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venerdì 13 aprile 2018

LA VERSIONE DI MUGHINI - “25 ANNI FA LA SQUALLIDA AGGRESSIONE A CRAXI DAVANTI ALL’HOTEL RAPHAËL. RESTO DI STUCCO QUANDO LEGGO NELL’ARTICOLO DI MASSIMO GIANNINI SUL "VENERDÌ DI 'REPUBBLICA' CHE LUI ERA UNO DEI “TANTI” LANCIATORI DI MONETINE - UNA VENDETTA DI UNO DEI MAGGIORI “POTERI FORTI” ITALIANI, IL GRUPPO DE BENEDETTI, AI DANNI DI UN LEADER CHE NON SI ERA PIEGATO ALL’ONNIPOTENZA DELL’ITALOCOMUNISMO"

Giampiero Mughini per Dagospia

GIAMPIERO MUGHINI
GIAMPIERO MUGHINI



Caro Dago, stamane sono andato di  corsa a leggere il bel servizio d’apertura che il settimanale “il Venerdì di Repubblica” ha dedicato – con articoli di Massimo Giannini e Filippo Ceccarelli - al venticinquesimo anniversario di un episodio che è rimasto cruciale nella memoria di noi “figli” della Prima Repubblica: ossia la squallida aggressione a forza di insulti e di lanci di monetine contro un Bettino Craxi che stava uscendo dall’Hotel Raphaël per andare a registrare una trasmissione televisiva di Giuliano Ferrara.


Per quelli che non erano ancora nati ricordo come andarono effettivamente le cose. 
Nell’adiacente piazza Navona era appena finito un comizio di cui erano stati protagonisti il leader ex-comunista Achille Occhetto e un Francesco Rutelli in quel momento interamente votato alla causa anticraxiana. (Francesco è mio amico. In quell’occasione sbagliò, e capisco la furia nei suoi confronti di Stefania Craxi.)

Nel rifluire da quel comizio, molti dei partecipanti si radunarono di fronte all’albergo dove Bettino Craxi alloggiava cinque giorni alla settimana. Quale mirabile occasione per dire il fatto suo al “cinghialone” socialista, a colui che appariva come il concentrato semidiabolico di tutti i mali della partitocrazia, ossia dell’usanza da cui era alimentato il pluripartitismo della Prima Repubblica - il periodo di gran lunga migliore della nostra storia repubblicana -, il fatto che tutti i partiti pagassero gli affitti delle loro federazioni, le spese dei loro giornali, gli stipendi dei loro funzionari, i costi dei loro congressi e delle riunioni dei loro comitati centrali mediante un “equo” prelievo sulla vita economica del Paese.

Senza quel prelievo avrebbe stentato non poco il miglior partito della nostro storia democratica, la Democrazia cristiana. Senza il prelievo che gli veniva dall’ottenere il ministero della Sanità, il Partito liberale non sarebbe durato un solo giorno. Senza quel prelievo il Psi non avrebbe potuto mettere in piedi una macchina partitica tale da fronteggiare lo strapotere organizzativo di un Pci alimentato dai dollari di Mosca, dalla complicità delle Cooperative e dalla morale bolscevica dei suoi deputati e senatori, i quali - a differenza del leader di Liberi e Eguali Pietro Grasso- la pagavano eccome la quota del loro stipendio da destinare al Partito con la P maiuscola.

Tale era questa usanza che un paio d’anni prima dello scoppio di Tangentopoli, il Parlamento all’unanimità di tutti i partiti e di tutti i parlamentari aveva deciso di amnistiare il reato di “appropriazione illecita” da parte dei partiti. Fino al 1989 quel reato era stato cancellato, come non fosse mai esistito.

Altro che il “cinghialone” contro il quale si avventarono in uno spiazzo romano gente che gli lanciava e gli gridava di tutto, gente che gli voleva far pagare il fatto che lui avesse interamente ragione nella contesa con il Pci berlingueriano: aveva avuto ragione quando aveva appoggiato gli americani che puntavano missili contro i missili dispiegati dai russi, quando aveva affrontato a testa alta il Pci e i sindacati nel togliere quattro miserabili punti di contingenza a un meccanismo di rivalutazione degli stipendi che solo creava inflazione e umiliava il merito, quando aveva detto che il nostro Paese abbisognava di una Grande Riforma istituzionale che rendesse più veloce e immediata la Decisione Politica, quando aveva affidato al mio indimenticabile amico Carlo Ripa di Meana la memorabile Biennale del Dissenso del 1977, quella che i comunisti italiani ancora notevolmente filosovietici vedevano peggio che se si fosse trattato di un’epidemia di lebbra.

