire da una recessione, che fosse possibile far crescere l’occupazione tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica. Oggi vi dico, con tutto il candore possibile, che questa opzione non esiste più»
 
Oggi il discorso di Callaghan è considerato uno dei momenti chiave nella recente storia economica dell’Occidente. Di fronte alla stagnazione e alla crisi degli anni Settanta, il primo ministro britannico stava dicendo che il vecchio modello economico, che aveva trovato d’accordo laburisti e conservatori per i 30 anni precedenti, non andava più bene. Nel Regno Unito, il periodo storico che alcuni fanno terminare con il discorso di Callaghan è stato soprannominato l’epoca del “consenso”, un trentennio in cui i due principali partiti si trovarono d’accordo, pur con qualche differenza, su una serie di idee fondamentali, fra cui due su tutte. Era giusto che lo stato avesse un grosso spazio nell’economia e che possedesse direttamente e che gestisse grandi industrie di importanza nazionale. Era giusto che alla popolazione fossero forniti un sistema sanitario nazionale gratuito, educazione a basso costo, alloggi popolari.
Nel resto del mondo sviluppato la situazione non era molto diversa. Quasi ovunque, indipendentemente dal colore politico dei governi in carica, il periodo tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta è stato un’epoca di crescente intervento dello stato nell’economia, di aumento delle tutele per i lavoratori, di regolamentazioni, crescita dei salari e delle dimensioni dello stato sociale. A livello macroeconomico, fu un’epoca in cui molti stati, come il Regno Unito, utilizzarono in maniera sistematica la spesa pubblica per mantenere alto il livello di occupazione, iniettando nell’economia montagne di denaro ogni qual volta la situazione sembrava stagnare. Questo periodo a volte viene chiamato l’epoca del “consenso keynesiano”, da John Maynard Keynes, l’economista britannico inventore della moderna macroeconomia e teorico dell’intervento dello stato nell’economia.
Furono gli anni in cui il congresso americano, dominato dai democratici, approvò le grandi riforme dello stato sociale e dei diritti civili come i buoni pasto per i cittadini più poveri, la copertura sanitaria per gli anziani e le famiglie meno ricche e in cui finanziò la diffusione di una estesissima rete di radio pubbliche. Il Regno Unito visse una grande stagione di intervento statale nell’economia, con la nazionalizzazione delle miniere di carbone e la creazione di un vasto e moderno stato sociale. Il pensiero keynesiano era egemone, e una volta arrivati al potere i governi di centrodestra lasciavano intatte e, spesso, addirittura espandevano le politiche adottate da quelli di sinistra. L’Italia fu forse uno degli esempi migliori di questa egemonia di pensiero. La sinistra italiana ottenne tutte le principali conquiste sociali ed economiche stando perennemente all’opposizione. Per quarant’anni, tranne sparute pattuglie di liberali, nessuno dei partiti di governo si sognò di dire che la spesa pubblica doveva essere tagliata o che bisognava privatizzare le grandi aziende pubbliche.
Ma come tutti le ideologie che restano egemoni troppo a lungo, il “consenso keynesiano” iniziò presto a diventare dogmatico e inflessibile. Come disse Keynes dopo una cena con alcuni economisti che dicevano di essere suoi sostenitori «ero l’unico non keynesiano seduto al tavolo». La crisi petrolifera del 1973 e la recessione che gli fece seguito colsero i governi impreparati. La risposta consueta a questo tipo di problemi, aumentare la spesa pubblica per riportare la piena occupazione, unita all’aumento spesso automatico dei salari, produsse quasi ovunque altissimi livelli di inflazione. I vecchi metodi non funzionavano più. Bisognava trovare qualcosa di nuovo.
Il consenso neoliberale
Un anno prima del discorso di Callaghan, il Partito Conservatore britannico aveva eletto la sua prima leader donna, la figlia determinata e ambiziosa di un piccolo commerciante dell’Inghilterra meridionale: Margaret Thatcher. Nel 1975, poco dopo la sua elezione, Thatcher partecipò, per la prima e unica volta, a una riunione del prestigioso Centro studi del Partito Conservatore. Uno degli esperti aveva preparato un discorso nella piena tradizione della politica del consenso britannica. Il partito, disse, avrebbe dovuto rimanere saldamente al centro, tenendosi lontano dalle esagerazioni della sinistra ma anche da quelle della destra. Thatcher non lo lasciò nemmeno finire. Tirò fuori un libro dalla borsa e lo tenne alto, affinché tutti potessero vederne il titolo. Era “La società libera”, dell’economista austriaco Friedrich Von Hayek. «Questo è quello in cui crediamo», disse e lo sbatté rumorosamente sul tavolo.
Von Hayek era il più importante di un gruppo di economisti fuggiti nel Regno Unito e negli Stati Uniti dall’Europa centrale caduta in mano ai nazisti. Tra gli anni Trenta e Quaranta era stato il grande avversario di Keynes. Dove quest’ultimo sosteneva l’importanza dell’intervento dello stato nell’economia, Hayek diceva che invece il suo ruolo doveva essere il più ridotto possibile. Il mercato, sosteneva Hayek, è una forza inconoscibile e imprevedibile: non ha senso tentare di indirizzarne o pianificarne gli esisti. Tutto ciò che un governo dovrebbe fare, diceva, è intervenire per eliminare le barriere alla sua libera e piena espressione. Dopo un iniziale successo, le idee di Hayek furono accantonate. Erano gli anni della Grande Depressione, milioni di persone erano disoccupati e le strade erano piene di poveri e senzatetto. L’idea che la cosa migliore da fare fosse non fare nulla non era politicamente molto attraente.
Ma quando con la crisi economica e la recessione degli anni Settanta lo stato sociale iniziò a non sembrare più sostenibile il suo pensiero, e quello degli altri economisti di quella che era stata soprannominata la “Scuola austriaca”, tornò improvvisamente di attualità. Al posto della centralità dello stato, la nuova dottrina sosteneva la necessità della sua riduzione, del suo ritiro entro confini più ristretti possibile, in modo da lasciare libere di esprimersi le forze dell’inconoscibile mercato di Hayek. Era l’idea di un altro dei politici considerati i padri del neoliberismo, il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, che la espresse perfettamente durante il discorso inaugurale della sua presidenza, nel gennaio del 1981: «Il governo non è la soluzione. Il governo è il problema».

