Pagine

domenica 17 settembre 2017

Ferrajoli: «La politica obbedisce all’economia e non conosce più il diritto»

da "ildubbio.news " del 17/09/2017

Odio e conflitti. Intervista al professor Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto
Eclissi della politica, aggressione allo stato sociale, aumento delle disuguaglianze. Qui l’odio s’insinua, prende forma di parola e si fa linguaggio condiviso. Nascondendosi – troppo spesso – dietro un opaco quanto inattaccabile anonimato. Ne parliamo con Luigi Ferrajoli, giurista e professore emerito di filosofia del diritto. In corso di pubblicazione per Laterza, il suo ultimo libro: “ Manifesto per l’Uguaglianza”.
Odio dunque parlo, professor Ferrajoli?
Il linguaggio dell’odio sta sviluppandosi e generalizzandosi perché è legato non solo alle nuove forme della comunicazione – spesso anonime – ma anche al crollo delle forme e dei sentimenti tradizionali della solidarietà, al venir meno dei legami sociali.
Un ennesimo effetto della crescita della diseguaglianza?
La diseguaglianza, la povertà estrema, la disoccupazione, la precarietà e il senso di insicurezza hanno avuto come prevedibile esito la fine della fiducia nella sfera pubblica e del senso di appartenenza a una comunità di uguali. Di qui l’odio per i diversi, i migranti in primis, concepiti come nemici.
Abbiamo smesso di odiare il “padrone” e cominciato a odiare il “servo”?
E’ stata questa la strategia politica messa in atto dai governi e sperimentata con successo da Trump: mettere gli ultimi contro i penultimi, i poveri contro i poverissimi.
Una strategia che ribalta la direzione della lotta di classe: non più dal basso verso l’alto ma dal basso verso chi sta ancora più in basso.
Strategia politica a parte, questo linguaggio dell’odio sembra riflettere un odio vero.
Assolutamente sì. Come pure sentimenti di rancore e disperazione ma soprattutto sfiducia: sfiducia nelle istituzioni, nella politica, negli altri, nei concittadini. Tutto questo è il risultato di un processo di disgregazione sociale prodotto dalla disoccupazione, dalla svalutazione del lavoro, dal misconoscimento delle competenze, dai bassi salari e dalla creazione di fittizie disuguaglianze tra lavoratori.
Da qui il senso di lesione dell’amor proprio e l’aggressività generalizzata.
Dov’è finita la politica?
La politica ha abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di garanzia dei diritti dei più deboli: un’abdicazione che si è espressa nell’aggressione allo stato sociale. A cominciare dai ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie, a mio parere incostituzionali perché la salute è un diritto fondamentale, base dell’uguaglianza e perciò universale e gratuito.
Parliamo della politica italiana?
La politica italiana è uguale a quella di tutto il mondo occidentale. E’ l’economia a governarla. I rapporti si sono ribaltati: non è più la politica a governare la politica, ma viceversa. Il tutto è legittimato dalla tesi, ripetuta da tutti i governanti e da quanti li sostengono che “non ci sono alternative” alle politiche attuali, cioè alla subalternità ai mercati. E la mancanza di alternative equivale alla fine della politica che è prima di tutto trasformazione, alternativa all’esistente.
Da noi non si salva nessuno?
Il punto è che non c’è più rappresentanza. Il paradosso è che l’unico terreno su cui c’è rappresentanza è proprio quello dell’odio. Maggioranza e opposizione fanno a gara ad assecondare, interpretare, rappresentare l’odio, l’intolleranza e la paura nei confronti dei diversi. Proprio per questo considero ridicola la critica al sistema proporzionale – perché incapace di dar vita a una maggioranza – quando di fatto tutti fanno le stesse politiche economiche e sociali.