Ecco qual era la posta in gioco e simbolica e culturale e psicologica degli immondi schiamazzi innanzi al Raphaël. Una vendetta politico/sentimentale, una resa dei conti ai danni di un leader che non si era piegato all’onnipotenza dell’italocomunismo.

Che tra i lanciatori di monetine ci fosse poi qualche persona per bene e qualche studente fuori corso che chiudeva a fatica i suoi fine mese a Roma, questo è sicuro. Ma non erano loro i direttori d’orchestra di quell’episodio. Il grande direttore d’orchestra era il Risentimento Politico.

Ecco perché resto di stucco quando leggo nell’articolo di Massimo Giannini che lui era uno dei “tanti” che sarebbero andati volentieri a lanciare monetine pur di rompere la “cappa asfissiante” dell’alleanza Craxi-Andreotti-Forlani. Conosco Giannini come un intelligente giornalista molto addentro alle cose e agli uomini della politica e dell’economia italiane, come uno dei valorosi alfieri di uno dei maggiori “Poteri Forti” italiani, il gruppo editoriale Espresso-Repubblica con tutti i suoi formidabili addentellati e diramazioni nelle televisioni e nei salotti che contano. Non ce lo vedo proprio nel ruolo del “descamisado” che lancia monetine e insulti i più rauchi a Bettino Craxi. Non ce lo vedo proprio in una postura così sgraziata e inelegante e talmente vile.











giovedì 12 aprile 2018

DAGO SALVA-VITA - IL DOTTOR MASSIMO FINZI SPIEGA LA LEGGE SUL BIOTESTAMENTO: “I PUNTI SALIENTI DELLA LEGGE SONO L’ARTICOLO 2, CHE RIGUARDA LA SEDAZIONE CONTINUA E PROFONDA, CONCORDATA CON IL PAZIENTE “CON PROGNOSI INFAUSTA A BREVE TERMINE O IN IMMINENZA DELLA MORTE”, E L’ARTICOLO 5 CHE RIGUARDA LA PIANIFICAZIONE DELLE CURE”

Massimo Finzi per Dagospia


Oggi la scienza, soprattutto nel campo della rianimazione, ha registrato progressi tali da consentire a taluni pazienti di continuare a vivere a lungo anche se in stato vegetativo.

In questi casi l’interruzione dei mezzi artificiali di sopravvivenza va considerata eutanasia o azione volta a contrastare l’accanimento terapeutico? Si uccide una persona o si rimuovono gli ostacoli ad una evoluzione  fatale ma naturale? Il confine è molto sottile e va valutato caso per caso.

Lo scioglimento delle camere avvenuto a dicembre 2017 ha probabilmente distolto l’attenzione  e non ha permesso di comprendere a fondo il significato dell’approvazione della legge sul “fine vita”.

Il testo, recentemente approvato,  riassume e codifica principi che in realtà già esistevano nel nostro ordinamento come l’autodeterminazione (già prevista dall’art.32 della Costituzione) e il consenso informato ma li delinea meglio nel senso che dal rapporto medico-paziente scaturisce la consapevolezza  piena della patologia e dei mezzi idonei a contrastarla.

BIOTESTAMENTO

Il consenso informato rappresenta così il momento di incontro tra “l’autonomia decisionale del paziente  e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico”

A questo punto il paziente  ha tutti i riferimenti per decidere di accettare in toto, in parte o rifiutare le cure compresa l’alimentazione artificiale e l’idratazione. In ogni caso al malato, anche se ha espresso il suo rifiuto alle cure , va garantito il controllo del dolore e della sofferenza.

Ma quali sono i punti salienti della legge? L’articolo 2 riguarda la sedazione continua e profonda, concordata con il paziente “con prognosi infausta a breve termine o in imminenza della morte”: all’individuo,che ne abbia fatto richiesta e si trovi in tale condizione, vengono così risparmiate le sofferenze e le angosce che possono accompagnare tali momenti.

BIOTESTAMENTO 4

L’articolo 5 riguarda la pianificazione delle cure: in presenza di una malattia a prognosi infausta o invalidante o cronica il paziente può accettare o meno di sottoporsi a determinati trattamenti. Tali disposizioni verranno registrate nella cartella clinica e per la sorveglianza della loro applicazione può essere nominato un fiduciario.

Ma la nota qualificante è rappresentata dal DAT ( Disposizioni Anticipate di Trattamento) che rappresenta un vero e proprio biotestamento. Si tratta di un documento che ogni persona maggiorenne può compilare e che contiene le proprie decisioni in merito ai trattamenti che vorrebbe accettare o rifiutare nel caso si trovasse nelle condizioni di incapacità di esprimere la propria volontà.

