Pagine

lunedì 20 novembre 2017

Il problema del neoliberismo

di Davide Maria De Luca 

In Italia è un dibattito preso poco sul serio, ma nel resto del mondo sempre più economisti sostengono che il neoliberismo - o almeno la sua versione dogmatica - non funzioni


In Italia non è molto di moda parlare di “neoliberismo”, se non da parte di un gruppo relativamente ristretto che usa questa parola per attaccare chiunque abbia delle posizioni politiche ed economiche anche solo un po’ più a destra del centro. C’è una pagina Facebook, un tempo molto attiva, chiamata “Colpa del neoliberismo”, dove vengono raccolte le migliori dichiarazioni di questo tipo. La pagina deve probabilmente la sua ispirazione alla rubrica “Tutta colpa del liberismo” pubblicata ogni settimana dal quotidiano Il Foglio tra 2015 e 2016. Sfogliandola oggi si possono trovare alcune perle di ironia involontaria, come un appello del 2016 in cui il femminicidio veniva imputato, tra le altre cose, ai «cambiamenti antropologici indotti dallo scatenamento degli istinti animali del neoliberismo». La rubrica ricorda che in altre occasioni il neoliberismo è stato incolpato per i danni causati dai terremoti, per quelli procurati dalle alluvioni e persino per la pratica della depilazione delle ascelle femminili.
Sono esempi che dimostrano come in Italia la parola “neoliberismo” sia spesso usata a sproposito. Per i suoi critici, il “neoliberismo” è un’ideologia pervasiva che ha saturato le nostre vite inculcandoci gli ideali dell’individualismo, dell’egoismo e della competizione ad ogni costo. Avrebbe contagiato anche la vita pubblica, spingendo i governi a tagliare la spesa sociale, a ridurre le tutele e a favorire gli interessi delle grandi società multinazionali. Sono idee che nella loro versione più dogmatica e inflessibile non meritano molta considerazione. Ma la scarsa qualità del dibattito italiano non deve farci dimenticare che un problema esiste. Nel resto del mondo di neoliberismo discutono i principali economisti e anche se i loro toni sono diversi da quelli presi in giro sul Foglio, le loro conclusioni non sono poi tanto differenti. Come ha scritto questa settimana sul Guardian l’economista di Harvard Dani Rodrik, non soltanto è vero che viviamo nell’era del neoliberismo, ma è vero anche che il neoliberismo, almeno nella sua versione più intransigente, è una cattiva idea.
Che cos’è il neoliberismo?
Probabilmente non c’è fonte più autorevole per rispondere a questa domanda del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’organizzazione con sede a Washington che per decenni è stata accusata di esserne la principale centrale propagandistica. Il neoliberismo, hanno scritto nel giugno del 2016 Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri, tre ricercatori del fondo, è una teoria economica che poggia su due assiomi fondamentali. Il primo: la competizione è sempre una cosa positiva e deve essere favorita tramite deregolamentazioni e apertura al commercio internazionale. Il secondo: lo stato deve avere nell’economia il ruolo più ridotto possibile: quindi bisogna privatizzare, tagliare la spesa, ridurre il debito pubblico e il deficit. Gli stessi ricercatori dell’FMI sostengono che l’applicazione rigida di queste teorie non sempre produca risultati positivi. Per questa ragione, aggiunge il capo economista del fondo Maurice Obstfeld in un’intervista allegata all’articolo, sono cambiate le ricette che il fondo raccomanda agli stati che chiedono il suo aiuto. Il suffisso “neo”, in questo caso, significa che i suoi aderenti hanno riscoperto l’importanza del liberismo classico, che agli albori della scienza economica sosteneva la capacità del mercato di auto-regolarsi e la necessità per lo stato di non intromettersi troppo in questo processo.
Ma i tre ricercatori dicono anche un’altra cosa: quando la sinistra accusa il neoliberismo di essere diventato un pensiero egemone nella nostra società ha almeno in parte ragione. Negli ultimi decenni i due assiomi fondamentali del liberismo, apertura alla concorrenza e ritiro dello stato dall’economia, hanno conosciuto una grandissima diffusione. Forse non è proprio “tutta colpa del neoliberismo”, ma quello che è accaduto a partire dagli anni Ottanta fino alla Grande crisi porta incisi i suoi segni, nel bene e nel male.
L’indice composito elaborato dai ricercatori dell’FMI che misura il tasso di adozione di liberalizzazioni del commercio, deregolamentazioni e riduzioni dell’intervento dello stato in economia
Il consenso keynesiano
Nel settembre del 1976 il leader del Partito laburista e Primo ministro britannico James Callaghan tenne un discorso alla conferenza annuale di partito in un clima drammatico. La disoccupazione era in crescita, l’inflazione fuori controllo e i potenti sindacati bloccavano ogni tentativo di riforma. La situazione era così grave che proprio in quei giorni il governo britannico aveva chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 3,9 miliardi di dollari. Callaghan andò subito al nocciolo della questione.
«A lungo abbiamo pensato che fosse possibile spendere denaro pubblico per uscire da una recessione, che fosse possibile far crescere l’occupazione tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica. Oggi vi dico, con tutto il candore possibile, che questa opzione non esiste più»
 