Da allora intellettuali e politici di sinistra non hanno smesso di interrogarsi su cosa accadde in quegli anni. Lo storico Tony Judt, nel suo libro del 2010 “Guasto è il mondo”, scritto mentre era paralizzato dalla sclerosi laterale amiotrofica che lo avrebbe ucciso pochi mesi dopo la pubblicazione, descrisse con amarezza come, a partire dagli anni Ottanta, «nel corso di poco più di un decennio, il paradigma dominante della conversazione pubblica passò dall’interventismo entusiasta e dal perseguimento dei beni comuni a una visione del mondo perfettamente riassunta dal famoso aforisma di Margaret Thatcher: “Non esiste una cosa chiamata società, ci sono solo individui e famiglie”».
Nell’accademia, queste idee furono portate avanti dai “Chicago boys”, un gruppo di economisti americani guidati da Milton Friedman. Furono esportate in tutto il mondo dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione mondiale del commercio (erano le dottrine soprannominate “Washington consenus”). E, come era accaduto trent’anni prima con le idee “keynesiane”, divennero presto egemoni. Tanto da influenzare, almeno in parte, anche i partiti socialdemocratici europei e la sinistra americana.  Tony Blair nel Regno Unito, Bill Clinton negli Stati Uniti e Massimo D’Alema in Italia, venti anni prima di Matteo Renzi, sostennero tutti la necessità di un cambiamento storico nel lessico e nei programmi dei loro partiti. Furono proprio i partiti della sinistra, al potere quasi ovunque in Occidente tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, a introdurre alcune delle più grandi deregolamentazioni e privatizzazioni degli ultimi decenni.
L’asse politico intorno a cui ruotava il dibattito pubblico si era spostato verso destra e tutti i partiti avevano accettato, almeno a parole, i punti salienti dell’agenda neoliberista. Fu Clinton negli Stati Uniti ad approvare la deregolamentazione bancaria che, secondo alcuni economisti, è stata tra le principali cause della crisi finanziaria del 2008. Furono i socialdemocratici tedeschi ad approvare le riforme che hanno liberalizzato il mercato del lavoro tedesco e tagliato lo stato sociale. In Italia, la sinistra partecipò attivamente alla riduzione delle tutele sul lavoro e alla stagione delle privatizzazioni. Come disse all’Economist nel 2006 il ministro per lo Sviluppo economico del nuovo governo di centrosinistra, Pier Luigi Bersani: «Saremo più liberali di Berlusconi».