BIOTESTAMENTO 3

 Le DAT possono essere modificate dal soggetto in qualsiasi momento e prevedono la nomina di un fiduciario cioè di una persona, anch’essa maggiorenne, che vigilerà sull’applicazione della volontà del paziente ma al tempo stesso dialogherà con il medico curante il quale potrebbe proporre una cura magari non prevista al momento della redazione del DAT.

 In caso di disaccordo tra fiduciario e medico sarà il giudice ad esprimersi nello spirito delle disposizioni lasciate dal paziente.

La legge prevede tre modi per la redazione del biotestamento: l’atto pubblico, la scrittura privata autenticata e la scrittura privata semplice.

BIOTESTAMENTO 2

Nei primi due casi è necessario ricorrere al notaio mentre nella terza modalità è sufficiente depositare il modulo all’ufficio del proprio comune di residenza ( di solito l’ufficio di stato civile).  Ovviamente la legge prevede che prima della compilazione il soggetto abbia acquisito presso un medico tutte le dovute e idonee informazioni.

lunedì 9 aprile 2018

Fara, presidente Eurispes: «Italia patria della corruzione? Una menzogna, vi spiego perché»

8 Apr 2018 08:01 CEST

Intervista al sociologo che ha fondato e guida uno dei maggiori istituti di ricerca del Paese: «Compiamo sforzi enormi nella lotta al malaffare: ma paradossalmente questa lotta, con la sua intensità, sovraespone il fenomeno. E poiché i rating internazionali riflettono la percezione dei cittadini, finiamo ultimi in classifica…»

«È tutto rovesciato, paradossale. Noi italiani lottiamo contro la corruzione, la contrastiamo con eccellenti metodi d’indagine, apparati di polizia e giudiziari così articolati e numerosi da metterli persino in concorrenza. Non solo, perché abbiamo anche un sistema dell’informazione libero, davvero libero, che non ha alcun ostacolo, per fortuna, nel segnalare ogni singolo episodio di malaffare. E sa cosa succede?». Cosa, professore? «Che finiamo in fondo alle classifiche internazionali. Che paghiamo l’eccellenza in fatto di repressione e trasparenza con un effetto del tutto particolare: la sovraesposizione del fenomeno convince i cittadini che l’Italia è il più corrotto dei Paesi. E questo a sua volta fa in modo che l’Italia compaia ai primi posti dei ranking sulla corruzione, perché le graduatorie in questione sono costruite su indicatori soggettivi, come la percezione appunto».

Gian Maria Fara, fondatore e presidente dell’Eurispes, è un signore gentile e ha un’arma formidabile: la disarmante franchezza. Dev’essere per questo che i professionisti del giustizialismo non l’hanno ancora lapidato (come nemico del popolo, avrebbe detto il magnifico Paolo Villaggio). Lui invece dice quello che pensa, cose incredibili visti i tempi, con una tale serenità che l’interlocutore, se malintenzionato, si paralizza. E appunto, non gli manda i gendarmi con i pennacchi e con le armi, per citare un altro genovese qualsiasi, Fabrizio De Andrè.

Insomma, Fara è intervenuto al convegno di incredibile spessore organizzato due giorni fa a Tivoli, dalla Procura e dall’Ordine dei commercialisti della città laziale. Si è parlato di “Codice antimafia e corruzione”. E lo studioso che guida uno dei maggiori enti di studi sociali del Paese ne ha approfittato per ribaltare un dogma: «Non credo proprio che l’Italia sia tra i Paesi più corrotti del mondo. Secondo le agenzie internazionali da noi il malaffare produrrebbe un giro da 80 miliardi l’anno: non sta né in cielo né in terra».

Ci spieghi, professore.

È semplicissimo. Le agenzie internazionali si affidano a indicatori soggettivi. Del tipo: si intervista un campione e si chiede: ‘ Lei ritiene che nel suo Paese la corruzione sia particolarmente diffusa? ’. In Italia la risposta è ‘ sì’ nella stragrande maggioranza di casi. Quando poi si va a chiedere alle stesse persone se si sono personalmente imbattute in casi di corruzione, se l’hanno vista con gli occhi per così dire, la risposta affermativa arriva in 3 casi su 100. Ma questo secondo elemento, chissà perché, nel paniere delle classifiche pesa molto meno.

Chiarissimo. E perché gli italiani danno risposte così definitive?