Oggi il discorso di Callaghan è considerato uno dei momenti chiave nella recente storia economica dell’Occidente. Di fronte alla stagnazione e alla crisi degli anni Settanta, il primo ministro britannico stava dicendo che il vecchio modello economico, che aveva trovato d’accordo laburisti e conservatori per i 30 anni precedenti, non andava più bene. Nel Regno Unito, il periodo storico che alcuni fanno terminare con il discorso di Callaghan è stato soprannominato l’epoca del “consenso”, un trentennio in cui i due principali partiti si trovarono d’accordo, pur con qualche differenza, su una serie di idee fondamentali, fra cui due su tutte. Era giusto che lo stato avesse un grosso spazio nell’economia e che possedesse direttamente e che gestisse grandi industrie di importanza nazionale. Era giusto che alla popolazione fossero forniti un sistema sanitario nazionale gratuito, educazione a basso costo, alloggi popolari.
Nel resto del mondo sviluppato la situazione non era molto diversa. Quasi ovunque, indipendentemente dal colore politico dei governi in carica, il periodo tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta è stato un’epoca di crescente intervento dello stato nell’economia, di aumento delle tutele per i lavoratori, di regolamentazioni, crescita dei salari e delle dimensioni dello stato sociale. A livello macroeconomico, fu un’epoca in cui molti stati, come il Regno Unito, utilizzarono in maniera sistematica la spesa pubblica per mantenere alto il livello di occupazione, iniettando nell’economia montagne di denaro ogni qual volta la situazione sembrava stagnare. Questo periodo a volte viene chiamato l’epoca del “consenso keynesiano”, da John Maynard Keynes, l’economista britannico inventore della moderna macroeconomia e teorico dell’intervento dello stato nell’economia.
Furono gli anni in cui il congresso americano, dominato dai democratici, approvò le grandi riforme dello stato sociale e dei diritti civili come i buoni pasto per i cittadini più poveri, la copertura sanitaria per gli anziani e le famiglie meno ricche e in cui finanziò la diffusione di una estesissima rete di radio pubbliche. Il Regno Unito visse una grande stagione di intervento statale nell’economia, con la nazionalizzazione delle miniere di carbone e la creazione di un vasto e moderno stato sociale. Il pensiero keynesiano era egemone, e una volta arrivati al potere i governi di centrodestra lasciavano intatte e, spesso, addirittura espandevano le politiche adottate da quelli di sinistra. L’Italia fu forse uno degli esempi migliori di questa egemonia di pensiero. La sinistra italiana ottenne tutte le principali conquiste sociali ed economiche stando perennemente all’opposizione. Per quarant’anni, tranne sparute pattuglie di liberali, nessuno dei partiti di governo si sognò di dire che la spesa pubblica doveva essere tagliata o che bisognava privatizzare le grandi aziende pubbliche.
Ma come tutti le ideologie che restano egemoni troppo a lungo, il “consenso keynesiano” iniziò presto a diventare dogmatico e inflessibile. Come disse Keynes dopo una cena con alcuni economisti che dicevano di essere suoi sostenitori «ero l’unico non keynesiano seduto al tavolo». La crisi petrolifera del 1973 e la recessione che gli fece seguito colsero i governi impreparati. La risposta consueta a questo tipo di problemi, aumentare la spesa pubblica per riportare la piena occupazione, unita all’aumento spesso automatico dei salari, produsse quasi ovunque altissimi livelli di inflazione. I vecchi metodi non funzionavano più. Bisognava trovare qualcosa di nuovo.
Il consenso neoliberale
Un anno prima del discorso di Callaghan, il Partito Conservatore britannico aveva eletto la sua prima leader donna, la figlia determinata e ambiziosa di un piccolo commerciante dell’Inghilterra meridionale: Margaret Thatcher. Nel 1975, poco dopo la sua elezione, Thatcher partecipò, per la prima e unica volta, a una riunione del prestigioso Centro studi del Partito Conservatore. Uno degli esperti aveva preparato un discorso nella piena tradizione della politica del consenso britannica. Il partito, disse, avrebbe dovuto rimanere saldamente al centro, tenendosi lontano dalle esagerazioni della sinistra ma anche da quelle della destra. Thatcher non lo lasciò nemmeno finire. Tirò fuori un libro dalla borsa e lo tenne alto, affinché tutti potessero vederne il titolo. Era “La società libera”, dell’economista austriaco Friedrich Von Hayek. «Questo è quello in cui crediamo», disse e lo sbatté rumorosamente sul tavolo.
Von Hayek era il più importante di un gruppo di economisti fuggiti nel Regno Unito e negli Stati Uniti dall’Europa centrale caduta in mano ai nazisti. Tra gli anni Trenta e Quaranta era stato il grande avversario di Keynes. Dove quest’ultimo sosteneva l’importanza dell’intervento dello stato nell’economia, Hayek diceva che invece il suo ruolo doveva essere il più ridotto possibile. Il mercato, sosteneva Hayek, è una forza inconoscibile e imprevedibile: non ha senso tentare di indirizzarne o pianificarne gli esisti. Tutto ciò che un governo dovrebbe fare, diceva, è intervenire per eliminare le barriere alla sua libera e piena espressione. Dopo un iniziale successo, le idee di Hayek furono accantonate. Erano gli anni della Grande Depressione, milioni di persone erano disoccupati e le strade erano piene di poveri e senzatetto. L’idea che la cosa migliore da fare fosse non fare nulla non era politicamente molto attraente.
Ma quando con la crisi economica e la recessione degli anni Settanta lo stato sociale iniziò a non sembrare più sostenibile il suo pensiero, e quello degli altri economisti di quella che era stata soprannominata la “Scuola austriaca”, tornò improvvisamente di attualità. Al posto della centralità dello stato, la nuova dottrina sosteneva la necessità della sua riduzione, del suo ritiro entro confini più ristretti possibile, in modo da lasciare libere di esprimersi le forze dell’inconoscibile mercato di Hayek. Era l’idea di un altro dei politici considerati i padri del neoliberismo, il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, che la espresse perfettamente durante il discorso inaugurale della sua presidenza, nel gennaio del 1981: «Il governo non è la soluzione. Il governo è il problema».

Da allora intellettuali e politici di sinistra non hanno smesso di interrogarsi su cosa accadde in quegli anni. Lo storico Tony Judt, nel suo libro del 2010 “Guasto è il mondo”, scritto mentre era paralizzato dalla sclerosi laterale amiotrofica che lo avrebbe ucciso pochi mesi dopo la pubblicazione, descrisse con amarezza come, a partire dagli anni Ottanta, «nel corso di poco più di un decennio, il paradigma dominante della conversazione pubblica passò dall’interventismo entusiasta e dal perseguimento dei beni comuni a una visione del mondo perfettamente riassunta dal famoso aforisma di Margaret Thatcher: “Non esiste una cosa chiamata società, ci sono solo individui e famiglie”».
Nell’accademia, queste idee furono portate avanti dai “Chicago boys”, un gruppo di economisti americani guidati da Milton Friedman. Furono esportate in tutto il mondo dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione mondiale del commercio (erano le dottrine soprannominate “Washington consenus”). E, come era accaduto trent’anni prima con le idee “keynesiane”, divennero presto egemoni. Tanto da influenzare, almeno in parte, anche i partiti socialdemocratici europei e la sinistra americana.  Tony Blair nel Regno Unito, Bill Clinton negli Stati Uniti e Massimo D’Alema in Italia, venti anni prima di Matteo Renzi, sostennero tutti la necessità di un cambiamento storico nel lessico e nei programmi dei loro partiti. Furono proprio i partiti della sinistra, al potere quasi ovunque in Occidente tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, a introdurre alcune delle più grandi deregolamentazioni e privatizzazioni degli ultimi decenni.
L’asse politico intorno a cui ruotava il dibattito pubblico si era spostato verso destra e tutti i partiti avevano accettato, almeno a parole, i punti salienti dell’agenda neoliberista. Fu Clinton negli Stati Uniti ad approvare la deregolamentazione bancaria che, secondo alcuni economisti, è stata tra le principali cause della crisi finanziaria del 2008. Furono i socialdemocratici tedeschi ad approvare le riforme che hanno liberalizzato il mercato del lavoro tedesco e tagliato lo stato sociale. In Italia, la sinistra partecipò attivamente alla riduzione delle tutele sul lavoro e alla stagione delle privatizzazioni. Come disse all’Economist nel 2006 il ministro per lo Sviluppo economico del nuovo governo di centrosinistra, Pier Luigi Bersani: «Saremo più liberali di Berlusconi».

