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martedì 9 gennaio 2018

Luca Ricolfi: "Il Pd si rassegni: non è più di sinistra"

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INTERVISTA A LIBERO

9 Gennaio 2018

Luca Ricolfi: "Il Pd si rassegni: non è più di sinistra"
Il sociologo Luca Ricolfi, torinese, classe 1950, docente di Analisi dei dati all' Università di Torino e responsabile scientifico della Fondazione David Hume (www.fondazionehume.it) è da anni uno dei commentatori più precisi, "empirista" direbbe lui, delle vicende italiane e dunque la persona adatta per un' intervista sull' anno elettorale che ci aspetta.

Leggi anche: Maria Elena Boschi, la sentenza del politologo: "Faccia un passo indietro per il bene del Pd"

Professore, andiamo verso le elezioni più incerte della storia repubblicana?
«I risultati elettorali sono sempre incerti, ma stavolta anche se sapessimo con precisione i numeri del futuro Parlamento nessuno potrebbe dedurne che governo ne verrebbe fuori. Sono ben cinque le coalizioni verosimili: Forza Italia-Lega-Fratelli d' Italia, Forza Italia-Pd, Pd-Liberi e uguali-M5s, Liberi e uguali-M5s, M5s-Lega».

L' ultima volta le previsioni non ci hanno preso, chi dice che a marzo finisca in un nulla di fatto come tutti prevedono?
«Stavolta i sondaggisti sbaglieranno di meno, per ragioni che ha spiegato in modo eccellente Paolo Natale in un articolo sul sito della Fondazione Hume. Si potrebbe parafrasare ed estremizzare un po' la sua analisi così: più diventiamo un Paese di disinibiti che non si vergognano di niente, più rendiamo facile il lavoro dei sondaggisti».

Secondo lei come andrà?
«Penso che il centro-destra prenderà leggermente meno voti di quelli che gli assegnano i sondaggi e il Pd di Renzi qualche voto in più».

Oltre all' incertezza pesano una certa apatia generale e sondaggi negativi sul voto dei giovani...
«Sì, ma il trend di distacco dalla politica non è nuovo. La novità è che il partito di Grillo ha perso di appeal, nessuno pensa seriamente che votare Raggi o Appendino sia uno sberleffo al sistema».

Secondo lei l' Italia è una democrazia compiuta?
«No, ma non è l' unica.
Quasi nessun Paese occidentale lo è ormai più, la differenza è che alcuni in passato si sono avvicinati ad esserlo, mentre noi ne siamo sempre rimasti lontani, perché la spettacolarizzazione della politica senza dei veri partiti crea un corto circuito».

Mattarella ha invitato i politici ad un uso responsabile dei numeri in campagna elettorale. Lei cosa pensa delle proposte in via di formazione?
«Penso quel che immagino ne pensi Mattarella, con la differenza che io lo posso dire: i numeri dei partiti o non ci sono (vedi il silenzio sul debito pubblico) o non stanno in piedi».

In un recente editoriale sul Messaggero ha criticato l' impostazione di fondo del M5s: dirigismo e tassazione. È il pericolo maggiore?
«Secondo me sì, il programma e il personale politico dei Cinque Stelle sono il maggiore pericolo per la stabilità economica del Paese. Tuttavia anche Lega e Liberi e uguali non scherzano».

Da dove viene secondo lei questa ondata anti-sistema, anti-scienza, anti-industria alimentare e non solo che pervade pure i grillini?
«Non è nuova. I sociologi da almeno mezzo secolo descrivono l' Italia come un Paese in cui la cultura anti-industriale ha radici profonde».

In questa situazione la sinistra è tornata a dividersi ed è in crisi d' identità e di leadership, come lei ha rilevato da tempo nel suo libro Sinistra e popolo (Longanesi). Come vede quel campo ora?
«Lo vedo mal messo e ostaggio di un incantesimo da cui non intende liberarsi.
Il Pd è diventato un "partito radicale di massa", come dice Marcello Veneziani, ovvero si occupa di temi sovrastrutturali: unioni di fatto, fine vita, discriminazioni, fecondazione eterologa, tutela delle minoranze, diritti umani Niente di male: a Renzi è riuscito in 4 anni quello che a Pannella e Bonino non è riuscito in 40. Il punto però è che, pur essendo diventato il partito dei "ceti medi riflessivi", che si credono la parte migliore del Paese, anziché prendere coscienza di questa mutazione, si ostina a proclamarsi di sinistra e difensore dei ceti popolari. Qualcuno si può stupire che questi ultimi dicano "no grazie" e si rivolgano altrove?».