Cos’è che manca davvero?
Un programma, un progetto. In realtà ci sarebbe un enorme spazio per una forza di sinistra che semplicemente si impegnasse nell’attuazione del progetto costituzionale, cioè nella difesa dei diritti sociali e delle garanzie del lavoro. Accade invece che il Partito democratico e la destra, sostanzialmente, non si differenziano nelle loro politiche economiche. E’ questo che produce la percezione di una politica parassitaria, ridotta a tecnocrazia, cioè all’attuazione tecnica dei dettami dei mercati. Come diceva Norberto Bobbio, la tecnocrazia è la negazione della politica e insieme della democrazia.
Rispetto all’immigrazione, come le pare il modello tedesco?
Lì, nonostante le critiche che possiamo rivolgere alla Germania, la politica è a un livello più alto. Una politica che non ha dimenticato il compito – anche giuridico – di attuare i precetti costituzionali, di difendere i diritti umani e la dignità delle persone. Qui da noi la vittoria del no al referendum era apparsa come una vittoria dei principi costituzionali, ma tutto questo è già scomparso dall’orizzonte della politica.
Insomma, insieme alla politica si è eclissato anche il diritto?
Semplicemente non parlano più lo stesso linguaggio, come è stato sino a qualche anno fa.
Il linguaggio della politica, oggi, è il linguaggio dell’economia che ignora termini come uguaglianza, dignità della persona, diritti umani e diritti sociali. E il linguaggio dell’economia è fatto solo di Pil, efficienza, crescita, riduzione delle tasse.
Parliamo allora delle differenze, quelle che maggiormente sembrano scatenare sentimenti di odio.
Le differenze hanno a che fare con l’identità della persona.
Parlo delle differenze di sesso, di religione, di opinioni politiche, di etnia, elencate dal primo comma dell’art. 3 della Costituzione. Sono le differenze di identità, che il principio di uguaglianza impone di tutelare stabilendo la “pari dignità” di tutte le differenze di identità che fanno di ciascuna persona un individuo differente da tutti gli altri e di ciascun individuo una persona uguale alle altre.
E’ singolare il fatto che alla crescente intolleranza nei confronti delle differenze si accompagni una disponibilità quasi inaudita ad accettare come naturale e inevitabile l’aumentare impetuoso delle diseguaglianze…
Le diseguaglianze non hanno nulla a che fare con le differenze di identità delle persone, ma solo con le loro condizioni di vita materiali, economiche e sociali, che il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione impone di rimuovere e di ridurre.
Aggiungo che sia le differenze che le diseguaglianze sono circostanze di fatto, mentre il principio di uguaglianza è una norma, diretta a tutelare le prime mediante i diritti di libertà, e a rimuovere le seconde per il tramite dei diritti sociali ( alla salute, all’istruzione, a un reddito di cittadinanza) Può il diritto facilitare l’integrazione rendendo i migranti più consapevoli dei propri diritti?
Sì ma questo vale per tutti, non solo per i migranti.
Naturalmente le diverse culture vanno rispettate, ma solo fino a che non ledono diritti fondamentali, in quanto tali indisponibili: una cosa è il velo, un’altra è l’infibulazione. Certo fa parte dell’integrazione la conoscenza e il rispetto dei nostri principi costituzionali, ma nell’una né l’altra possono essere imposti dal diritto, pena la loro illiberale negazione.
Mi sembra un po’ drastico.