Il neoliberismo funziona?
La fine del consenso keynesiano e l’inizio del consenso neoliberale sembrò all’epoca una scelta obbligata. Lo stato sociale non era più sostenibile ai livelli degli anni Sessanta e Settanta. Sembrava che i governi facessero solo danni quando intervenivano in economia e l’apertura al commercio internazionale appariva davvero qualcosa da accettare in maniera acritica. A molti sembrò che l’era della differenza tra destra e sinistra fosse definitivamente tramontata, così come in maniera speculare l’era della destra sembrava definitivamente conclusa quando al termine della Seconda guerra mondiale si era affermato il “consenso keynesiano”.
Il presidente francese François Hollande è stato uno di coloro che hanno formulato in maniera più drammatica la sensazione di questa inevitabilità. Hollande fu eletto nel 2012 con un programma di sinistra che sembrava ritornare ai fasti del consenso keynesiano: alta tassazione per i ricchi, nessun taglio alla spesa pubblica, aumento della spesa sociale. Ma una volta arrivato al potere non riuscì ad applicare quasi nulla del suo programma. Il suo consenso precipitò ai minimi storici per vicende diverse. Verso la fine del suo mandato Hollande spostò l’asse del suo governo verso il centro e tentò di far approvare una riforma per liberalizzare il mercato del lavoro, incontrando l’opposizione di milioni di francesi. In un’intervista del 2016 si domandava sconsolato: «Quello che è in gioco oggi è se la sinistra, più che il socialismo, hanno un futuro nel mondo o se la globalizzazione ha ridotto o addirittura annientato la possibilità di portare avanti politiche alternative».
Hollande, però, era probabilmente più drammatico di quanto il momento storico meritasse. Se anche fosse vero che il neoliberismo è stato per decenni un dogma al quale era difficile sfuggire, è almeno dalla crisi economica che le cose sono iniziate a cambiare. Le critiche a un’interpretazione troppo rigida del “consenso neoliberale” hanno iniziato a moltiplicarsi e non solo all’interno dell’accademia. Nel libro del 2013 “Il capitale nel XXI secolo”, di Thomas Piketty, l’economista francese afferma che lasciato a sé stesso il mercato tende inevitabilmente a perpetuare e ad accentuare le diseguaglianze, è stato un successo mondiale e ha suscitato un dibattito anche tra i non addetti ai lavori.
La ricerca economica, inoltre, non è mai stata realmente schiava di questo dogma. Come ha scritto l’economista Dani Rodrik in un articolo uscito sul Guardian proprio questa settimana, il difetto fatale del neoliberismo inteso nella sua versione più dogmatica è che non esistono formule economiche universali, valide in ogni circostanza. Ogni scelta va calata nel suo contesto e i suoi risultati restano spesso imprevedibili. Quello che esiste, scrive Rodrik, è una percezione errata di quello che pensa l’accademia economica su questo tema. Per spiegare cosa intende, Rodrik racconta una breve storiella.
Un giornalista chiama un professore di economia e gli chiede se il commercio internazionale sia una cosa buona. Il professore risponde entusiasticamente che sì, certo che è una buona idea. Pochi giorni dopo il giornalista si traveste da studente e inizia a frequentare un seminario avanzato sul commercio internazionale. Fa la stessa domanda: il commercio internazionale è una cosa buona? Questa volta il professore è seccato: «Cosa intendi per buono?» e «Buono per chi?». Il professore si lancia quindi in un lungo discorso che culmina con una lunga lista di condizioni: «E quindi se il lungo elenco che ho fatto viene soddisfatto, è dando per assodato che possiamo tassare i beneficiari, compensare i perdenti, allora il libero commercio ha la potenzialità per aumentare il benessere di ciascuno». Se il professore fosse particolarmente di buon umore potrebbe anche aggiungere che gli effetti di lungo termine del libero commercio su un’economia non sono affatto chiaro e che dipendono da un lunga lista di requisiti del tutto differente.
In altre parole, l’economista neoliberale secondo cui in ogni caso si produce benessere riducendo le regole, tagliando la spesa pubblica e aprendosi al commercio internazionale esiste quasi esclusivamente nella mente dei politici e dei personaggi televisivi della sinistra radicale. Il problema non è il neoliberismo in quanto tale, ma la sua versione dogmatica e intransigente che più che dalle penne degli economisti emerge dai discorsi dei politici o dai libri degli intellettuali che per vendere copie hanno bisogno di presentare un mondo chiaramente diviso tra bianco e nero. E questo fa sì che anche le critiche al neoliberismo assumano gli stessi toni intransigenti. Non c’è niente di male nella concorrenza, nel mercato o nel commercio internazionale – se questi strumenti vengono utilizzati nelle giuste condizioni e nei modi corretti.
Dove il neoliberismo sbaglia, continua Rodrik, «è nel credere che esista un’unica e universale ricetta per migliorare le performance economica». Bisogna stare attenti a non buttare via le buone idee dell’agenda neoliberista insieme alla sua versione più radicale. Allo stesso tempo non bisogna credere che abbiamo davanti una sola strada da percorrere. Anche se il neoliberismo fosse la via migliore verso la crescita economica, esistono anche altri valori che una società dovrebbe cercare di perseguire: l’inclusione e la giustizia sociale, la stabilità, la democraticità.
A volte questi valori possono essere in contrasto con il perseguimento della crescita economica e questo pone una scelta che, conclude Rodrik, «non può essere fatta sulla base di tecnocratiche ricette economiche: la politica deve giocare un ruolo centrale». E il campo dove gioca questo ruolo è quello dove vige ancora l’antica divisione tra sinistra e destra. È già accaduto in passato che decidessimo che fosse possibile giocare soltanto in una di queste metà campo. Il dibattito di questi anni ci insegna che le cose non stanno davvero così.

venerdì 17 novembre 2017

I troppi leader politici di cui l’Italia non ha davvero bisogno

Viva il pluralismo democratico, ma forse si sta esagerando. Mentre sempre meno italiani vanno a votare, ogni giorno spuntano nuovi leader. La sinistra è un puzzle impazzito di nomi e sigle, le realtà centriste sono almeno una decina. Dopo la discesa in campo di Boldrini e Grasso, torna pure Ingroia.

di Marco Sarti
17 Novembre 2017 - 10:20


L’ultimo arrivato è Antonio Ingroia, ex pm che alle elezioni del 2013 ha guidato Rivoluzione Civile. Stavolta si presenta agli italiani insieme al giornalista Giulietto Chiesa, con cui ha appena fondato “La mossa del cavallo”. Ennesima proposta politica in un Paese che, forse, non ne sentiva poi tanto il bisogno. Non è un problema di idee, ci mancherebbe. Semmai di affollamento. Il fenomeno è curioso e può essere facilmente sintetizzato: in Italia ci sono troppi leader. Basta chiedere a Piero Fassino, il pontiere incaricato dai vertici del Pd di riallacciare il dialogo con la sinistra. In questi giorni il prescelto gira come una trottola. L’agenda fitta di appuntamenti con decine di esponenti politici, ognuno in rappresentanza del proprio movimento. Più che un’alleanza il centrosinistra è diventato un caleidoscopio di nomi e sigle. C’è Pippo Civati alla guida di Possibile, Nicola Fratoianni per Sinistra Italiana. I demoprogressisti di Bersani e D’Alema hanno il volto del coordinatore Roberto Speranza, mentre l’ex sindaco milanese Giuliano Pisapia parla per conto del Campo Progressista. Alcuni leader sembrano già vicini a un accordo con i renziani. Spiccano, tra gli altri, i Radicali Italiani di Riccardo Magi, ma anche i Verdi di Bonelli, i socialisti di Nencini e l’Italia dei Valori di Ignazio Messina. Senza scordare gli europeisti guidati da Benedetto Della Vedova. Una galassia in espansione, che riporta la mente ai quattordici partiti che diedero vita all’Unione di Prodi.