Renzi merita la sua decadenza?
«Sì e no. Umanamente la merita tutta, perché quando si ha poca cultura è buona regola non alzare i toni e stare a sentire gli esperti. Politicamente sarei più indulgente: Renzi è uno dei pochi politici che non vedono la modernizzazione del Paese come una disgrazia. Ma così torniamo al punto di partenza di questa chiacchierata, la profondità dei sentimenti anti-industriali e anti-moderni degli italiani: a noi la modernizzazione piace solo come elargitrice di doni insperati, dai telefonini al turismo, all' intrattenimento, mentre la detestiamo quando pretende di cambiare i nostri costumi, le nostre abitudini e i nostri privilegi».

Come giudica l' avventura di Liberi e uguali?
«Un' nteressante espressione di conservatorismo politico, in un Paese in cui tutti vogliono presentarsi come innovatori».

Il campo liberale è ancora dominato da Berlusconi. Che ne pensa?
«Non ho mai capito perché, in un quarto di secolo, in quel campo non si sia mai affermata una personalità comparabile a quella di Berlusconi, capace di sfidarlo o di raccogliere il testimone. È forse il segno che in Italia di cultura liberale ce n' è assai poca, anche a destra».

Quali sono le tre riforme urgenti che suggerirebbe al prossimo governo?
«Potrei dire: fisco, giustizia civile, pubblica amministrazione. Ma preferisco dire: riformate quel che vi pare, ma che siano vere riforme, ben studiate e davvero modernizzatrici, non i modesti e pasticciati ritocchi cui ci avete abituati, sia a sinistra sia a destra».

Su immigrazione e cittadinanza quali le paiono i provvedimenti urgenti da prendere?
«La questione della cittadinanza non è una battaglia di civiltà, ma una normale questione di tempi, condizioni e verifiche. Non sono sfavorevole a renderla più rapida, ma penso che le condizioni per concederla dovrebbero essere più stringenti di quelle attuali. Il vero problema non sono i residenti regolari che vogliono la cittadinanza, ma gli irregolari che alimentano la criminalità come spiegato nei dossier sul sito della Fondazione Hume».

Davvero si possono abbassare in qualche modo le tasse o col debito presente sarebbe una follia?
«Inutile nasconderselo: se si vogliono abbassare le tasse l' unica strada seria è una spending review permanente, "di legislatura", fra cinque e dieci miliardi l' anno per cinque anni. La mia opinione, basata sulle analisi statistiche che ho condotto ne L' enigma della crescita (Longanesi), è che il nodo vero sia quali tasse abbassare: con poche risorse meglio concentrare l' intervento su Ires e Irap. Se si vogliono aiutare le famiglie è molto più efficace accelerare la crescita del Pil e dell' occupazione che concedere sgravi fiscali e contributivi a pioggia».

Da torinese come valuta l' operato della sindaca Appendino?
«Senza infamia e senza lode. Purtroppo Torino è una città in declino, oppressa da un debito mostruoso, di cui nessuno vuole parlare».

Rifacendosi a Hume lei si definisce un liberale? E di sinistra?
«Non mi considero un liberale, ma piuttosto un empirista, del resto è precisamente l' empirismo il contributo più importante di Hume alla storia delle idee. Quanto alla sinistra, che dire? La sinistra non è ancora di sinistra: aspetto che impari ad apprezzare il merito e la libertà».

Chi sono i commentatori che ama leggere?
«Purtroppo Natalia Ginzburg, Pier Paolo Pasolini e Indro Montanelli non ci sono più».

Al sito della Fondazione collabora anche sua moglie, la scrittrice Paola Mastrocola, come vi dividete il lavoro?
«Lei si occupa della sezione Humanities, che raccoglie contributi letterari ed artistici, io mi occupo della ricerca empirica. Collaboriamo da trent' anni in modo naturale, per affinità di vedute, specie per la comune insofferenza al conformismo. Ora stiamo varando uno studio sugli effetti che l' abbassamento della qualità degli studi può aver esercitato sulla mobilità sociale. L' ipotesi è che 50 anni di scuola e università facile abbiano danneggiato i poveri e favorito i ricchi».

Da La Stampa al Sole 24 Ore, adesso al Messaggero, ha scritto per tanti giornali, come mai tutti questi passaggi?
«Per ragioni ogni volta diverse, ma mai per dissensi sulla linea. Semplicemente, ho ceduto al corteggiamento di alcuni direttori».

Quando pensa al suo lavoro di analista si sente ancora speranzoso?
«Succede tutte le volte che riesco a produrre informazioni o analisi che prima non esistevano: fra quelle recenti sul sito della Fondazione, il nostro indice VS, che misura la vulnerabilità strutturale dei conti pubblici di un Paese».

di Francesco Rigatelli

domenica 7 gennaio 2018

Che cos'è la sedazione profonda?

Quando viene deciso il trattamento?