Il neoliberismo funziona?
La fine del consenso keynesiano e l’inizio del consenso neoliberale sembrò all’epoca una scelta obbligata. Lo stato sociale non era più sostenibile ai livelli degli anni Sessanta e Settanta. Sembrava che i governi facessero solo danni quando intervenivano in economia e l’apertura al commercio internazionale appariva davvero qualcosa da accettare in maniera acritica. A molti sembrò che l’era della differenza tra destra e sinistra fosse definitivamente tramontata, così come in maniera speculare l’era della destra sembrava definitivamente conclusa quando al termine della Seconda guerra mondiale si era affermato il “consenso keynesiano”.
Il presidente francese François Hollande è stato uno di coloro che hanno formulato in maniera più drammatica la sensazione di questa inevitabilità. Hollande fu eletto nel 2012 con un programma di sinistra che sembrava ritornare ai fasti del consenso keynesiano: alta tassazione per i ricchi, nessun taglio alla spesa pubblica, aumento della spesa sociale. Ma una volta arrivato al potere non riuscì ad applicare quasi nulla del suo programma. Il suo consenso precipitò ai minimi storici per vicende diverse. Verso la fine del suo mandato Hollande spostò l’asse del suo governo verso il centro e tentò di far approvare una riforma per liberalizzare il mercato del lavoro, incontrando l’opposizione di milioni di francesi. In un’intervista del 2016 si domandava sconsolato: «Quello che è in gioco oggi è se la sinistra, più che il socialismo, hanno un futuro nel mondo o se la globalizzazione ha ridotto o addirittura annientato la possibilità di portare avanti politiche alternative».
Hollande, però, era probabilmente più drammatico di quanto il momento storico meritasse. Se anche fosse vero che il neoliberismo è stato per decenni un dogma al quale era difficile sfuggire, è almeno dalla crisi economica che le cose sono iniziate a cambiare. Le critiche a un’interpretazione troppo rigida del “consenso neoliberale” hanno iniziato a moltiplicarsi e non solo all’interno dell’accademia. Nel libro del 2013 “Il capitale nel XXI secolo”, di Thomas Piketty, l’economista francese afferma che lasciato a sé stesso il mercato tende inevitabilmente a perpetuare e ad accentuare le diseguaglianze, è stato un successo mondiale e ha suscitato un dibattito anche tra i non addetti ai lavori.
La ricerca economica, inoltre, non è mai stata realmente schiava di questo dogma. Come ha scritto l’economista Dani Rodrik in un articolo uscito sul Guardian proprio questa settimana, il difetto fatale del neoliberismo inteso nella sua versione più dogmatica è che non esistono formule economiche universali, valide in ogni circostanza. Ogni scelta va calata nel suo contesto e i suoi risultati restano spesso imprevedibili. Quello che esiste, scrive Rodrik, è una percezione errata di quello che pensa l’accademia economica su questo tema. Per spiegare cosa intende, Rodrik racconta una breve storiella.
Un giornalista chiama un professore di economia e gli chiede se il commercio internazionale sia una cosa buona. Il professore risponde entusiasticamente che sì, certo che è una buona idea. Pochi giorni dopo il giornalista si traveste da studente e inizia a frequentare un seminario avanzato sul commercio internazionale. Fa la stessa domanda: il commercio internazionale è una cosa buona? Questa volta il professore è seccato: «Cosa intendi per buono?» e «Buono per chi?». Il professore si lancia quindi in un lungo discorso che culmina con una lunga lista di condizioni: «E quindi se il lungo elenco che ho fatto viene soddisfatto, è dando per assodato che possiamo tassare i beneficiari, compensare i perdenti, allora il libero commercio ha la potenzialità per aumentare il benessere di ciascuno». Se il professore fosse particolarmente di buon umore potrebbe anche aggiungere che gli effetti di lungo termine del libero commercio su un’economia non sono affatto chiaro e che dipendono da un lunga lista di requisiti del tutto differente.
In altre parole, l’economista neoliberale secondo cui in ogni caso si produce benessere riducendo le regole, tagliando la spesa pubblica e aprendosi al commercio internazionale esiste quasi esclusivamente nella mente dei politici e dei personaggi televisivi della sinistra radicale. Il problema non è il neoliberismo in quanto tale, ma la sua versione dogmatica e intransigente che più che dalle penne degli economisti emerge dai discorsi dei politici o dai libri degli intellettuali che per vendere copie hanno bisogno di presentare un mondo chiaramente diviso tra bianco e nero. E questo fa sì che anche le critiche al neoliberismo assumano gli stessi toni intransigenti. Non c’è niente di male nella concorrenza, nel mercato o nel commercio internazionale – se questi strumenti vengono utilizzati nelle giuste condizioni e nei modi corretti.
Dove il neoliberismo sbaglia, continua Rodrik, «è nel credere che esista un’unica e universale ricetta per migliorare le performance economica». Bisogna stare attenti a non buttare via le buone idee dell’agenda neoliberista insieme alla sua versione più radicale. Allo stesso tempo non bisogna credere che abbiamo davanti una sola strada da percorrere. Anche se il neoliberismo fosse la via migliore verso la crescita economica, esistono anche altri valori che una società dovrebbe cercare di perseguire: l’inclusione e la giustizia sociale, la stabilità, la democraticità.
A volte questi valori possono essere in contrasto con il perseguimento della crescita economica e questo pone una scelta che, conclude Rodrik, «non può essere fatta sulla base di tecnocratiche ricette economiche: la politica deve giocare un ruolo centrale». E il campo dove gioca questo ruolo è quello dove vige ancora l’antica divisione tra sinistra e destra. È già accaduto in passato che decidessimo che fosse possibile giocare soltanto in una di queste metà campo. Il dibattito di questi anni ci insegna che le cose non stanno davvero così.