Un principio generale di carattere liberale è che si regolano i comportamenti e non le idee. Le idee vanno promosse attraverso la cultura, ma non attraverso il diritto.
Non si possono discriminare tesi, pensieri, posizioni politiche, anche se sono in contrasto con i valori costituzionali. I fascisti non ci piace che esistano, ma non possiamo reprimere le loro idee, ma solo combatterle argomentando e praticando le idee dell’antifascismo.
Dal linguaggio dell’odio alla guerra santa.
Siamo in presenza di culture terroriste e assassine alle quali – a cominciare dalla vendita delle armi – continuiamo a fare regali, come il panico generato dall’eccessivo spazio dato dai media ai loro crimini.
C’è poi un altro regalo che facciamo ai terroristi: parlare di “stato” islamico e utilizzare contro di essi il linguaggio della guerra anziché quello del diritto penale. Giacché agli atti di guerra si risponde con la guerra, come è stato fatto l’ 11 settembre contro la strage delle Due Torri gettando così benzina sul fuoco e facendo divampare il terrorismo; mentre ai crimini si risponde, cosa certo più difficile, con le indagini dirette a identificare e catturare i criminali. Chiamare atto di guerra un crimine significa abbassare lo Stato al livello dei criminali o alzare i criminali al livello dello Stato. E’ così che la logica della guerra ha fatto il gioco del terrorismo che appunto come “guerra santa” vuol essere riconosciuto.
Eppure l’informazione ha le sue esigenze.
Certo occorre informare, ma se lo scopo del terrorismo è produrre terrore è precisamente la sua spettacolarizzazione che realizza tale scopo.
Che ne pensa dello ius soli?
E’ un provvedimento assolutamente scontato e la discussione intorno allo ius solista rivelando il carattere puramente razzista dell’opposizione. Qui non abbiamo a che fare con immigrati, ma con persone che sono nate in Italia, hanno fatto in Italia i loro percorsi scolastici e sono quindi connazionali a tutti gli effetti.
L’opposizione a questa elementare misura di civiltà si spiega soltanto con l’intolleranza per l’identità etnica di queste persone, in breve con il razzismo. Non solo. Negando la loro italianità, che essi rivendicano con orgoglio, trasformiamo il loro senso di appartenenza al nostro paese in rancore antiitaliano. Il rifiuto della cittadinanza rischia così di trasformarli in nemici. Abbiamo qui il banco di prova del sottofondo razzista – più o meno consapevole – delle politiche di esclusione. Dobbiamo inoltre dare atto al governo della difesa, almeno finora, di questa elementare scelta di civiltà.
Quanto siamo vicini alla realizzazione di una cittadinanza globale?
Siamo lontanissimi di fatto, anche se l’uguaglianza, sul piano giuridico, è solennemente proclamata dalla Dichiarazione universale del ‘ 48 e dalle tante convenzioni, patti e trattati sui diritti umani. In breve: non siamo mai stati tanto uguali in diritto e tanto disuguali di fatto. Basti pensare che le otto persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione, cioè di 3 miliardi e seicento milioni. Non c’è mai stata diseguaglianza di questo genere.
E’ possibile difendersi dal linguaggio d’odio senza restare impigliati nella rete della censura?
La libertà di espressione non consente né l’ingiuria né la diffamazione. Il vero problema è che l’anonimato della rete non consente di identificare, e dunque di querelare chi si rende colpevole di tali violazioni. E’ una materia che richiede ancora di essere studiata, soprattutto sul piano delle tecnologie informatiche idonee a impedire l’anonimato.