Le rispondo a partire da un altro esempio. Nel nostro ultimo Rapporto sul sistema Paese, il trentesimo, abbiamo interpellato i cittadini sull’immigrazione: la gran parte degli italiani è convinta che gli stranieri rappresentino ormai il 30 per cento della popolazione. Purtroppo l’immaginario collettivo si nutre di paure, di allarmi, di fake news. Avviene anche con la percezione dell’insicurezza, che si diffonde nonostante le statistiche sui reati siano in calo. Ma lei mi chiede come siamo arrivati ad alterare la percezione dei fenomeni fino a questo punto.

Infatti: come?

Ecco, la dinamica è singolare: più combatti un fenomeno e più lo rendi percepibile, lo sovraesponi, e poiché gli indici internazionali si basano proprio sulla percezione, l’Italia passa per un Paese corrotto nonostante combatta più di altri la corruzione, nonostante riesca probabilmente a ridurne l’effettiva incidenza rispetto ad altri grandi Paesi. Abbiamo organizzazione dal punto di vista delle strutture investigative e inquirenti, particolare severità nelle misure, abbiamo l’Anac: tutto questo diventa un danno. Avviene anche con la mafia: certo che da noi la criminalità organizzata si è manifestata in forme straordinariamente aggressive e penetranti, ma è anche vero che abbiamo messo in campo strategie di contrasto rimaste finora ineguagliate. La corruzione, o la mafia, appaiono perché le combatti.

È un paradosso da farsi venire le vertigini.

Scusi, ma lei crede davvero che a qualche giudice francese sia mai venuto in mente di incriminare un grande operatore economico del suo Paese per aver corrotto il governo della Nigeria? Nel nostro caso avviene eccome, lì neanche ci pensano: così noi finiamo per essere i corruttori, francesi e inglesi diventano dispensatori di virtù. Eppure non è che non paghino tangenti per avere grandi appalti da Paesi stranieri: ne pagano pure di più forti, è una pratica ancora più consolidata, ma nessuno ne parla, quindi non esiste.

Lei pretende di confutare un teorema, come osa?

Vogliamo parlare dell’agroalimentare? Noi dispieghiamo, nell’ordine: Nas dei carabinieri, Guardia di finanza, Istituto prevenzione frodi, le Asl, le Direzioni distrettuali antimafia. Un lavoro incessante, diffuso, per prevenire le sofisticazioni. Ne ricaviamo l’immagine negativa di un Paese in cui si adultera di continuo. In Germania non lo si fa mai, a quanto pare: ma non è così. È che lì non esistono forme di controllo paragonabili alle nostre. Vogliamo restare in Germania?

E perché no.

Si sono accorti della ’ ndrangheta con la strage di Duisburg. Fino a quel momento non esisteva. Ci fu un caso di clamoroso riciclaggio, un operatore che arrivò ad acquistare qualcosa come 800 immobili solo con pagamenti in contanti. Evidentemente erano felici e contenti che qualcuno investisse tanto, da noi al terzo appartamento ti inceneriscono. Sono solo esempi, è per dare l’idea dell’atteggiamento prevalente.

Quindi lei, da sociologo, ritiene infondato che gli italiani siano naturalmente inclini alla corruzione.

La corruzione è sempre esistita in qualsiasi Paese. Gli italiani hanno in più, forse, una spiccata capacità di autocritica e un pizzico di masochismo.

Ma lei si rende conto di abbattere un dogma, di sfidare una verità incontestabile, vero?

Detto francamente, me ne infischio. Sono un laico, per me i dogmi non esistono: ci sono solo informazioni vere e informazioni false. Sarkozy è accusato di essersi lasciato corrompere lui, da un governo straniero. Giscard d’Estaing era omaggiato da Bokassa in diamanti, e sono solo i primi casi che vengono in mente. Non capisco perché noi italiani dobbiamo sempre sentirci peggiori. Ripeto, anziché essere giudicati positivamente per gli sforzi compiuti nelle azioni di contrasto, paghiamo il fatto che tali sforzi alimentano una percezione alterata nella nostra opinione pubblica.

La corruzione sopravvalutata produce anche la delegittimazione della politica, punto di caduta di tutto il malaffare: con la conseguenza, fatale, che i cittadini si trovano di fatto privi dell’unico strumento di rappresentanza a loro disposizione.

Ho sempre pensato che il dramma di questo Paese sia in una doppia articolazione della morale. Il che determina, tra l’altro, che gli italiani si sentono migliori della classe politica che li rappresenta. È un errore di fondo che compiamo di continuo. Dai rapporti col fisco, perché a evadere sono sempre gli altri ma poi anche chi è lavoratore dipendente e si vede trattenute le imposte fino all’ultimo centesimo esce d’ufficio e va a fare il secondo lavoro in nero, tale errore, dicevo, si verifica ovunque, dal fisco alle relazioni personali. La stessa cosa è peccato se fatta dagli altri, così e così se la facciamo noi. Quando realizzammo il nostro quarto rapporto sulla pornografia, un esponente del mondo ecclesiale ci disse: per chi viene a confessarsi la pornografia è sempre quella che maneggiano gli altri, di sé si dice sempre ‘ io non pratico pornografia ma erotismo’.