venerdì 17 novembre 2017

I troppi leader politici di cui l’Italia non ha davvero bisogno

Viva il pluralismo democratico, ma forse si sta esagerando. Mentre sempre meno italiani vanno a votare, ogni giorno spuntano nuovi leader. La sinistra è un puzzle impazzito di nomi e sigle, le realtà centriste sono almeno una decina. Dopo la discesa in campo di Boldrini e Grasso, torna pure Ingroia.

di Marco Sarti
17 Novembre 2017 - 10:20


L’ultimo arrivato è Antonio Ingroia, ex pm che alle elezioni del 2013 ha guidato Rivoluzione Civile. Stavolta si presenta agli italiani insieme al giornalista Giulietto Chiesa, con cui ha appena fondato “La mossa del cavallo”. Ennesima proposta politica in un Paese che, forse, non ne sentiva poi tanto il bisogno. Non è un problema di idee, ci mancherebbe. Semmai di affollamento. Il fenomeno è curioso e può essere facilmente sintetizzato: in Italia ci sono troppi leader. Basta chiedere a Piero Fassino, il pontiere incaricato dai vertici del Pd di riallacciare il dialogo con la sinistra. In questi giorni il prescelto gira come una trottola. L’agenda fitta di appuntamenti con decine di esponenti politici, ognuno in rappresentanza del proprio movimento. Più che un’alleanza il centrosinistra è diventato un caleidoscopio di nomi e sigle. C’è Pippo Civati alla guida di Possibile, Nicola Fratoianni per Sinistra Italiana. I demoprogressisti di Bersani e D’Alema hanno il volto del coordinatore Roberto Speranza, mentre l’ex sindaco milanese Giuliano Pisapia parla per conto del Campo Progressista. Alcuni leader sembrano già vicini a un accordo con i renziani. Spiccano, tra gli altri, i Radicali Italiani di Riccardo Magi, ma anche i Verdi di Bonelli, i socialisti di Nencini e l’Italia dei Valori di Ignazio Messina. Senza scordare gli europeisti guidati da Benedetto Della Vedova. Una galassia in espansione, che riporta la mente ai quattordici partiti che diedero vita all’Unione di Prodi.