LA VERITA' SULLE COOP ROSSE


1. DALLA UNIPOL ALLE BANCHE, ECCO TUTTI I VALORI GONFIATI DELLE PARTECIPAZIONI FINANZIARIE DELLE COOP ROSSE (CHE RENDONO DIFFICILE GARANTIRE I SOLDI DEGLI ASSOCIATI)
2. BALLANO 9 MILIARDI DI PRESTITO SOCIALE E LA COLPA NON E’ DELLA CRISI DEI CONSUMI O DELLA CONCORRENZA MA DEL LEGAME PERVERSO TRA COOP E FINANZA CHE TRA IMPEGNI “DI SISTEMA” E AVVENTURE AZZARDATE IN MPS E CARIGE, RISCHIA DI DIVENTARE INSOPPORTABILE..





Dagospia
 MEDIA E TV POLITICA BUSINESS CAFONAL CRONACHE SPORT  


17 SET 2017 10:10
1. DALLA UNIPOL ALLE BANCHE, ECCO TUTTI I VALORI GONFIATI DELLE PARTECIPAZIONI FINANZIARIE DELLE COOP ROSSE (CHE RENDONO DIFFICILE GARANTIRE I SOLDI DEGLI ASSOCIATI)
2. BALLANO 9 MILIARDI DI PRESTITO SOCIALE E LA COLPA NON E’ DELLA CRISI DEI CONSUMI O DELLA CONCORRENZA MA DEL LEGAME PERVERSO TRA COOP E FINANZA CHE TRA IMPEGNI “DI SISTEMA” E AVVENTURE AZZARDATE IN MPS E CARIGE, RISCHIA DI DIVENTARE INSOPPORTABILE...

1 - IL RISCHIO BOLLA DELLA FINANZA ROSSA INCOGNITE SU 9 MILIARDI DI PRESTITI DEI SOCI
Gianluca Paolucci per “la Stampa”

Sono almeno 9 miliardi di risparmi degli italiani e si appoggiano su gambe che mostrano qualche incrinatura. Si tratta del prestito sociale delle Coop e la colpa non è solo della crisi dei consumi e di una concorrenza sempre più aggressiva, ma anche di un legame tra Coop e finanza che tra impegni «di sistema» e avventure azzardate nell' azionariato di grandi banche (Mps e Carige principalmente) rischia di diventare insopportabile.
RISPARMI O FINANZIAMENTI
Tutto il problema finanziario sarebbe solo un affare interno alle Coop, se non fosse appunto per il prestito sociale. I soci prestano soldi alle Coop che pagano un interesse. A fissare le regole sono la legge e una serie di circolari Bankitalia, che però non ha poteri di vigilanza sulle coop. In passato ci sono stati almeno due casi (Coop Carnica e Trieste) che hanno lasciato un buco di alcune decine di milioni nelle tasche dei risparmiatori.

«Il problema è che i tassi sono inferiori ai rischi che si corrono - dice Alessandro Pedone di Aduc, una delle associazioni di consumatori che si è occupata dell' argomento -. Se queste coop emettessero obbligazioni sul mercato dovrebbero pagare tassi due o tre volte più alti».
Di parere opposto Stefano Bassi, presidente dell' Associazione nazionale delle Coop di consumo. «Il prestito non è raccolta pubblica di risparmio, come ha chiarito Bankitalia. È un istituto legittimo, remunerativo per i soci che soggiace ad una regolamentazione rigorosa», spiega. Le coop, aggiunge, «non si sottraggono a eventuali nuovi confronti normativi. È intenzione delle coop procedere ulteriormente con altri strumenti sul fronte della vigilanza, controlli e garanzie».

VALORI E PREZZI
Tra i vincoli posti da Bankitalia c'è quello che l' ammontare del prestito sociale non può superare tre volte il patrimonio netto. Ed è qui che tutto s' ingarbuglia. L' esempio più eclatante è quello della catena di controllo di Unipol. Risalendo lungo la catena di controllo del gruppo assicurativo i valori in bilancio lievitano fino a quasi cinque volte il valore in Borsa del titolo Unipol Gruppo Finanziario (Ugf), la capogruppo delle attività assicurative e bancarie. Nello stesso bilancio si trovano almeno tre prezzi diversi. È il caso di Holmo holding delle coop e azionista di Finsoe, che a sua volta controlla Ugf con il 31,4%.

COOP
A farlo presente, durante l'assemblea che ha approvato i conti di Holmo nel giugno scorso, è Giorgio Pellacini, commercialista emiliano nonché liquidatore di Coopsette, coop edile finita in dissesto. Fatti due conti, la partecipazione in Unipol ha almeno quattro valori diversi. Nel bilancio di Finsoe vale 9,95 euro per azione, nel bilancio di Holmo a 12,61 euro. Poi però Holmo vende il 2,28% di Finsoe ad un prezzo che è pari alla quotazione di Unipol ma quello che resta in bilancio vale sempre uguale.
Quindi di fatto rivaluta Finsoe e conseguentemente Unipol, che adesso viene valorizzata 13,22 euro per azione. Il tutto mentre il titolo Unipol viaggia in Borsa intorno a 3,8 euro, con una oscillazione tra 2,26 e 4,3 euro nell' ultimo anno. Com'è possibile, chiede Pellacini? Semplice: quei valori sono giustificati da una serie di perizie, risponde Holmo.
PERDITE LATENTI