Fantastico. Ma ancora sulla politica, eccedere nel rappresentarla come indegna non finisce per tenere lontane dall’impegno pubblico proprio le persone che potrebbero offrire il contributo migliore?

È così. Ma a sua volta la crisi della politica rischia anche di diventare il capro espiatorio della crisi generale della classe dirigente.

Come si spiega la crisi generale?

Nel presentare il Rapporto Italia di quest’anno l’Eurispes ha come sempre messo a fuoco il sistema- Paese, ma mai come stavolta ha segnalato la rottura fra i due termini del binomio: il sistema da una parte appunto e il Paese dall’altra. Due separati in casa che non s’intendono più.

C’è stato un momento in cui il discorso sulla corruzione è partito per la tangente? Nella seconda metà degli anni Duemila, in particolare, tutti le campagne contro la cosiddetta casta e sul presunto costo della corruzione non hanno anche determinato una svolta nelle dinamiche del consenso, tanto da favorire per esempio la nascita del Movimento di Grillo?

A questa dinamica del consenso assistiamo tuttora e mi pare che la percezione alterata sul malaffare abbia deciso in gran parte anche le scelte più recenti degli elettori. Non si può stabilire con esattezza quanto, ma di sicuro in una misura importante.

giovedì 5 aprile 2018

LETTERA APERTA


INDIRIZZATA 
A tutti i post o ex comunisti 
Egregi connazionali,
Vi scrivo per dirvi che la dovete finire di definirvi genericamente “di sinistra”; lo sapete benissimo che nel secolo scorso di “sinistre” ce ne erano almeno tre: la sinistra socialista o riformista, la sinistra comunista e la sinistra rivoluzionaria, o extraparlamentare.
E' quindi inutile che vi nascondiate sempre dietro l'abusata e generica parola “sinistra”; voi eravate comunisti, (militanti, dirigenti o semplicemente elettori del PCI).
E capisco bene il vostro pudore o debbo dire vergogna?
Mi assumo il compito di ricordarvi alcune cose che sembra abbiate dimenticato.
Vi ricordo che anche la Svolta di Salerno enunciata da Togliatti, (secondo di Stalin nell'Internazionale Comunista), era in realtà voluta da Stalin e lo sapete tutti.
Vi ricordo che il PCI era la filiale del PCUS in Italia almeno fino al 1974, quando Enrico Berlinguer fece il 2° strappo con Breznev.
Vi ricordo che fino al 1974 il PCUS finanziava il PCI, andate a rileggervi il libro di Gianni Cervetti “L'Oro di Mosca”.
Vi ricordo che l'URSS era una nazione nemica dell'Italia e aveva i missili puntati contro il nostro Paese; fu solo grazie a Craxi che si arrivò al loro smantellamento.
Vi ricordo che i Socialisti, come ero io allora, venivano insultati perché Riformisti e oggi siete voi a definirvi, ipocritamente, anche riformisti.
Vi ricordo che anche Giorgio Napolitano ebbe a dire “...meno male che nel 1948 le elezioni le vinse la DC e non il Fronte Popolare” perché, sottinteso, altrimenti l'Italia avrebbe fatto la fine della Romania e degli altri Stati dell'Europa dell'Est.
Non sto ad elencarvi tantissimi altri motivi per cui essere comunisti o esserlo stati è disdicevole e non meritorio; quindi smettetela di dire che eravate “di sinistra”, dite che eravate “comunisti” e che non lo siete più.
Avete sbagliato allora, ma adesso non perseverate e smettetela di dare lezioni di riformismo perché non ne siete legittimati dalla vostra storia.

Ennio Di Benedetto
Cittadino con memoria lunga

06/04/2018
Lettera inviata a lariachetira@la7.it : 
Buongiorno,
sono ormai anni che Vi seguo quotidianamente e quindi ritengo di essere autorizzato a indirizzare anche alla conduttrice e alla redazione di "L'Aria che tira" la lettera aperta che allego.

Credo sia opportuno eliminare l'ipocrisia dal dibattito politico e chiarire il passato politico di ognuno e utilizzare la parola "sinistra"  non genericamente, ma adeguatamente aggettivata.