E mentre si cerca l’unità dell’area, continuano a spuntare nuove leadership. Ormai è difficile persino stare dietro a tutti. Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno dato vita all’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza. È il movimento civico del Brancaccio, che al momento potrebbe aver già interrotto la sua corsa. E poi ci sono gli ultimi arrivati. Pietro Grasso e Laura Boldrini, leader in fieri. I presidenti di Camera e Senato sono scesi in campo negli ultimi giorni, entrambi in cerca di un ruolo politico nell’ampio e variegato scenario della sinistra. Una decisione legittima, come spiegava l’atro giorno su Repubblica l’ex presidente di Montecitorio Luciano Violante, che pure ha fatto inalberare non poco qualche renziano.


La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Intanto, a destra e sinistra, ogni giorno spuntano nuovi leader
La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Per farsi un’idea basta osservare quello che accade nel mondo centrista, altra realtà in ebollizione. Anche qui le leadership spuntano come funghi. Si orientano verso il centrosinistra gli esponenti di Alternativa Popolare, guidati da Angelino Alfano. E con loro i Centristi per l’Europa di Pier Ferdinando Casini. Nello stesso schieramento ci sono anche Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, responsabili di Democrazia solidale (ennesimo soggetto nato dall’implosione della Scelta civica montiana). Se il puzzle di centrosinistra si fa sempre più complicato, dall’altra parte del fronte la situazione non è migliore. I protagonisti del centrodestra sono noti: Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. All’ombra dei tre grandi partiti che rappresentano, ecco spuntare una fitta rete di sigle e leadership. L’ex ministro Gaetano Quagliariello è il responsabile del movimento Idea, l’altro ex ministro Gianfranco Rotondi guida Rivoluzione cristiana. Raccontano che un altro ex membro di governo, Raffaele Fitto, potrebbe entrare nella coalizione alla guida del suo partito Direzione Italia. E poi c’è l’Udc di Lorenzo Cesa, altra realtà dallo scudo crociato. E chissà se farà parte del gruppo anche Rinascimento, la realtà politica da poco lanciata da Giulio Tremonti e Vittorio Sgarbi. Altri due leader di tutto rispetto. Sicuramente non ci sarà Flavio Tosi, responsabile di Fare!, su cui i leghisti hanno posto un veto. Mentre restano i dubbi su Energie per l’Italia e il suo fondatore Stefano Parisi, che continua a girare il Paese per radicare il suo movimento.

Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno
Ogni progetto, un partito. Ogni partito, un leader. Pluralismo democratico o distorsione della realtà? A elencarli tutti c’è da farsi venire il mal di testa. Ormai le sigle sono così numerose che senza una semplificazione del quadro, seppure minima, diventa difficile anche decidere per chi votare. In alcuni casi è praticamente impossibile persino trovare le differenze tra una proposta e l’altra. Alzi la mano chi conosce le caratteristiche che distinguono Sinistra Italiana e Possibile. Oppure chi sa spiegare in cosa differiscono i centristi di Casini e gli ex montiani del Centro democratico. Ovunque si guardi, ecco spuntare nuovi leader di partito. E per carità di Patria si parla solo di leadership ufficiali, perché se si dovessero considerare anche le correnti interne ad ogni movimento - bastano quelle del Partito democratico - probabilmente non se ne verrebbe più fuori. Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno.

Ecco il Codice Etico di Repubblica

PREMESSA



Da sempre attento al rispetto delle persone e delle leggi, il quotidiano Repubblica si dota con questo documento di un codice etico, in cui riafferma i suoi principi, i suoi obiettivi morali e sociali, la sua fiducia nelle Istituzioni del nostro paese. Questo documento sottolinea l’impegno dei giornalisti, dei dirigenti e degli impiegati a svolgere correttamente e in piena trasparenza la propria professione. Siamo coscienti che ogni nostro comportamento sarà giudicato nel nome della legge e del nostro pubblico.


LA MISSIONE
La missione di Repubblica è di creare un pubblico informato, attivo, sollecitato alla partecipazione alla vita pubblica grazie a una migliore e più approfondita comprensione degli eventi, delle idee, della cultura in Italia e nel mondo. A questo scopo, Repubblica raccoglie, verifica, riporta, produce e distribuisce informazione e altri contenuti che servano il pubblico interesse e aiutino a mantenere un sano ambiente di vita collettiva.


GLI OBIETTIVI
Repubblica è un giornale laico che guarda con attenzione al rispetto dei diritti civili sotto ogni latitudine e sotto ogni governo. Lavora per l’inclusione, la valorizzazione delle differenze, contro ogni deriva oscurantista e antiscientifica. Repubblica è un punto di riferimento per chi chiede conto alle autorità del loro operato, per chi pretende trasparenza, per tutti coloro che vengono lasciati ai margini della società. E nello stesso tempo riflette e anticipa i mutamenti negli stili di vita, le curiosità culturali, le tendenze di una società in continua e rapida evoluzione.


LA STORIA
40 anni con i lettori-cittadini, nel segno dell’Europa. Fondata nel 1976 da Eugenio Scalfari, la Repubblica è un quotidiano italiano che guarda all’Europa come luogo di sviluppo e progresso. Il suo obiettivo: non solo informare, ma anche aiutare i lettori a capire la realtà complessa dei nostri anni, affinché possano davvero esercitare il loro diritto di cittadinanza. Repubblica si pone dunque come strumento dell’identità libera e collettiva dei suoi lettori. Repubblica è nata in una fase difficile e oscura della vita pubblica italiana. La sua voce libera e laica ha contribuito a riconnettere un tessuto lacerato e a illuminare angoli bui della nostra storia, accompagnando le diverse fasi della vita democratica del Paese. Una linea di responsabilità storica e pubblica che è rintracciabile nelle dichiarazioni di intenti dei tre direttori (Eugenio ScalfariEzio MauroMario Calabresi) che hanno guidato questa testata dal 1976.


LA COMUNITÀ
Repubblica è cresciuta, dalla nascita nel 1976, insieme alla comunità dei suoi lettori. Ogni anno dal 2012 si tiene la Repubblica delle Idee, la grande festa itinerante in cui il pubblico di Repubblica incontra i giornalisti, personaggi della vita pubblica italiana e internazionale e apre un dialogo che prosegue per tutto l’anno.


CREDIBILITÀ E FIDUCIA
Cardine di questo lavoro è il rapporto di interscambio con i lettori, che richiede attenzione continua e reciproca collaborazione e si basa sulla credibilità del lavoro giornalistico e l’ambizione di conquistare la fiducia della comunità dei lettori, ogni giorno come fosse il primo giorno. La Repubblica aderisce al Trust Project, progetto internazionale per la fiducia nei giornali (www.thetrustproject.org), ritenendo che l’adozione di regole etiche possa tutelare e incrementare la reputazione del collettivo di Repubblica, dei suoi singoli componenti e del suo prodotto giornalistico, su carta e online. Per poter restituire al meglio questo impegno, i suoi giornalisti, i tecnici e tutti coloro che lavorano nell’impresa Repubblica aderiscono a questi principi di etica improntati alla massima trasparenza e responsabilità. I principi non sono fatti solo per rispondere a delle esigenze, ma anche e soprattutto per sollevarne di nuove. Il dialogo continuo su come applicare questi principi nel nostro lavoro quotidiano permetterà di produrre un giornalismo degno del nome di Repubblica e del pubblico che serve.