E mentre si cerca l’unità dell’area, continuano a spuntare nuove leadership. Ormai è difficile persino stare dietro a tutti. Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno dato vita all’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza. È il movimento civico del Brancaccio, che al momento potrebbe aver già interrotto la sua corsa. E poi ci sono gli ultimi arrivati. Pietro Grasso e Laura Boldrini, leader in fieri. I presidenti di Camera e Senato sono scesi in campo negli ultimi giorni, entrambi in cerca di un ruolo politico nell’ampio e variegato scenario della sinistra. Una decisione legittima, come spiegava l’atro giorno su Repubblica l’ex presidente di Montecitorio Luciano Violante, che pure ha fatto inalberare non poco qualche renziano.


La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Intanto, a destra e sinistra, ogni giorno spuntano nuovi leader
La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Per farsi un’idea basta osservare quello che accade nel mondo centrista, altra realtà in ebollizione. Anche qui le leadership spuntano come funghi. Si orientano verso il centrosinistra gli esponenti di Alternativa Popolare, guidati da Angelino Alfano. E con loro i Centristi per l’Europa di Pier Ferdinando Casini. Nello stesso schieramento ci sono anche Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, responsabili di Democrazia solidale (ennesimo soggetto nato dall’implosione della Scelta civica montiana). Se il puzzle di centrosinistra si fa sempre più complicato, dall’altra parte del fronte la situazione non è migliore. I protagonisti del centrodestra sono noti: Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. All’ombra dei tre grandi partiti che rappresentano, ecco spuntare una fitta rete di sigle e leadership. L’ex ministro Gaetano Quagliariello è il responsabile del movimento Idea, l’altro ex ministro Gianfranco Rotondi guida Rivoluzione cristiana. Raccontano che un altro ex membro di governo, Raffaele Fitto, potrebbe entrare nella coalizione alla guida del suo partito Direzione Italia. E poi c’è l’Udc di Lorenzo Cesa, altra realtà dallo scudo crociato. E chissà se farà parte del gruppo anche Rinascimento, la realtà politica da poco lanciata da Giulio Tremonti e Vittorio Sgarbi. Altri due leader di tutto rispetto. Sicuramente non ci sarà Flavio Tosi, responsabile di Fare!, su cui i leghisti hanno posto un veto. Mentre restano i dubbi su Energie per l’Italia e il suo fondatore Stefano Parisi, che continua a girare il Paese per radicare il suo movimento.

Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno
Ogni progetto, un partito. Ogni partito, un leader. Pluralismo democratico o distorsione della realtà? A elencarli tutti c’è da farsi venire il mal di testa. Ormai le sigle sono così numerose che senza una semplificazione del quadro, seppure minima, diventa difficile anche decidere per chi votare. In alcuni casi è praticamente impossibile persino trovare le differenze tra una proposta e l’altra. Alzi la mano chi conosce le caratteristiche che distinguono Sinistra Italiana e Possibile. Oppure chi sa spiegare in cosa differiscono i centristi di Casini e gli ex montiani del Centro democratico. Ovunque si guardi, ecco spuntare nuovi leader di partito. E per carità di Patria si parla solo di leadership ufficiali, perché se si dovessero considerare anche le correnti interne ad ogni movimento - bastano quelle del Partito democratico - probabilmente non se ne verrebbe più fuori. Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno.