Cordialmente.






lunedì 12 marzo 2018

Reddito di Cittadinanza: cosa è, a chi spetta e come funziona. 4 cose da sapere

Focus sulla misura pentastellata tanto attesa quanto discussa

 06/03/2018 17:06 CET | Aggiornato 07/03/2018 09:30 CET - huffingtonpost.it 
"Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano: dovrà, per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare 8 ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perché la persona viene reinserita nel mondo del lavoro", queste erano state le parole usate dal leader M5S Luigi Di Maio durante la campagna elettorale per descrivere una delle misure più interessanti e discusse del programma pentastellato.
All'indomani del successo ottenuto dal Movimento 5 Stelle alle urne, il dibattito sul reddito di cittadinanza torna caldo, come tornano ad aprirsi gli interrogativi sulle coperture che una misura del genere potrebbe richiedere. "Prenderemo 17 miliardi dalla spesa improduttiva e dalla tassazione sul gioco d'azzardo e sui concessionari autostradali", aveva spiegato Di Maio.
A ogni modo, i vertici pentastellati hanno sempre tenuto a sottolineare che il reddito di cittadinanza non sarà concepito come una misura assistenzialista. A ribadirlo era stato finanche Beppe Grillo con un post sul suo blog datato 10 febbraio 2018: "Il reddito di cittadinanza [...] è previsto solo per chi è in un momento di bisogno e solo a condizione di accettare un lavoro proposto dai centri per l'impiego. Dopo un massimo di 3 proposte rifiutate, il reddito non viene più erogato. Il reddito di cittadinanza esiste già nella maggior parte dei Paesi Europei e non ha senso chiedersi se possa funzionare. Già funziona."
Insomma, una misura tanto attesa quanto controversa per cui, in attesa che si possa passare dal programma elettorale ai fatti, è utile approfondire cosa sia nel dettaglio e come funzioni, quali siano i requisiti e le modalità per ottenerlo, quando e quanto spetti ad ogni famiglia/cittadino richiedente.
Quando Grillo disse: "Senza reddito di cittadinanza avremo la violenza"
Cos'è il reddito di cittadinanza?
Come abbiamo già detto, si tratta dell'aiuto economico che il M5S intenderebbe destinare a 9 milioni di italiani che si trovano privi di reddito o che hanno redditi troppo bassi, in modo da combattere povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale. Si tratterebbe altresì di una misura mirata alla promozione del diritto al lavoro e della formazione professionale.
Come funziona il reddito di cittadinanza?
Secondo l'ISTAT, qualunque cittadino viva da solo con meno di 780 euro al mese si trova sotto la soglia di povertà. Tale soglia varia a seconda del numero dei componenti del nucleo famigliare. Il reddito di cittadinanza prevederebbe un'integrazione/erogazione economica mirata a far in modo che chiunque possa raggiungere la soglia dei 780 euro mensili (per esempio: se abbiamo un nucleo famigliare formato da due persone con una pensione da 400 euro ciascuno, il reddito di cittadinanza interverrà affinché vengano raggiunti i 780 euro mensili con un'integrazione pari a 370 euro). Stando alle promesse dei pentastellati, anche i lavoratori full-time sottopagati avranno diritto ad un'integrazione: è stata progettata l'introduzione del salario minimo contrattuale con pagamento base di 9 euro l'ora. In caso di lavoro part time, invece, è prevista l'integrazione salariale per giungere ai 780 euro mensili.
Quali sono i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza?
Per ottenere il reddito di cittadinanza occorrerà essere in possesso di determinati requisiti e per non perdere il sussidio bisognerà attenersi a determinate regole.
Tra i requisiti:
- Avere più di 18 anni;
- Essere disoccupati o inoccupati;
- Possedere un reddito lavorativo inferiore alla soglia di povertà italiana stabilita dall'ISTAT;
- Percepire una pensione inferiore alla soglia di povertà.
Quali sono le regole da rispettare per continuare a beneficiare della misura?
- Iscriversi al Centro per l'Impiego e rendersi immediatamente disponibile al lavoro;
- Intraprendere un percorso di ricerca lavorativa che impegni almeno 2 ore giornaliere;
- Offrire la disponibilità per progetti utili alla collettività per 8 ore settimanali;
- Frequentare corsi di qualifica/riqualifica professionale;
- Comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito;
- Accettare obbligatoriamente uno dei primi tre lavori che vengono offerti.
A proposito del reinserimento lavorativo e della riqualificazione professionale, saranno previste agevolazioni per chi assume i beneficiari del reddito di cittadinanza, per chi organizza laboratori per la creazione di nuove imprese. Inoltre, nel programma del M5S ci sarebbero anche concessioni di beni demaniali per le start-up innovative e per il recupero agricolo.
"Reddito di cittadinanza, soldi ci sono. Non varrà per immigrati anche se regolari"

Esiste un canone etico italiano: ecco il suo decalogo

Quali sono le caratteristiche di questa cultura politica – altrimenti definita “canone ideologico italiano”?