 
LA DEONTOLOGIA DEI GIORNALISTI

A integrazione del presente codice etico, i giornalisti e i collaboratori de La Repubblica sono inoltre tenuti al rispetto del codice di autodisciplina dei giornalisti italiani  
Il codice di autodisciplina è il testo unico dei doveri del giornalista stilato dall’Ordine nazionale dei giornalisti, che recepisce i contenuti dei seguenti documenti:
  • Carta dei doveri del giornalista;
  • Carta dei doveri del giornalista degli Uffici stampa;
  • Carta dei doveri dell’informazione economica; Carta di Firenze;
  • Carta di Milano;
  • Carta di Perugia;
  • Carta di Roma;
  • Carta di Treviso;
  • Carta informazione e pubblicità;
  • Carta informazione e sondaggi;
  • Codice di deontologia relativo alle attività giornalistiche;
  • Codice in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive;
  • Decalogo del giornalismo sportivo.


Tutti i soggetti che lavorano per il giornale accettano le sue regole. Questo codice etico è sottoscritto dai vertici aziendali, dall’amministrazione, dai dipendenti, dai collaboratori e da tutti coloro che operano a vario titolo a nome e per conto de La Repubblica

I valori di Repubblica




1.ACCURATEZZA
Il nostro intento è la ricerca della verità. La verifica accurata è la priorità. Ciò che riportiamo deve essere corretto e contestualizzato. Non assumiamo per vero tutto ciò che ci viene detto e non ci facciamo influenzare dalle nostre convinzioni personali.


2. COMPLETEZZA
Nella misura del possibile raccontiamo le nostre storie con completezza e chiarezza di contesto. Se per motivi di spazio o tempo non riusciamo a inserire tutte le informazioni che abbiamo a disposizione, il lavoro editoriale deve essere accurato al fine di non omettere o sacrificare aspetti della storia che snaturino la verità così come l’abbiamo appurata.


3. ONESTÀ
Chi svolge il lavoro giornalistico con onestà dà prova di meritare la fiducia del pubblico. Nel nostro lavoro operiamo con genuinità e trasparenza. Citiamo e attribuiamo con chiarezza le fonti delle nostre informazioni. Evitiamo iperbole e ipotesi sensazionalistiche. Non utilizziamo ricostruzioni di fantasia. Solo in rare occasioni – in cui ci siano implicazioni di sicurezza per noi o per soggetti terzi – possiamo agire senza dichiarare la nostra identità. Una volta giunto il momento di riportare la storia, sveliamo perché non abbiamo dichiarato di essere giornalisti. L’utilizzo di fonti anonime deve essere limitato al minimo indispensabile e deve essere spiegato.


4. INDIPENDENZA
La Repubblica rifiuta i condizionamenti politici e la corruzione: nessuno può richiedere denaro o altri vantaggi per eseguire prestazioni indebite. Per garantirlo, ogni decisione presa deve essere adeguatamente verificata e comunque verificabile. I conflitti d’interesse vanno denunciati e sono sanzionati. Ogni potenziale conflitto di interesse va comunicato e valutato insieme agli organi dirigenti del giornale. Le decisioni editoriali sono totalmente indipendenti dalla proprietà dell’impresa Repubblica.


5. IMPARZIALITÀ
Chi lavora a Repubblica naturalmente ha opinioni, convinzioni, credo personali che rendono più ricco l’ambiente da cui nascono i nostri prodotti. Ma il pubblico merita una visione equa, imparziale, non influenzata da punti di vista personali. Gli spazi dei commenti sono chiaramente separati e individuabili all’interno dei prodotti editoriali di Repubblica.


6. TRASPARENZA
La credibilità del giornale passa anche per la chiarezza sui suoi processi decisionali e produttivi, nei limiti della normale dinamica di vita interna del luogo di lavoro. Ci sforziamo di comunicare all’esterno tutto quanto possa contribuire a spiegare come siamo arrivati al prodotto finale, soprattutto quando le nostre scelte sono state difficoltose. Rendiamo pubblico ogni rapporto con partner o finanziatori che possono apparire avere un’influenza sul nostro lavoro.


7. SOCIAL MEDIA
La Repubblica regola l’uso dei social media con un decalogo deontologico che i propri giornalisti sono tenuti a rispettare.



8. RESPONSABILITÀ
Ci assumiamo la piena responsabilità per il nostro lavoro e dobbiamo essere sempre pronti a risponderne. Così come diamo rilievo alle nostre fonti, altrettanta importanza attribuiamo ai contributi e alle critiche dei lettori e, nei limiti del possibile, cerchiamo di rispondere. Gli errori sono inevitabili. Quando avvengono, li correggiamo immediatamente.


9. RISPETTO
Tutti coloro che vengono coinvolti in qualsiasi ruolo dal nostro giornalismo meritano rispetto e considerazione. Manteniamo toni e atteggiamenti civili, sia nell’esercizio della funzione giornalistica che nella formulazione dei nostri contenuti. Ascoltiamo e cerchiamo l’interlocuzione, mai il confronto. Teniamo in grande considerazione le differenti attitudini e culture. A tutti i soggetti del nostro giornalismo garantiamo il rispetto della privacy.


10. QUALITÀ
Il giornalismo di Repubblica assume il suo massimo valore quando riesce a coniugare la ricerca della verità con una narrazione coinvolgente. Mettiamo la massima cura nell’uso corretto della lingua e dei linguaggi audiovisivi e nella confezione finale dei nostri prodotti per garantire che la qualità del nostro prodotto si distingua dagli altri. Ma non permettiamo che la forma prevalga sulla sostanza, che la ricerca del sensazionalismo oscuri o distorca l’essenza del puro spirito informativo che ci guida.


11. VERIFICA
La Repubblica si impegna a promuovere e diffondere queste linee guida, ad aggiornarle regolarmente, anche attraverso il dialogo con il pubblico, e ad assicurarne l’applicazione. Eventuali infrazioni - che saranno valutate e sanzionate - possono essere segnalate al seguente indirizzo email:
etica@repubblica.it

Politica delle correzioni

Il nostro sito si impegna a correggere gli errori e le imperfezioni contenute negli articoli. Le correzioni vengono evidenziate all’interno o in calce all’articolo, specificandone la data e l’ora. Vengono inoltre pubblicate le lettere e le richieste di precisazione.

Fact-checking e verifica delle fonti.