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Fact-checking e verifica delle fonti.

Non esiste differenza fra giornale cartaceo e digitale. Repubblica applica le sacre regole della professione in ogni suo contenuto. Ogni articolo è sottoposto alla verifica, attraverso l’uso e la consultazione di varie fonti: le agenzie di stampa più autorevoli, i social network, le informazioni raccolte dal giornalista stesso. Ogni notizia va comunque controllata, in una filosofia che accomuna un gruppo editoriale di centinaia di giornalisti. Per la giustizia italiana, non esiste differenza fra contenuti cartacei e digitali. Anche per questo, il lavoro giornalistico di Repubblica segue sempre i binari delle leggi dello Stato.

le Fonti anonime

Repubblica concede la garanzia dell'anonimato a fonti - identificate, ritenute autorevoli e le cui dichiarazioni siano state almeno in parte riscontrate -, che possono correre rischi giudiziari o materiali. Documenti anonimi vengono utilizzati per la realizzazione degli articoli solo quando i contenuti sono stati riscontrati.

Struttura societaria

La Repubblica informa in modo trasparente i suoi lettori sull’assetto proprietario e sulle fonti di finanziamento del gruppo editoriale da cui è pubblicata.
La Repubblica è una delle testate di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., società soggetta alla attività di direzione e coordinamento di CIR S.p.A. GEDI è una società quotata in Borsa Italiana e pubblica i propri bilanci e tutti i documenti societari richiesti dalla legge (incluso il bilancio di sostenibilità), a beneficio di tutti i soci, investitori e lettori. Anche GEDI è dotata di un codice etico che regola la sua attività di impresa.
La Repubblica è stata fondata il 14 gennaio 1976, pubblicata dal Gruppo Editoriale L'Espresso. Nel corso del 2017 è stata perfezionata una operazione di integrazione societaria tra Gruppo Editoriale L'Espresso e il gruppo ITEDI (società editrice de La Stampa e de Il Secolo XIX) che ha dato vita a GEDI Gruppo Editoriale.
La Repubblica si finanzia sul mercato, tramite l’attività di raccolta pubblicitaria, svolta per tutto il gruppo da A. Manzoni & C. S.p.A. e la vendita diretta dei propri prodotti e servizi. Nel bilancio di sostenibilità sono descritte le diverse fonti di finanziamento.

la Gerenza

Fondatore: EUGENIO SCALFARI 

DIREZIONE
Direttore responsabile: Mario Calabresi 
Condirettore: Tommaso Cerno 
Vicedirettori: Fabio Bogo, Dario Cresto-Dina, Gianluca Di Feo, Angelo Rinaldi (ART DIRECTOR), Sergio Rizzo, Giuseppe Smorto 
Caporedattore centrale: Claudio Tito 
Caporedattore vicario: Stefania Aloia 

GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
Sede sociale Via Cristoforo Colombo n. 90 - 00147 Roma Capitale Sociale Euro 61.805.893,20 i.v. R.E.A. Roma n. 192573 - Codice Fiscale e Iscriz. Registro Imprese di Roma n. 00488680588 Partita IVA 00906801006 Società soggetta all'attività di direzione e coordinamento di CIR SpA 

Presidente Onorario: Carlo De Benedetti 

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE 

Presidente: Marco De Benedetti 

Amministratore Delegato: Monica Mondardini 

Consiglieri: Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Elena Ciallie, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, John Elkann, Silvia Merlo, Elisabetta Oliveri, Luca Paravicini Crespi, Carlo Perrone, Michael Zaoui Direttori centrali: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni esterne), Roberto Moro (Risorse Umane) 

DIVISIONE STAMPA NAZIONALE Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma 

Direttore generale: Corrado Corradi Vicedirettore: Giorgio Martelli 

DIVISIONE DIGITALE Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma 

Direttore generale: Massimo Russo 

TITOLARE DEL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 16064 DEL 13-10-1975


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