La sedazione profonda è un trattamento farmacologico, che può essere scelto, solo dopo consenso informato e un’attenta valutazione medica del singolo caso. È a totale appannaggio dalle équipe,medici e infermieri, di cure palliative: una delle possibilità di assistenza al paziente quando ormai, la malattia ha un decorso irreversibile e la sofferenza per la persona sono diventate insopportabili. Quindi, nelle condizioni di imminenza dellamorte con prognosi di ore o pochi giorni. Al paziente vengono somministrati dei farmaci in grado di sedarlo completamente, fino ad annullare la consapevolezza. In questomodo, pur mantenendo il livello dei liquidi nel corpo attraverso flebo, viene interrotta la percezione della sofferenza.

Ma la legge italiana la consente?

In Italia non c’è una norma sulla sedazione profonda, ma esiste una legge sulle cure palliative, (la 38 del 2010), votata all’unanimità in parlamento. Sancisce che queste cure, entrate nei livelli essenziali di assistenza, sono un diritto del paziente. Tutte le procedure terapeutiche che rientrano in questa categoria, compresa la sedazione profonda, sono lecite dal punto di vista legale, giuridico e deontologico. È una procedura che si utilizza nella fase avanzata e terminale di unamalattia. Numerosi documenti delle società scientifiche delle Cure del dolore e palliative sottolineano che la sedazione profonda è un trattamento che non ha nulla da condividere con l’eutanasia omorte assistita.

Che differenza c’è con l’eutanasia?

L'eutanasia attiva, vietatanelnostro Paese,consistenel porre fine alla vita diuna persona,consenziente, cheha precedentementedichiarato le sue volontà. Il paziente deve essere nelle condizionidinon poter guarire.Nei Paesi dove è legale ilmedico è tenuto a far desistere la personache loha richiesto. È semprepossibile cambiare idea. Se, invece, si vuolproseguire ilmedico incontrerànuovamente il paziente e ripeterà la richiesta sedavvero si vuole procedere.L’attodi accompagnamento alla “dolcemorte”consistenella preparazione e lasomministrazione di una dose letale. E’ indispensabile essere in grado di intendere e volere in quel momento.

Che cosa è il suicidio assistito?

Il suicidio assistito è l’atto compiuto dal paziente con l’aiuto di altre persone. In Europa il suicidio assistito è legale in molti Paesi, in Italia no. Solo la Confederazione elvetica offre il servizio anche ai cittadini stranieri. Requisito indispensabile per ottenere l’ok è l’irreversibilità dellamalattia, che deve essere clinicamente accertata e senza possibilità di guarigione. In queste strutture non viene praticata la cosiddetta “eutanasia attiva”, ma il suicidio assistito. Deve essere, infatti, l’ammalato a compiere l’ultimo gesto per assumere i farmaci che lo uccideranno, anche a costo di premere un pulsante con la bocca. Se le condizioni del paziente non lo consentono, imedici elvetici non possono fare nulla per lui.

Cosa prevede il testamento biologico?

A dicembre è stato dato il via libera al biotestamento nel nostro Paese. Questo, in sostanza, prevede che ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprime le proprie convinzioni e preferenze inmateria di cure. Oltre il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari sono comprese sia la nutrizione che l’idratazione artificiali. Le disposizioni che vengono date al medico sono sempre revocabili.

Le disposizioni devono essere sempre scritte?

Le dichiarazioni anticipate di trattamento contenute nel testamento biologico devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata, con sottoscrizione autenticata dal notaio, da altro pubblico ufficiale o da un medico dipendente del servizio sanitario. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, possono essere espresse attraverso videoregistrazione. In caso di emergenza o di urgenza la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni. Per quanto riguarda i minori il consenso deve essere espresso dai genitori, dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenendo, comunque, conto della volontà del minore.

Domenica 7 Gennaio 2018, 09:59

giovedì 4 gennaio 2018

Cancro, scoperta di due scienziati italiani: un’alterazione genetica causa la malattia

Lo studio pubblicato su Nature è stato condotto alla Columbia University di New York: il meccanismo innescato dalla fusione di due geni provoca il glioblastoma, il più letale dei tumori al cervello
ALESSANDRO MONDO

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York.

Una nuova scoperta internazionale sul fronte della ricerca contro il cancro, firmata da scienziati italiani. In sintesi, è stato individuato il meccanismo innescato da un’importante fusione di due geni, FGFR3 e TACC3, che causa alcuni tumori umani tra cui il glioblastoma, il più aggressivo e letale dei tumori al cervello: elemento cardine di questo meccanismo è l’ aumento del numero e dell’ attività dei mitocondri, organelli presenti all’interno della cellula che funzionano come centraline di produzione di energia. Risultato: ne deriva una maggiore disponibilità di energia per il moltiplicarsi e diffondersi incontrollato delle cellule tumorali. 