Non esiste differenza fra giornale cartaceo e digitale. Repubblica applica le sacre regole della professione in ogni suo contenuto. Ogni articolo è sottoposto alla verifica, attraverso l’uso e la consultazione di varie fonti: le agenzie di stampa più autorevoli, i social network, le informazioni raccolte dal giornalista stesso. Ogni notizia va comunque controllata, in una filosofia che accomuna un gruppo editoriale di centinaia di giornalisti. Per la giustizia italiana, non esiste differenza fra contenuti cartacei e digitali. Anche per questo, il lavoro giornalistico di Repubblica segue sempre i binari delle leggi dello Stato.

le Fonti anonime

Repubblica concede la garanzia dell'anonimato a fonti - identificate, ritenute autorevoli e le cui dichiarazioni siano state almeno in parte riscontrate -, che possono correre rischi giudiziari o materiali. Documenti anonimi vengono utilizzati per la realizzazione degli articoli solo quando i contenuti sono stati riscontrati.

Struttura societaria

La Repubblica informa in modo trasparente i suoi lettori sull’assetto proprietario e sulle fonti di finanziamento del gruppo editoriale da cui è pubblicata.
La Repubblica è una delle testate di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., società soggetta alla attività di direzione e coordinamento di CIR S.p.A. GEDI è una società quotata in Borsa Italiana e pubblica i propri bilanci e tutti i documenti societari richiesti dalla legge (incluso il bilancio di sostenibilità), a beneficio di tutti i soci, investitori e lettori. Anche GEDI è dotata di un codice etico che regola la sua attività di impresa.
La Repubblica è stata fondata il 14 gennaio 1976, pubblicata dal Gruppo Editoriale L'Espresso. Nel corso del 2017 è stata perfezionata una operazione di integrazione societaria tra Gruppo Editoriale L'Espresso e il gruppo ITEDI (società editrice de La Stampa e de Il Secolo XIX) che ha dato vita a GEDI Gruppo Editoriale.
La Repubblica si finanzia sul mercato, tramite l’attività di raccolta pubblicitaria, svolta per tutto il gruppo da A. Manzoni & C. S.p.A. e la vendita diretta dei propri prodotti e servizi. Nel bilancio di sostenibilità sono descritte le diverse fonti di finanziamento.

la Gerenza

Fondatore: EUGENIO SCALFARI 

DIREZIONE
Direttore responsabile: Mario Calabresi 
Condirettore: Tommaso Cerno 
Vicedirettori: Fabio Bogo, Dario Cresto-Dina, Gianluca Di Feo, Angelo Rinaldi (ART DIRECTOR), Sergio Rizzo, Giuseppe Smorto 
Caporedattore centrale: Claudio Tito 
Caporedattore vicario: Stefania Aloia 

GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
Sede sociale Via Cristoforo Colombo n. 90 - 00147 Roma Capitale Sociale Euro 61.805.893,20 i.v. R.E.A. Roma n. 192573 - Codice Fiscale e Iscriz. Registro Imprese di Roma n. 00488680588 Partita IVA 00906801006 Società soggetta all'attività di direzione e coordinamento di CIR SpA 

Presidente Onorario: Carlo De Benedetti 

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE 

Presidente: Marco De Benedetti 

Amministratore Delegato: Monica Mondardini 

Consiglieri: Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Elena Ciallie, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, John Elkann, Silvia Merlo, Elisabetta Oliveri, Luca Paravicini Crespi, Carlo Perrone, Michael Zaoui Direttori centrali: Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni esterne), Roberto Moro (Risorse Umane) 

DIVISIONE STAMPA NAZIONALE Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma 

Direttore generale: Corrado Corradi Vicedirettore: Giorgio Martelli 

DIVISIONE DIGITALE Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma 

Direttore generale: Massimo Russo 

TITOLARE DEL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 16064 DEL 13-10-1975


REPUBBLICA.IT

Responsabile: Alessio Balbi
Vice: Andrea Di Nicola
Responsabile curation: Angelo Melone


DESK 
Gabriele Bonincontro
Rosa Femia
Claudio Gerino
Salvatore Mannironi
Raffaella Menichini (social media editor)
Gianluca Moresco
Michela Scacchioli
Alessio Sgherza
Alessandra Vitali


CURATION E REDAZIONE 
Agnese Ananasso
Simona Casalini
Giovanni Gagliardi
Paolo Gallori
Alessia Manfredi (social)
Piera Matteucci
Katia Riccardi


TECNOLOGIA - SCIENZA - AMBIENTE
Daniele Vulpi
Gaia Scorza Barcellona
Tiziano Toniutti


ARTE - VIAGGI
Arturo Cocchi


AUTOMOTORI
Vincenzo Borgomeo


Multimedia a cura del Visual Desk - Elemedia
Direttore Visual Desk: Andrea Galdi
Vicedirettrice Laura Pertici
Caporedattore Paolo De Michele


PUBBLICITÀ
A. Manzoni & C. - via Nervesa, 21 - 20139 Milano

Scrivi a Repubblica

Per segnalazioni urgenti al desk del sito: desk_repubblica.it@repubblica.it


Per scrivere alla redazione di Repubblica.it: repubblicawww@repubblica.it 
In caso di problemi o errori, si prega sempre di indicare l'indirizzo URL completo


Per scrivere alla redazione di Repubblica: rubrica.lettere@repubblica.it


Per scrivere alla redazione motori: motori@repubblica.it


Per scrivere alla redazione di Repubblica Tv: replive@repubblica.it


Per gli abbonamenti al quotidiano cartaceo: abbonamenti@repubblica.it


Per gli abbonamenti al quotidiano versione digitale: pass@repubblica.it


Per scrivere al Servizio Clienti: pass@repubblica.it
Il servizio fornisce informazioni su iniziative promozionali, supplementi, fascicoli e arretrati


Per segnalare problemi di sicurezza online: security@kataweb.it

mercoledì 1 novembre 2017

Ma quale rivoluzionario, Lutero era un leader populista!

Pubblico questo articolo, apparso  su "ildibbio.news"  in ricordo dei miei genitori, Giuseppina e Michele, e di mia sorella Nicoletta. Loro erano ferventi protestanti di rito metodista e membri molto attivi della Chiesa Metodista e Valdese di Carrara.

a firma  

1 Nov 2017 14:32 CET

Cinquecento anni fa, con le 95 tesi, il frate tedesco dava vita alla riforma protestante