11 Mar 2018 16:16 CET
Il caso dell’insegnante elementare di sostegno Lavinia Flavia Cassaro è emblematico. La militante dei centri sociali protagonista, a Torino, dell’aggressione alla polizia, per impedire una manifestazione di un gruppo della destra radicale, ha ribattuto alle accuse che le son piovute addosso da ogni parte, di essere «giustamente delusa dal sistema statale, per il vilipendio quotidiano nei confronti della Costituzione, per le connivenze, ma soprattutto le pratiche fasciste, in questo Paese. Sono una persona e sono antifascista. Non mi vergogno della sana rabbia che tutta questa incomprensibile indifferenza scatena nel mio cuore e nella mia mente ». Estremista? Sicuramente lo è, ma al modo in cui lo è il memento pauperistico- evangelico del cristianesimo, che le promesse contenute nel Discorso della Montagna intende realizzare già su questa terra, hic et nunc. Lavinia Flavia Cassaro è la fondamentalista di una political cultureampiamente diffusa nel nostro paese e, soprattutto, nelle nostre scuole, dove gli onnipotenti pedagogisti cattolici degli anni cinquanta sono stati sostituiti da altri maîtresà- penser di ben diverso orientamento etico- politico ( e i cattolici rimasti sono quelli alla don Milani).
Quali sono le caratteristiche di questa cultura politica – altrimenti definita “canone ideologico italiano”?
Proviamo a riassumerle in un decalogo:
1. Uno stile polemico che vede la virtù politica nella lotta senza tregua – e senza esclusione di colpi ai nemici del Bene ( la Patria, la Classe, l’Ortodossia religiosa);
2. Una visione del mondo che non accetterà mai il principio che i valori e gli interessi degli individui e dei gruppi sociali, quando non contrastino con le leggi, stanno tutti sullo stesso piano, nel senso che sono tutti egualmente legittimi e degni di rispetto e considerazione;
3. Una teoria del sacerdozio universale laico e secolarizzato che, conferendo ad ogni singola persona il diritto di leggere e interpretare la Bibbia laica – ovvero la Carta Costituzionale -, si traduce nel processo sempre aperto alle autorità costituite ( Governo, Parlamento, apparati di sicurezza) chiamate a rispondere del loro operato in difesa dei sacri principi;
4. Un rigetto naturale della filosofia liberale delle Forme, in base alla quale il rispetto delle regole del gioco conta molto di più del risultato del gioco e una causa buona che vinca barando non è più tale. Per il canone ideologico italiano, le procedure si rispettano finché fanno vincere i nostri ma diventano strumenti inservibili e nocivi se portano al potere gli altri.
5. Una sorta di teoria della rilevanza costituzionale della piazza che vede nella “partecipazione” ( cortei, sfilate, sit in, occupazioni di edifici pubblici, proteste davanti alle sedi dei partiti o delle ambasciate) la quintessenza della democrazia, la manifestazione autentica e diretta della voluntas populi di cui la classe politica è tenuta a prendere atto ( e se non lo fa, vuol dire che il paese legale è lontano dal paese reale).
6. La concezione degli organi dello Stato come bracci secolari al servizio non della Legge ma della sostanza etica che regge la comunità nazionale. Per fare un esempio, la polizia non ha il compito di far rispettare le norme volte a rendere efficace l’art.. 49 della Costituzione ( «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» ) ma deve sciogliere con la forza le riunioni di Casa Pound e chiudere la loro sedi.
7. Il ritorno alla divisione medievale dei poteri: da una parte, il potere temporale – lo Stato, l’Amministrazione, i tribunali, le scuole etc. – dall’altra, il potere spirituale – i custodi della Rivoluzione, fascista, comunista, antifascista – al quale il primo dovrebbe sempre sottoporsi. Di qui il Partito carismatico ma soprattutto le associazioni carismatiche che non sono gruppi di pressione accanto ad altri gruppi ma vere e proprie versioni secolari dei Consigli Supremi islamici i cui verdetti sono più importanti delle disposizioni legislative o delle stesse sentenze dei tribunali. Sono loro, ad esempio, che debbono stabilire se Casa Pound abbia o no libertà di riunirsi e di far cultura. 8. Una concezione storiografica edificante che non crede, sostanzialmente, all’obiettività della ricerca e alla regola aurea del “sentire le due campane”: solo la grande autostrada che porta alle conquiste ideali di oggi va tenuta in considerazione – le strade secondarie sono inutili e dannose. Fuor di metafora, i fatti si distinguono in fatti principali – quelli che descrivono le fasi dell’ascesa trionfale del Bene – e in fatti secondari – quelli che enfatizzando i costi in termini di violenza e di barbarie, scatenate dal conflitto ideologico, gettano fango e ombra su stagioni eroiche.
9. Il dovere di rimuovere i simboli del regime abbattuto, sul modello della distruzione di Palmyra da parte dei talebani. Statue, monumenti, intitolazioni di strade vanno tutti abbattuti, come facevano gli antichi ‘ fondamentalisti’ cristiani con gli imponenti resti della classicità pagana. Per fare un altro esempio significativo, una lapide, nell’atrio di un Ateneo, che ricordi Giovanni Gentile, grande filosofo ma soprattutto grandissimo promotore di benemerite iniziative culturali, viene considerata come un vulnus, un’offesa alle vittime del fascismo, una profanazione della Costituzione. Al dovere di rimuovere i simboli del regime abbattuto si lega la “promozione” delle città che diedero un maggiore contributo di sangue alla buona causa, a “città sante” in cui non possono avere sede o, semplicemente, tener comizi o congressi gli eredi dei regimi travolti dalla santa collera popolare.
10. Un legame complesso col populismo. Quello del canone ideologico italiano potrebbe definirsi, con un ossimoro, un populismo elitario: il popolo è, sì, l’autorità più alta ma il potere effettivo sta nelle avanguardie carismatiche gli antemarcia, i resistenti, i movimenti collettivi e le loro guide etc. – che ne interpretano la volontà più autentica, che la conta dei voti non rispecchia. Per dirla con Rousseau, nel populismo senza aggettivi, la volontà del popolo è la volonté de tous, nel populismo elitario è la volonté generale.
Gli interpreti della volontà generale stanno all’Autorità suprema, il Popolo, come in Giappone fino al 1867, gli shogun stavano al Tenno – la fonte di legittimità, che serviva solo a legittimarne il potere. Di qui la diffidenza per le masse – la “plebe” quando non siano dirette dai guardiani della comunità politica. Se si tiene presente questo decalogo, c’è da chiedersi: ma qual è poi, la colpa della «professoressa dell’odio», come Lavinia Flavia Cassaro è stata definita da Matteo Renzi? La pasionaria siculo- piemontese, in realtà, è l’espressione più coerente dell’canone ideologico italiano e di quella giustiziafai- da- te di cui si è detto al punto 3 – parlando della teoria del sacerdozio universale. È vero che non si inveisce o non si attacca la polizia posta a salvaguardia dell’ordine pubblico, ma una polizia che protegge una compagnia di zombie, lasciandoli liberi di celebrare le loro messe nere e i loro riti satanici non giustifica l’indignazione e la «sana rabbia» che l’ «incomprensibile indifferenza scatena» nel «cuore» e nella «mente» di chi ha preso maledettamente sul serio gli slogan della nostra interminabile guerra civile?
La si cacci pure dalla scuola – come peraltro sarebbe giustissimo tanto il suo posto verrà preso da un’altra, da cento, da mille Cassaro.