Questi valori si riverberano sulla galassia delle coop che controllano Unipol, che si portano dietro pesanti perdite latenti. Alleanza 3.0 è la più grande coop di consumo italiana. Un vero colosso, gestisce i supermercati Coop tra Emilia, Lombardia e Veneto. È anche il primo socio di Finsoe e, se portasse il valore della partecipazione al prezzo di mercato, dovrebbe registrare in bilancio una perdita di 643 milioni di euro. Sommando a questa altre partite latenti (Spring 2, un veicolo liquidato nei mesi scorsi, la società immobiliare Igd e altri) si troverebbe il patrimonio netto abbattuto di circa 1 miliardo, da 2,4 a 1,5 miliardi.

A bilanciare in parte l'ammanco ci sono circa 93 milioni di plusvalenze latenti dalla partecipazione diretta in Unipol (9,6%). «Non esistono minusvalenze latenti - dice Adriano Turrini, presidente di Alleanza 3.0 -. Le azioni che abbiamo in carico dirette sono a 2,5 euro, ampiamente al di sotto al valore di Borsa. Per la restante parte abbiamo azioni Finsoe, che ha un valore di carico che deriva dalla storia e dei risultati del gruppo. Ci sono le perizie di soggetti terzi, che tengono conto dei rendimenti attesi e di un premio di maggioranza».

E veniamo alle perizie. Ne abbiamo visionata una, quella per giustificare il valore di carico di Unipol in Finsoe nel bilancio 2015. L' autore è Deloitte, che dopo una serie di avvertenze (il rapporto «non potrà essere distribuito a terzi» senza il consenso scritto di Deloitte, che «non risponderà di eventuali danni che i soggetti che avranno accesso al presente documento o altri soggetti potranno subire in caso di uso improprio» del rapporto stesso), esclude esplicitamente il valore di Borsa come base di calcolo, utilizza il valore degli utili attesi e si lancia in una serie di assunti. Ad esempio, considera gli utili al 2018 il risultato previsto al 2015 nel vecchio piano industriale di Unipol, considerando «la graduale ripresa prevista» nel 2016 e 2017.
Ma non basta. Allora applica un premio di controllo, calcolato sulla base delle transazioni di pacchetti quotati avvenute nel mercato bancario e assicurativo tra il 2001 e il 2006. Ovvero, quando il mercato tirava e le valutazioni del settore hanno raggiunto il loro picco storico. Sulla base di tutto questo si aggiunge un altro 25%/35% e si arriva a valori ancora più elevati. Tra 14,21 e 15,35 euro per azione 

FUGA DAL PRESTITO
Il caso più delicato è quello di Unicoop Tirreno, attiva nella Costa toscana e nel Lazio. Lo scorso anno è stata salvata da un intervento «di sistema» dalle altre grandi coop che hanno sottoscritto degli «strumenti finanziari partecipativi» per 175 milioni di euro, erogati però alla coop solo in parte. Unicoop Tirreno è nel mezzo di una complicata ristrutturazione, ha ridotto le rete di vendita, chiuso negozi e imposto sacrifici al personale.
Ma nonostante questo la sola valorizzazione a prezzi di mercato della partecipazione Finsoe porterebbe una nuova perdita di 113 milioni, facendo saltare il parametro Bankitalia per i 750 milioni di prestito sociale. Prima dell' allarme, il prestito sociale era arrivato a 1,4 miliardi. Una vera e propria corsa allo sportello, in qualche modo lanciata dalla stessa coop per ridurre i rischi.