Il coraggio, quello di sicuro non gli mancava. Sospinto all’estremo da un’ispirazione fanatica e da un carattere indomito che prosciuga ogni dubbio, che affoga ogni esitazione e non lascia alcuno spazio alla gioia e al piacere.
Per Martin Lutero la religione era espiazione e penitenza, colpa e mortificazione ( dello spirito e della carne, specie quella altrui), ma anche una rude lotta contro il peccato e i peccatori. Le invettive all’arma bianca, la prosa senza compromessi, la rabbia fustigatrice verso i “nemici di Dio” non lo abbandoneranno mai nel corso della vita. In qualche modo il padre della Riforma è un precursore di quel linguaggio dell’odio che costituisce la fortuna dei moderni leader populisti. Basta leggere poche pagine del pamphlet antisemita Degli ebrei e delle loro bugie scritto nel 1543 tre anni prima della morte per toccare con mano l’intensità della violenza luterana, ma anche la sua inquietante modernità. Un fervore che si spinge ben oltre la tradizionale giudeofobia cattolica: «Di questi miserabili ladri e parassiti bisognerebbe confiscare i beni, bruciare le sinagoghe e le abitazioni, devono essere cacciati dalla Germania o altrimenti uccisi. Gli ebrei sono serpi velenose, dei maiali figli del demonio ricoperti dagli escrementi di Satana». Non è un caso che Degli ebrei e delle loro bugie sia stato uno dei libri più letti e citati dai gerarchi del Terzo Reich per giustificare i pogrom e le persecuzioni della comunità ebraica.
Sotto i riflettori del “tribunale” luterano non solo le alte gerarchie della Chiesa o le religioni «eretiche», ma anche l’umanista suo contemporaneo Erasmo da Rotterdam con cui entra in polemica in una disputa sul libero arbitrio, definito «un topo di fogna», o l’astronomo polacco Copernico padre dell’eliocentrismo, liquidato come «un furbastro imbecille che ha la pretesa di mettere con i piedi per aria tutta l’arte della astronomia».
Aveva un talento speciale, Martin Lutero, nel trafiggere con gli insulti i suoi avversari, questo fin dalla prima gioventù in un crescendo espasperato, possedeva anche un sarcasmo rozzo con cui fomentava i fedeli, in particolare contro la curia romana che nelle sue intemerate amava paragonare al «letame» o a un «verminaio» tra gli sghignazzi dei suoi partigiani. Ma mai avrebbe immaginato che quell’irrequieto spirito iconoclasta e quel livore malcelato lo avrebbero fatto diventare una delle figure più influenti della Storia.
Nella notte di Ognissanti di cinquecento anni fa, un oscuro frate agostiniano affigge le sue “95 Tesi” sulla porta della cattedrale di Wittemberg, piccolo villaggio nel nord della Germania. Si tratta di di un attacco senza precedenti alla Chiesa apostolica romana, al suo decadimento morale, agli sperperi, al bieco commercio delle indulgenze ( pagare il Vaticano per assicurarsi un posto in paradiso). Povere dal punto di vista teologico, le tesi luterane sono una bomba atomica che in pochi anni darà vita a una nuova confessione religiosa e scoperchierà l’intera geopolitica dell’Europa. A dire il vero Lutero voleva soltanto aprire una discussione tra le autorità religiose, ma come è accaduto a molti prima e dopo di lui, per una serie di circostanze non volute si ritrova ostaggio della Storia. La traduzione in tedesco del suo testo e la recente invenzione della stampa fanno rimbalzare le Tesi ai quattro angoli della Germania. È un effetto domino. Quando Papa Leone X intima al frate di abiurare 41 delle 95 tesi nella bolla pontificia Exsurge Domine, Lutero brucia pubblicamente la bolla; da quel momento lascerà per sempre la Chiesa cattolica.
Il viaggio a Roma di sei anni prima fu decisivo per la maturazione della sua rivolta interiore: Lutero è sconvolto dall’opulenza del clero, dagli abusi ecclestiastici, dalla mollezza spirituale, dalla sbadataggine con cui la capitale del cristianesimo vive la fede, sempre mediata dalla politica e dalle contraddittorie opportunità della vita mondana. Non sopporta il modo sbrigativo con cui viene ce- lebrata la messa e, quando tocca a lui officiare una cerimonia, si sforza di parlare lentamente in aperta polemica con quei prelati distratti e corrotti.
Ma è anche irritato dalla sfavillante bellezza romana, da una città cosmopolita che splende nella luce del Rinascimento così diversa dal natio borgo selvaggio di Elseben e dai suoi umori sommessi e umidi: Michelangelo, Raffaello, Bramante, i grandi geni dell’arte chiamati nella città eterna dal Papa mecenate Giulio II. Per il frate tedesco questo sfarzo è il simbolo della perdizione vaticana, la rappresentazione plastica della decadenza temporale.
In questo contrasto ancor più antropologico che spirituale, traspare tutta l’irriducibile diversità di Martin Lutero, la sua “provinciale” e complessata avversione nei confronti di un’autorità che vede irrimediabil-mente “lontana dal popolo”, espressione malvagia di un potere che ai suoi occhi non ha più alcuna autorità morale e le cui espressioni culturali sono altrettanti simboli di quel declino religioso e umano che ha fustigato nel corso della sua esistenza.
«Ogni credente è un sacerdote», afferma invitando i fedeli a liberarsi della mediazione dei ministri di culto per riscoprire il rapporto diretto con Dio. Insomma, anche di fronte al padreterno “uno vale uno”.

Il mito del cavallo di Troia? L’archeologo: “In realtà era una nave”

È quanto sostiene Francesco Tiboni: «Hippos era una imbarcazione fenicia»

ANDREA CIONCI "lastampa.it"

Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.  

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto.  
 
Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus. Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina. 

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo». In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori. 
 
L’episodio dell’Eneide  
Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio. Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca. Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse. Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini - i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio. In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città.  
 
L’equivoco millenario  
«Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati. Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio». 
 
Linguaggio tecnico  
Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia. Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria. I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio. 
 
«In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra». 
 
Tra le righe di Virgilio  
Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie. Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi. 
 
Una vicenda più credibile  
Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili. La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea.  
Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo. 
 
Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione - piuttosto che nella pancia di un cavallo - il manipolo di guerrieri greci. Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione. 
 
La scoperta e la comunicazione  
Il Museo archeologico di Ventotene sorge su un sito noto per essere balzato anni fa agli onori della cronaca grazie alla scoperta di numerosi relitti sapientemente veicolata dall’equipe di ricercatori americani impegnati su di essi. La direttrice, Giovanna Patti, spiega: «Saper dare la giusta evidenza a certe scoperte è davvero importante. Certo, spesso, specie in Italia, non si rinuncia facilmente alla tradizione, e forse anche per questo motivo la teoria di Tiboni, le cui ragioni sono state prese subito molto sul serio dalla comunità archeologica internazionale, ancora suscita qualche diffidenza tra gli studiosi del nostro paese. Da noi l’eredità dell’idealismo crociano ha sempre lasciato in ombra il sapere scientifico rispetto a quello umanistico, ma, in moltissimi casi, è proprio la spiegazione tecnica a far piena luce su questioni storiche e letterarie dibattute. In questo caso, come già è stato per le scoperte che hanno arricchito il nostro museo, frutto di conoscenze e tecniche moderne ed interdisciplinari, occorre avere una visione espansa, che comprenda simultaneamente una quantità di indizi 

Immigrati e "invasione", il documento segreto di Soros: i 14 parlamentari italiani "affidabili"

GLI AMICI DEI PROFUGHI

1 Novembre 2017 "liberoquotidiano.it"

Ci sono 14 parlamentari italiani giudicati "affidabili" da Open Society, la fondazione del magnate ungherese Goerge Soros attivissima nelle politiche a sostegno di profughi e immigrazione. Soros viene considerato il maggiore sponsor mondiale della "invasione" dell'Occidente, qualcuno parla addirittura di "sostituzione etnica". E il dossier segreto sui suoi rapporti con l'Europarlamento di Strasburgo, di cui parla Maria Giovanna Maglie su Dagospia, proprio per questo suona assai inquietante.