DALL’ITALIA AGLI STATI UNITI 

La scoperta, su un tema estremamente complesso, ha portato gli scienziati a usare farmaci già esistenti, che interferiscono con l’attività dei mitocondri per bloccare la crescita dei tumori umani in laboratorio e negli animali. Lo studio viene pubblicato sulla rivista Nature ed è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York guidati da Antonio Iavarone ed Anna Lasorella: nel Duemila entrambi avevano abbandonato l’Università di Roma e l’Italia per trasferirsi negli Stati Uniti, non prima di avere accusato di nepotismo l’Ateneo; una denuncia ripresa dai giornali, che aveva innescato querele, ricorsi al Tar e processi. Acqua passata. Ora il nuovo riconoscimento per il lavoro svolto negli Usa, dove indubbiamente hanno trovato un contesto capace di valorizzare il loro lavoro. 

NUOVA SCOPERTA 

Gli scienziati ritengono che l’aggiunta dei farmaci che interferiscono con la produzione di energia da parte dei mitocondri porterà benefici importanti per il trattamento personalizzato dei tumori sostenuti dalla fusione genica FGFR3-TACC3. Il traguardo odierno, oltretutto, è stato preceduto da un primo step: in uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2012, lo stesso gruppo di ricercatori aveva scoperto la fusione di FGFR3 e TACC3 come causa del 3% dei casi di glioblastoma. Si tratta del tumore più frequente e maligno del cervello, colpisce individui di tutte le età, inclusi i bambini, ma è più frequente tra i 45 e i 70 anni. Purtroppo la chirurgia, seguita da radioterapia e chemioterapia, non è ancora in grado di curare questo tipo di cancro, che uccide la maggior parte dei pazienti in meno di due anni. Ecco perché migliorare le conoscenze sui meccanismi che promuovono il glioblastoma e lo rendono così difficile da curare è l’unica strada per poterlo aggredire più efficacemente. 

LE PROSPETTIVE 

Dopo la scoperta iniziale del team Iavarone-Lasorella, altri studi hanno riportato che la stessa fusione genica è presente con percentuali simili a quella del glioblastoma anche in altri tumori umani come il carcinoma del polmone, dell’esofago, della vescica, della mammella, della cervice uterina, ed il carcinoma della testa e del collo: tumori che colpiscono globalmente varie migliaia di persone ogni anno. «FGFR3-TACC3 è probabilmente la più’ frequente fusione genica descritta finora nel cancro - osserva Antonio Iavarone, co-leader dello studio, che in questi giorni si trova in Italia -. Con questa ricerca siamo finalmente riusciti a capire come FGFR3-TACC3 induce e perpetua i tumori maligni e possiamo sfruttare i nuovi obiettivi terapeutici in una cura sempre più personalizzata del cancro».

«CASCATA DI EVENTI» 

Lo studio descrive una complessa cascata di eventi scatenati dalla presenza della fusione genica che convergono nell’aumento della attività’ mitocondriale. Applicando un’ampia serie di analisi, gli scienziati hanno scoperto che FGFR3-TACC3 attiva una proteina chiamata PIN4. Dopo l’attivazione, PIN4 raggiunge altri piccoli organelli cellulari, i perossisomi, che normalmente metabolizzano grassi e producono carburante per l’attività mitocondriale. Infatti, il numero di perossisomi aumenta di 4-5 volte dopo l’attivazione di PIN4 da parte di FGFR3-TACC3, cosi come aumenta la loro attività metabolica causando l’accumulo nella cellula di sostanze ossidanti. Queste sostanze stimolano la produzione di PGC1-alfa, il fattore fondamentale per il metabolismo mitocondriale, che quindi diventa libero di stimolare in maniera non coordinata l’attività’ dei mitocondri e la produzione di energia. «Il nostro studio fornisce la prima evidenza che geni-chiave dello sviluppo tumorale causano direttamente una iperattività mitocondriale spiega la professoressa Anna Lasorella, co-leader dello studio -. Questo lavoro individua anche per la prima volta il coinvolgimento dei perossisomi nell’evoluzione tumorale e ci suggerisce come poter incidere sulle fonti energetiche cellulari per colpire il tumore. Infatti, in esperimenti su cellule tumorali in coltura ed in modelli animali di glioblastoma generati da FGFR3-TACC3, il trattamento con gli inibitori del metabolismo mitocondriale ha interrotto la produzione di energia e fermato la crescita tumorale».