2 - COSÌ L' AVVENTURA IN MONTEPASCHI HA SCHIACCIATO I SUPERMERCATI
Gianluca Paolucci per “la Stampa”
Unicoop Firenze si è chiamata fuori per tempo. Nel decennio passato era arrivata a essere uno dei soci principali di Monte dei Paschi con poco meno del 4%. Alla fine del 2013, dopo lo scoppio dello scandalo, ha venduto tutto con una perdita di circa 400 milioni. L'avventura bancaria è costata un sacco di soldi e anche il posto e l' oblio a Turiddo Campaini, che Unicoop Firenze l'ha guidata per quasi quarant'anni ed era arrivato anche, negli anni di Giuseppe Mussari, alla vicepresidenza della banca senese. Ma almeno la coop fiorentina, a differenza di altre «sorelle», ha evitato altre perdite.

Il fatto è che la catena di controllo di Unipol non è l'unico guaio finanziario delle coop, che pagano anche avventure bancarie rivelatesi dissennate. Coop Liguria, oltre ad una perdita latente di 122,7 milioni sulla quota Finsoe/Unipol, si porta dietro una quota dell' 1,4% in Carige. In bilancio, è iscritta come quota del patrimonio netto. In pratica, valorizza Carige oltre 1,4 miliardi mentre in Borsa capitalizza oggi meno di 200 milioni.
Negli esercizi precedenti ha già effettuato massicce svalutazioni, ma restano altri 33 milioni di perdita che nei bilanci della Coop - che comunque ha un patrimonio capiente per sostenere il prestito sociale - figurano solo nelle note. «Abbiamo sia ridotto il prestito sia introdotto i prestiti vincolati - dice Francesco Berardini, presidente di Coop Liguria. Il rapporto tra patrimonio e prestito adesso è 0,95. Se portassimo a zero la partecipazione in Carige il rapporto sarebbe di 1 a 1, quindi di ampia sicurezza».

Adesso c'è un nuovo aumento di Carige in arrivo. «Valuteremo se partecipare - dice Berardini - dopo l' assemblea della banca e una volta che avremo tutte le informazioni sul nuovo piano industriale».
Va peggio a Coop Centro Italia (Umbria, bassa Toscana e Abruzzo). Ha un consistente pacchetto di azioni Mps, superiore all'1%. Ha partecipato agli aumenti di capitale dell' era Viola-Profumo che nonostante le svalutazioni già effettuate negli anni precedenti - oltre 200 milioni in totale: 75 solo nell'esercizio 2015, altri 140 tra il 2012 e il 2014 - nei bilanci di fine 2016 è ancora iscritta per un controvalore di 86 milioni di euro.
Ma a fine dicembre era già fallito l'aumento di capitale "privato" e partito il salvataggio di Stato. Il titolo era sospeso a tempo indeterminato e quelle azioni valevano di fatto già zero, in virtù del burden sharing imposto dalla Ue. Con un patrimonio netto di 173 milioni e un prestito sociale di 504 milioni, è la Coop con la situazione sulla carta più pesante. Nel suo ultimo bilancio c' è anche una quota di Holmo (che però non figura nei documenti di Holmo) che incorpora altri 14,3 milioni di perdita. Ed socia storica della Popolare di Spoleto, altra avventura finita male per i conti della Coop.

L'inevitabile svalutazione della quota Mps si porterà l'abbattimento del patrimonio. Il prestito sociale è già in discesa, e alla fine dello scorso anno era pari a 504 milioni di euro. Giorgio Raggi, presidente di Cci, spiega che «siamo parte civile nel processo penale su Monte dei Paschi di Siena, anche per la parte che riguarda la gestione di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola.
Inoltre abbiamo avviato la causa civile e richiesto un risarcimento di 260 milioni per gli aumenti di capitale ai quali abbiamo partecipato e a ottobre è prevista un' udienza a Firenze». Resta il problema del patrimonio. «Provvederemo ad una svalutazione e ad un rafforzamento patrimoniale conseguente- ribatte Raggi -, con gli strumenti che la legge ci consente per restare nel parametro del rapporto di 1 a 3 tra patrimonio e prestito sociale fissato da Bankitalia». Non esclusa una nuova operazione di sistema, a carico delle altre coop più solide. Di fatto, un salvataggio.