martedì 27 febbraio 2018

VAI IN PENSIONE QUANDO TI PARE

Credo sia giunto il momento di prendere una decisione forte, epocale, in materia di pensioni.

Per porre fine al dibattito in maniera positiva si decida solennemente che ogni lavoratore/lavoratrice possa andare in pensione quando lo ritiene a partire dal 60° anno di età; ovviamente con il sistema contributivo.
Certamente è necessario porre dei limiti in base ai lavori cosiddetti usuranti e ciò a tutela dei Cittadini con i quali si devono rapportare i lavoratori impegnati nei lavori usuranti: minatori, muratori, camionisti, maestre della scuola dell'infanzia, poliziotti, carabinieri ecc. ecc.
E la tutela consisterà nel certificato medico di idoneità obbligatorio che il lavoratore dovrà esibire ogni anno a partire da 60° anno di età.
E a partire dai 75 anni tutti i lavoratori dovranno certificare la loro idoneità mentale, a partire dagli insegnanti, magistrati, giudici, medici ecc. ecc.

Ricordo a tutti che qualche anno fa una Generale dei Marines USA decise all'età di 84 anni di andare in pensione per fare spazio ai giovani e l'anno scorso un valoroso tipografo italiano ha festeggiato il suo 100° compleanno in tipografia dicendosi fiero di aver regalato all'INPS almeno 30 anni della sua pensione. Riflettete gente, riflettete.