FARMACI COMBINATI 

La combinazione di farmaci che inibiscono l’attività mitocondriale e quella enzimatica di FGFR3-TACC3 potrebbe risultare utile nel trattamento dei tumori che contengono FGFR3-TACC3. In studi precedenti i ricercatori della Columbia University avevano dimostrato che i farmaci che bloccano direttamente l’attività enzimatica della fusione genica – i “farmaci-bersaglio” o “targeted drugs” - causavano un aumento della sopravvivenza di topi affetti da glioblastoma. Per questo, i farmaci-bersaglio che hanno mostrato efficacia in laboratorio vengono tuttora testati in pazienti con glioblastoma positivo per FGFR3-TACC3 in studi clinici diretti da uno dei co-autori del presente studio, il professor Marc Sanson dell’Ospedale Pitie’ Salpetriere a Parigi. «Farmaci che inibiscono enzimi di tipo chinasi sono stati usati in alcuni tipi di tumori con risultati incoraggianti – conclude il professor Iavarone -. Tuttavia, con il tempo il tumore diventa resistente a questi farmaci e progredisce. Noi ipotizziamo che si possa prevenire resistenza e recidiva tumorale attraverso una simultanea inibizione del metabolismo mitocondriale e di FGFR3-TACC3. Stiamo testando questa nuova ipotesi nei nostri laboratori della Columbia University». 

domenica 31 dicembre 2017

Egregio signore/a, sarebbe così gentile da rispondere a qualche domanda?....