giovedì 7 settembre 2017

Perché i missili nucleari di Kim Jong-un non ci devono fare paura (per ora)


Che cosa dicono davvero i test degli ultimi giorni: il regime ha fatto passi da gigante in poco tempo, ma molte cose restano avvolte nel mistero
di Giovanni Zagni su "L'INKIESTA"

7 Settembre 2017 - 11:00

La minaccia nucleare della Corea del Nord è tornata di nuovo nei titoli di testa dei telegiornali, con il test missilistico del 29 agosto e quello nucleare del 3 settembre. Ma, come spesso accade quando si parla del Regno Eremita, molte cose restano circondate nel mistero.

Ad esempio: sappiamo che negli ultimi mesi la Corea del Nord ha aumentato di parecchio, e molto in fretta, le sue abilità nel campo dei missili. Non è del tutto chiaro, però, come abbia fatto. Oppure: sappiamo che, pochi giorni fa, la Corea del Nord ha compiuto un altro test nucleare (il sesto della sua storia). Ma non siamo certi del tipo di bomba che sia stata detonata.

E quindi: quanto è reale la minaccia nucleare della Corea del Nord? Lasciamo da parte le considerazioni diplomatiche e geopolitiche, e il fatto che la strategia del Paese asiatico segua una certa logica e sia tutt’altro che il frutto delle azioni di un pazzo - come a volte viene raffigurata la dittatura di Kim Jong-un. Dal punto di vista strettamente militare, come stanno le cose? Che cosa è in grado e non è in grado di fare la Corea del Nord, dopo il grande dispiego di potenza bellica degli ultimi giorni?

La Corea del Nord ha aumentato di parecchio, e molto in fretta, le sue abilità nel campo dei missili. Non è del tutto chiaro, però, come abbia fatto
Il primo punto fermo è che, nell’arco degli ultimi mesi, la Corea del Nord ha aumentato in modo molto rapido la sua capacità in campo missilistico: ha lanciato 21 missili in quattordici test a partire da febbraio.

Dopo parecchi fallimenti, negli ultimi due anni l’arsenale di Pyongyang si è arricchito di due nuovi modelli, tra cui soprattutto il missile balistico intercontinentale, o ICBM, Hwasong-14 (Hwasong è il nome coreano del pianeta Marte, letteralmente “stella di fuoco”). Gli ICBM sono in grado di spingersi ad altissime quote, perfino a livello orbitale, e di percorrere distanze superiori ai 5.500 chilometri.

La Corea del Nord ha testato con successo un ICBM appena due mesi fa, il 4 luglio, annunciando - con l’usuale esagerazione - che può arrivare «ovunque nel mondo» e scegliendo con cura una data per avere il massimo impatto, il Giorno dell’Indipendenza americano. Sicuramente Kim Jong-un va pazzo per i missili: nei suoi sei anni di regime ne ha lanciati molti di più di suo padre e suo nonno messi insieme.

Con i recenti test degli ICBM, gli esperti dicono che nessun Paese ha mai fatto progressi così grandi in tempi così stretti, dato che fino a poco tempo fa la Corea del Nord non era in possesso di missili a lungo raggio. È molto difficile che il Paese sia riuscito a sviluppare da solo le tecnologie necessarie.

Come è stato possibile, allora? Secondo uno studio recente, molti indizi puntano all’Ucraina. Si sa che i motori che spingono i missili nordcoreani sono una versione modificata di alcuni potenti modelli sovietici, in particolare uno noto con la sigla RD-250.

Non molte fabbriche nell’ex URSS li producevano. Una di queste, la Yuzhmash di Dnipro, ha costruito per molto tempo alcuni dei missili più grandi e potenti dell’arsenale sovietico e ha continuato a farlo per la Russia. Ma negli ultimi tempi, dopo la fine della presidenza del filo-russo Viktor Yanukovich, ha cominciato a passarsela male: i russi hanno cancellato gli ordini e il complesso industriale rimane sottoutilizzato e colpito da problemi economici.