Nel documento, filtrato da Open Society. si fa riferimento con nomi e cognomi a 14 europarlamentari italiani: 13 sono del Pd e uno della Lista Tsipras. Del Pd sono Brando Maria Benifei, Sergio Cofferati, Cecile Kyenge, Alessia Mosca, Andrea Cozzolino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Isabella De Monte, Luigi Morgano, Pier Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Elena Schlein, Daniele Viotti. Della Lista Tsipras è Barbara Spinelli. Tutti loro rientrano nel "gruppone" di politici giudicati ottimi partner strategici da Soros e compagnia terzomondista, 226 parlamentari su 751, più 7 vicepresidenti, decine di coordinatori e di questori, i membri di 11 commissioni e 26 delegazioni.


Tra gli "amici" ci sono anche 38 esponenti del Ppe, 36 del Partito Liberale, 34 della Sinistra nordica e a addirittura 7 tra Conservatori e Conservatori e riformisti europei. "Pratica lobbistica classica", sottolinea la Maglie, anche se qui non si sta parlando di sostegno a questa o quella attività economica ma di un complicatissimo, difficilissimo esperimento sociale, economico, culturale. L'Europa sta ridisegnando la sua immagine e il suo futuro, e il sospetto che tutto questo non solo sia reso obbligato dalle migrazioni di massa, ma anche favorito da qualcuno che nel business dell'accoglienza ha più di qualche interesse rende il tutto decisamente preoccupante.

Non a caso Open Society Foundation si propone di "far accettare agli europei i migranti e la scomparsa delle frontiere", come reso noto da un progetto finanziato per 18 miliardi di dollari. E qualcuno, tra Stasburgo e Bruxelles, sarà pronto a fare sponda.

sabato 28 ottobre 2017

BPCO: migliorare il dialogo aperto tra medico e paziente si può

Pubblicato il 29 settembre 2017
Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2017 ore 18:16
su "lanazione.it/massa-carrara"

Milano, 10 settembre 2017: Vuoi per la difficoltà di ammettere di essere malati, vuoi per una mera differenza di terminologia e linguaggio, in 9 casi su 10, il paziente con Broncopneumopatia Cronica Ostruttutiva (BPCO) non comunica al medico quella che è la sua reale condizione.  A far luce sulla mancanza di una comunicazione efficace e bidirezionale che spesso impatta sulle condizioni di salute dei pazienti, è uno studio pubblicato sull’ International Journal of COPD (Chronic Obstructive Pulmonary Disease, il termine inglese che identifica proprio la BPCO). Lo studio sarà presentato al Congresso della European Respiratory Society (ERS) 2017, previsto  dal 9 al 13 settembre a Milano.

 Classificata come la terza causa di morte al mondo entro il 2030, la BPCO è una malattia dell'apparato respiratorio caratterizzata da un'ostruzione irreversibile delle vie aeree, di entità variabile a seconda della gravità. Solitamente progressiva e associata a uno stato di infiammazione cronica del tessuto polmonare, ancora non esiste una cura efficace per tale patologia che consenta di ripristinare la funzionalità respiratoria perduta. Spesso sotto diagnosticata, in tutto il mondo, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la BPCO colpisce 210 milioni di persone al mondo, e ne causa la morte di circa 3 milioni ogni anno, soprattutto tra gli anziani e i fumatori (www.who.int/mediacentre/factsheets/fs315/en).

   La survey è stata condotta su circa 1000 persone (1/3 medici, 1/3 pazienti, 1/3 specialisti in pneumologia) in Italia, Spagna e Germania, con età media dei pazienti 55-64 anni, di cui il 41% donne. Il 38% dei pazienti era fumatore nonostante la malattia e il 28% presentava una forma severa della patologia. Il team di ricercatori ha analizzato il rapporto tra la percezione della patologia da parte del medico di famiglia, paziente con BPCO e pneumologo attraverso questionari specchio (MIRROR), ovvero indagando lo stesso ambito da punti di vista diversi delle tre diverse figure. Realizzata con il supporto non condizionato di Menarini, l’indagine aveva come obiettivo quello di individuare e comprendere, al fine di superarle, le differenti percezioni della patologia.

 Dai dati, elaborati dalla QuintilesIMS, grande società di consulenza per l’Healthcare, emerge che l’11% dei pazienti si dichiara “abbastanza franco” nel rapporto con i medici, ben l’89% “generalmente non franco”, mentre nessuno (lo 0%) dichiara di essere “totalmente franco”.  Su cosa non dicono tutta la verità? Ad esempio, potrebbe esserci chi sostiene di aver smesso di fumare ma fuma ancora, chi afferma di svolgere continuativamente gli esercizi prescritti per mantenere attiva la muscolatura respiratoria ma invece soprassiede o, più semplicemente, chi non comunica il suo disagio o le difficoltà che affronta nella vita quotidiana. E la cosa ancora più grave è che questa realtà è molto sottostimata da parte dei professionisti. I medici, infatti, sono molto più ottimisti: il 42% di quelli di medicina generale ritiene che i pazienti siano abbastanza franchi, il 53% ritiene che generalmente non lo siano e il 5% che siano totalmente franchi. Tra gli pneumologi la percentuale è rispettivamente del 49%, del 50% e dell’1%. Questo è indice di una verosimile mancanza di comunicazione efficace tra il medico ed il paziente.

 Di fatto, tra medici di medicina generale, specialisti e pazienti, cambia la percezione dei problemi e delle ricadute sulla qualità della vita, in particolare con l’aggravarsi dei sintomi. Finché le forme di Bpco sono moderate o lievi, sostanzialmente la percezione del disagio vissuto nelle attività di vita quotidiana, lavorativa e relazionale, è ritenuta dal paziente “abbastanza impattante” e risulta allineata alla percezione del medico. Ma più le forme di BPCO peggiorano, meno i medici sono in grado di percepire il reale disagio per il malato. E le conseguenze ricadono sulla salute di quest’ultimo.

   “Il gap comunicativo ha delle conseguenze dirette sulla salute del paziente. Se non c’è una comunicazione aperta tra le due figure, non ci si può davvero capire e non si possono attuare tutte quelle “contromisure” necessarie per un maggior controllo della patologia. Su questo aspetto è importante lavorare per promuovere un dialogo aperto, al fine di migliorare le cure e permettere sia al paziente di affrontare meglio la sua quotidiana battaglia con la BPCO, sia alle figure sanitarie di fare il massimo per comprendere ed aiutare i pazienti”, spiega Bartolome Celli, professore di Medicina presso la Harvard Medical School di Boston e autore principale dello studio.

 Del team di ricerca hanno fatto parte anche Francesco Blasi dell'Università Statale Ca’ Granda di Milano, Mina Gaga, Presidente ERS, Dave Singh dell’Università di Manchester, Claus Vogelmeier della Philipps-Universität di Marburg e Alvar Agustí dell’Università di Barcelona.

“Menarini, dopo una lunga e positiva esperienza italiana in ambito respiratorio, è diventata in poco tempo una solida realtà internazionale nella lotta alla BPCO” commenta Lorenzo Melani, Direttore Medico Corporate del Gruppo Menarini “Con questo progetto, Menarini vuole offrire un valore aggiunto al rapporto tra medico e paziente, nell ’ottica di aiutare entrambi ad avere una comunicazione onesta e di qualità, così come profondamente insito nella nostra filosofia aziendale”.