Egregio signore/a, sarebbe così gentile da rispondere a qualche domanda? Se lei è così sicuro che la “Palestina” sia stata fondata molti secoli fa, ben prima della presenza degli ebrei e abbia lasciato tracce nella storia, beni culturali da conservare, eredità da difendere, certamente lei sarà in grado di rispondere alle seguenti domande:
Quando è stata fondata e da chi?
Quali erano i suoi confini?
Qual era la sua capitale?
Quali erano le sue città più importanti?
Qual era la base della sua economia?
Qual era la sua forma di governo?
Può citare almeno un leader palestinese prima di Arafat e di Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler?
La “Palestina” è stata mai riconosciuta da un paese la cui esistenza a quel tempo non lascia spazio a discussioni?
Qual era la lingua parlata nello stato di Palestina prima degli ebrei?
Avevano un sistema politico? Il loro sovrano portava un titolo? C’era un parlamento o un consiglio? Hanno combattuto delle battaglie?
C’è un qualche libro palestinese prima del Novecento? Può nominare uno scrittore palestinese, un pittore, uno scultore, un musicista, un architetto palestinese prima di tale data?
Esiste un piatto tipico palestinese, che lei sappia? Un costume caratteristico?
Che religione aveva la Palestina prima di Maometto?
Qual era il nome della sua moneta? Ne esistono degli esemplari in qualche museo?
Scelga pure una data nel passato anche recente e ci dica: qual era il tasso di cambio della moneta palestinese nei confronti del dollaro, yen, franco, ecc.?
Poiché questo paese oggi non esiste, può spiegare la ragione per cui ha cessato di esistere? E può specificarne la data di estinzione?
Se la sua organizzazione piange per il destino dei poveri palestinesi “occupati”, mi può dire quando questo paese era orgoglioso e indipendente?
Se le persone che, a torto o a ragione, chiamate palestinesi non sono solo una collezione di immigrati dai paesi arabi e se davvero hanno una identità definita etnica che assicura il diritto di autodeterminazione, mi sa spiegare perché non hanno cercato di essere indipendenti dai paesi arabi prima della devastante sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni? Perché datano l’”occupazione” dal ’67, se prima i “territori palestinesi” erano governati da stati “non palestinesi” come l’Egitto e la Giordania?
Le ho fatto tante domande, mi auguro che potrà rispondere almeno a qualcuna. Finisco solo con una nota: spero che lei non confonda i palestinesi con i Filistei, che erano una popolazione marittima di lingua indeoeuropea (i popoli del mare) che fecero un’invasione in terra d’Israele, come anche in Egitto e nell’attuale Libano verso il nono secolo a.C. Il solo rapporto è l’invenzione romana che dopo la distruzione del Tempio, nel I secolo, ribattezzò quelle terre per spregio con il nome di un antico nemico dei ribelli ebrei. L’etimologia non è storia.
Altre domande scomode
Come mai non è nato uno Stato palestinese tra il ’48 e il ’67?
E poi un’altra domanda: come sono stati trattati i profughi palestinesi dai fratelli arabi prima e dopo il ’67, dopo ma anche prima sottolineo?
Conoscete gli orrori del “Settembre nero” in Giordania? Conoscete il ruolo della Siria nel massacro del campo di Tal el Zatar?
Ma soprattutto: sapete che se i palestinesi avessero accettato il piano di spartizione dell’Onu, oggi avremmo due popoli e due Stati? Non c’era bisogno di tante guerre e tanto spargimento di sangue se gli arabi e i palestinesi avessero accettato il diritto degli ebrei ad avere uno Stato. Questo pochi lo sanno. Pochi lo vogliono sapere.
E’ possibile che 20 anni dopo Oslo, miliardi di dollari, miliardi di euro, aiuti da tutto il mondo, compreso Israele, l’Autorità Palestinese non sia stata capace di costruire un solo ospedale moderno, una qualsiasi struttura e continui a piangere miseria? Questa è la domanda che molti si fanno, per “molti” intendo le persone pensanti, non certo i pacifisti filopalestinesi o i sinistri antisraeliani che continuano il boicottaggio contro Israele, accecati dall’odio e dalla loro criminale ideologia. Allora?
Qualcuno sa dirmi dove sono finiti i miliardi e perché l’ANP (per non parlare di Gaza) pullula di villone con piscina di proprietà dei capi e capetti palestinesi mentre non esiste un ospedale degno di questo nome, non esistono università se non quelle dove si allevano amorevolmente giovani fanatici destinati a diventare possibili terroristi, (es.: Bir Zeit)?
Qualcuno sa dirmi perché, letteralmente affogati, alla Paperon de’ Paperoni, nei miliardi che il mondo manda da decenni all’ANP, miliardi che avrebbero potuto ricoprire d’oro ogni casa palestinese e rendere ricco ogni singolo abitante, miliardi che avrebbero potuto costruire ospedali e atenei all’avanguardia, la popolazione palestinese vive male e chi ha bisogno di cure serie deve venire in Israele o andare in qualche altro paese disposto ad accoglierli e a curarli gratis?
Alcune persone dicono che gli arabi sono “nativi palestinesi”, mentre gli ebrei sono “invasori” e”colonizzatori”. Quindi, io ho letto le biografie dei leader israeliani e palestinesi e sono diventato confuso.
Ecco chi tra i leader israeliani e palestinesi è Nato il in Palestina:
Leaders israeliani:
BENJAMIN NETANYAHU, Nato il 21 ottobre 1949 a Tel Aviv.
EHUD BARAK, Nato il 12 febbraio 1942 a Mishmar HaSharon, Mandato britannico della Palestina.
ARIEL SHARON, Nato il 26 febbraio 1928 a Kfar Malal, Mandato britannico della Palestina.
EHUD OLMERT, Nato il 30 settembre 1945 a Binyamina-Giv’at Ada, Mandato britannico della Palestina.
ITZHAK RABIN, Nato il 1 March 1922 a Gerusalemme, Mandato britannico della Palestina.
ITZHAK NAVON, Presidente israeliano nel 1977-1982. Nato il 9 aprile 1921 a Gerusalemme, Mandato britannico della Palestina.
EZER WEIZMAN, Presidente israeliano nel 1993-2000. Nato il 15 giugno1924 a Tel Aviv, Mandato britannico della Palestina.
Leader arabi “palestinesi”:
YASSER ARAFAT, Nato il 24 agosto 1929 al Cairo, Egitto.
SAEB EREKAT, Nato il 28 Aprile 1955, in Giordania. Ha la cittadinanza giordana.
FAISAL ABDEL QADER AL-HUSSEINI, Nato il 1948 a Bagdad, Iraq.
SARI NUSSEIBEH, Nato il 1949 a Damasco, Siria.
MAHMOUD AL-ZAHAR, Nato il 1945 al Cairo, Egitto.
Quindi i leader israeliani, che sono nati in Palestina, sono colonizzatori o invasori.
Mentre i leader arabi palestinesi che sono nati in Egitto, Siria, Iraq e Tunisia sono nativi palestinesi????
(autore ignoto, pubblicato su Rights Reporter nel 2015)

venerdì 29 dicembre 2017

Riassunti di Storia, dalla preistoria alla Roma imperiale: Roma e le Guerre Sannitiche


By studiarapido
Roma e le Guerre Sannitiche

Le guerre sannitiche non furono guerre come le altre. Nella tradizione romana le guerre sannitiche rivestono il carattere di un’epopea, e in effetti si trattò di uno scontro durissimo che gli storici suddividono in tre distinti momenti.

343-341 a.C., la prima guerra sannitica – I Sanniti erano una popolazione italica che abitava in origine gli Appennini meridionali. Nel V secolo a.C. una parte di essi scese verso le coste della Campania e dovettero confrontarsi con i Romani, con i quali stipularono un patto di amicizia nel 354 a.C.
Undici anni dopo, nel 343 a.C. i Sanniti occuparono la città di Capua, che chiese aiuto a Roma. Roma scese in campo perchè tanto i Romani quanto i Sanniti erano interessati al controllo della Campania, regione fertile e ricca.
La prima delle tre guerre sannitiche fu breve e si concluse con la rinuncia dei Sanniti alla Campania.

326-304 a.C., la seconda guerra sannitica – Nel 328 a.C. i Romani fondarono la colonia di Fregelle, presso l’odierna Ceprano, nella valle del Liri, in una posizione strategica molto importante; nel 326 occuparono Napoli sbarrando quindi ai Sanniti qualsiasi espansione verso la costa. I Sanniti reagirono riaprendo le ostilità.
La seconda delle tre guerre sannitiche fu estenuante e sanguinosa, dall’esito a lungo incerto. I Sanniti, infatti, erano militarmente preparati, muniti di armature leggere per non intralciare la velocità di movimento e schierati in formazioni flessibili, seppero sfruttare la conoscenza e l’abilità di combattimento sul loro territorio montuoso (gli Appennini). Proprio in seguito a uno di questi difficili scontri avvenne l’episodio delle Forche Caudine (321 a.C): i Romani, accerchiati dai Sanniti nella gola di Caudio, presso l’odierna Benevento, dovettero arrendersi e i soldati, gli ufficiali e anche i consoli dovettero passare disarmati sotto un giogo formato da lance sannite. Per Roma si trattò di una scottante e umiliante sconfitta.
Ci furono alcuni anni di tregua, che Roma sfruttò al meglio:
– riorganizzò il suo esercito: le legioni passarono da due a quattro e la tradizionale struttura oplitica, cioè la fanteria pesante adatta a scontri frontali in campo aperto, fu sostituita da un’organizzazione più agile, basata su trenta manipoli di due centurie ognuno;
– perseguì una strategia di accerchiamento dei Sanniti, attraverso l’alleanza militare con popolazioni confinanti (Apuli, Marsi, Peligni) e la fondazione di colonie ai confini del territorio nemico;
– costruì la prima grande via militare di Roma, la via Appia, che poteva convogliare rapidamente rifornimenti e truppe da Roma a Capua.
Le ostilità si riaprirono nel 316 a.C. e, dopo alterne vittorie e sconfitte, i Sanniti chiesero la pace nel 304 a.C., ponendo fine alla seconda delle tre guerre sannitiche.

298-290 a.C., la terza guerra sannitica – La guerra riprese nel 298 a.C. e su scala più ampia, dato che i Sanniti strinsero un’alleanza con Etruschi, Galli Senoni e Umbri.
Roma, però, impedì che gli avversari congiungessero le loro forze e infatti le due vittorie romane fondamentali avvennero una al nord e una a sud: la prima a Sentino (295 a.C.), nelle odierne Marche, la seconda ad Aquilonia (293 a.C.), nel Sannio.
Nel 290 a.C. i Sanniti si arresero e stipularono una pace che li rendeva alleati di Roma.

giovedì 28 dicembre 2017

L’Italia scelse lo Stato di diritto

COSTITUZIONE/ 1


Il 22 dicembre del 1947 Umberto Terracini proclamò l’approvazione della Costituzione italiana. I voti favorevoli, a scrutinio segreto, furono 453, i contrari 62. Era lunedì. Cinque giorni dopo, e cioè sabato 27 dicembre, appena passato Natale ( il terzo dopo la fine della guerra) la Costituzione fu promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico de Nicola. Esattamente 70 anni fa. 70 anni fa nacque la Costituzione L’Italia scelse lo Stato di Diritto
Poi la Costituzione entrò in vigore a partire dal giorno di Capodanno del 1948, anno terribile, di scontri asperrimi proprio tra le forze che erano state, insieme, protagoniste della scrittura della Costituzione. E cioè da una parte i democristiani e i liberali, che uscirono vincitori da quegli scontri, e dall’altra parte i comunisti e i socialisti, sconfitti severamente alle elezioni del 18 aprile, e poi colpiti ancora, in luglio, dall’attentato a Togliatti.
Enrico de Nicola era un avvocato napoletano, 70 anni, liberale, che aveva fatto politica prima del fascismo, aveva presieduto la Camera fino alle elezioni del 1924, e poi si era ritirato dalla politica rifiutando il seggio alla Camera. Umberto Terracini, 52 anni, genovese, anche lui avvocato, era uno dei fondatori del partito comunista ( insieme a Gramsci, Bordiga e Togliatti), era stato arrestato dai fascisti nel 1926 e tra carcere e confino aveva trascorso 17 anni. Terracini aveva assunto la Presidenza della Costituente nel gennaio del 1947, in seguito alle dimissioni di Giuseppe Saragat, che aveva rinunciato all’incarico per prendere la guida del partito socialdemocratico ( nato dalla scissione socialista). Terracini era un comunista dalle idee molto libere, era stato espulso dal Pci, negli anni trenta ( quando era al confino) per anti- stalinismo, ma poi era stato riammesso da Togliatti. Negli ultimi anni della sua vita, pur restando comunista, aveva preso la tessera del partito radicale. È poco conosciuta, oggi, la sua figura, ma è stato un personaggio interessantissimo e di gigantesca statura morale e intellettuale.
La Costituzione repubblicana è costituita da 139 articoli più le disposizioni transitorie. È divisa in tre parti. I principi generali, e cioè i primi 12 articoli, poi la prima parte ( fino all’articolo 54) che definisce i diritti e i doveri dei cittadini, e infine la seconda parte che stabilisce l’ordinamento dello Stato.
Il testo è frutto delle idee dell’antifascismo e del compromesso tra tre grandi componenti: quella liberale, quella cattolica, e quella socialcomunista. Molti articoli subiscono fortemente le idealità della sinistra, che talvolta coincidono e talvolta sono tollerate bene dalla componente cristiana, e accettate dai liberali che, nel 194647 avevano un peso ridotto rispetto alle sinistre e ai cristiani. Basta dare uno sguardo agli articoli sull’iniziativa privata e sulla proprietà privata e si intuisce subito il compromesso tra liberali e sinistre ma anche il peso culturale molto forte delle idee marxiste.
La Costituzione ha un elemento comune, che la tiene insieme, che ne è l’anima: l’idea del diritto e dei diritti come chiave di volta della politica, della lotta politica, della modernità. Lo stato di diritto, la fortissima affermazione dello Stato di diritto come idealità comune. Che tiene sullo sfondo la lotta di classe e le ideologie, che pure, in quegli anni, erano molto molto forti.
Quando si dice che la Costituzione è la più bella del mondo ( non saprei, francamente, se sia vero) ci si riferisce a tanti diversi aspetti della Costituzione. Il modo nel quale definisce il lavoro, l’aspirazione all’uguaglianza sociale, il disegno istituzionale. Negli ultimi tempi è stato considerato come tratto caratteristico della Costituzione persino il bicameralismo. Non si coglie invece, spesso, il suo aspetto d’insieme e la sua sostanza. E cioè la capacità di assemblare tutte le spinte – liberali, libertarie, cristiane, egualitarie – dentro una costruzione che mette sempre al primo posto i diritti e la realizzazione concreta della democrazia e dello sviluppo della libertà.
Non è vero che la Costituzione è il comune denominatore di tutta la politica italiana. Tutt’altro. Esistono forze e anche pezzi di istituzioni che non amano la Costituzione. O ne amano alcune parti, ma non l’insieme. Oggi, anzi, viviamo un contrasto fortissimo tra lo spirito pubblico ( diciamo: il senso comune largo e dominante) e la Costituzione. Il prevalere, nello spirito pubblico, di una forte tensione giustizialista, è in contrasto aperto e in guerra costante con la Costituzione. L’aspirazione allo Stato etico – che vive nei mass media, in alcuni partiti, in tutto il fronte populista, in pezzi larghi della magistratura è esattamente il contrario dello spirito della Costituzione. Che è nata proprio a questo scopo: cancellare l’aspirazione allo Stato etico che aveva caratterizzato il fascismo e il nazismo.
La Costituzione è intoccabile? Evidentemente no. Sicuramente è possibile modificarla, migliorarla. Sia per quel che riguarda l’assetto di governo, che forse è stato sempre il suo punto debole – perché nasceva in un clima nel quale il timore principale era quello di un governo forte, che potesse in qualche modo assomigliare al fascismo, o alla dittatura – sia per molte questioni che riguardano i rapporti tra poteri. Terracini, nel suo discorso di annuncio dell’approvazione della Costituzione, si soffermò proprio su questo punto: la distinzione tra poteri e la definizione dei loro compiti. Disse che al Parlamento toccava fare le leggi, al governo applicarle e alla magistratura controllarne l’applicazione. Possiamo dire che oggi questo principio sia realizzato? Non assistiamo, per esempio, a continue invasioni di campo della magistratura sul potere legislativo ed esecutivo? E certamente ci sono molti problemi che riguardano anche la giurisdizione, il rapporto tra avvocati e magistrati, dopo la riforma del codice di procedura, che ormai ha quasi trent’anni, e che in gran parte è inattuata. Avremo, il prossimo anno, tutto il tempo e lo spazio per discutere di questo.
Ma tutto ciò non vuol dire che la Costituzione non sia un pilastro, saldo e ben piantato della nostra civiltà. Che va difeso. E che va fatto conoscere, nelle sue regole e nei suoi principi. Un partito politico che nel suo programma scrivesse semplicemente: “attuazione della Costituzione e della carta dei diritti che sottintende”, sarebbe un partito davvero nuovo, moderno. Al momento, però, non ce n’è traccia.