Non è chiaro come i nordcoreani abbiano avuto la tecnologia che cercavano, con quali intermediari e se con la collaborazione di qualcuno in Ucraina. Si sa però che già nel 2011 avevano già provato ad ottenere nel Paese ex sovietico progetti e informazioni tecniche. Due agenti nordcoreani vennero arrestati in Ucraina e condannati nel 2012 a otto anni di carcere. Nel caos ucraino degli ultimi anni, pare che siano riusciti ad avere maggior fortuna.

Perché è un problema?

Il fatto che la Corea del Nord sia riuscita ad entrare in possesso di ICBM non è molto rassicurante, dal punto di vista puramente militare. Gli ICBM possono essere lanciati in meno di un’ora con dei grossi veicoli mobili noti come TEL (Transporter Erector Launcher), che fino all’uso possono restare nascosti nelle basi scavate sotto le montagne.

Fermare un missile intercontinentale, infatti, è paragonato dagli esperti a colpire un proiettile con un altro proiettile
Quell’ora di tempo è anche il momento migliore per provare a fermare un eventuale lancio. Dopo, infatti, intercettare un missile intercontinentale è davvero molto difficile. Fermare un ICBM è paragonato spesso a colpire un proiettile con un altro proiettile.

Una volta sulla rampa di lancio, infatti, i motori accelerano il missile fino a 6/7 km al secondo; il missile sale in una traiettoria molto ripida fino a centinaia di chilometri di altezza ed entra in una traiettoria parabolica verso l’obiettivo. La testata, che contiene la bomba nucleare, si stacca quindi dal resto e comincia la sua discesa. Tutto avviene in poche decine di minuti: in questo stretto lasso di tempo bisogna accorgersi che il missile è stato lanciato, calcolare la sua traiettoria e rispondere in modo adeguato.

Esistono, naturalmente, diversi sistemi che provano a fare tutto questo. Il sistema THAAD, ad esempio, prodotto dagli Stati Uniti a partire dal 2008 e impiegato in Corea del Sud, punta a intercettare i missili nella loro fase di rientro, cioè mentre stanno scendendo sul bersaglio: ma è pensato per missili con gittata inferiore rispetto agli ICBM. Lo stesso vale per il sistema Aegis montato sulle navi giapponesi e statunitensi, che può in teoria colpire oggetti nella loro fase orbitale ed è stato in grado di abbattere un satellite malfunzionante nel 2008 - ma non è pensato in modo specifico per i missili intercontinentali.

In concreto, a proteggere gli Stati Uniti dagli ICBM ci sono 30 missili anti-balistici del sistema GMD in due basi in Alaska e California, sostanzialmente missili pensati per andare a colpire altri missili. Il problema principale, però, è che il loro livello di successo nei test è stato abbastanza scarso.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche di altri metodi più futuristici, come l’utilizzo del laser, ma l’impressione è che la migliore difesa venga dalla prevenzione e dall’eventuale rappresaglia. Vale la pena di chiedersi anche: la Corea del Nord ha qualcosa da metterci, su quei missili?

La Corea ha la bomba H?

Circa un minuto dopo mezzogiorno del 3 settembre 2017, ora di Pyongyang, una stazione sismica a Mudanjiang, nella Cina nordorientale, ha rilevato onde compatibili con un evento equivalente a un terremoto di magnitudo 6.3 (la magnitudo è stata rivista alcune volte dopo le prime stime iniziali).

Nell’arco di una ventina di minuti, le onde sismiche erano state rilevate dalle stazioni di mezzo mondo, compresa l’Italia. Non si trattava di movimenti tellurici, però, ma di un’esplosione avvenuta nei pressi del sito di Punggye-ri, in un’area montagnosa della Corea del Nord: il sito utilizzato per tutti i sei test nucleari nordcoreani - e attualmente l’unico sito di questo genere attivo nel mondo.

Di lì a poco, i media del regime hanno annunciato trionfalmente la detonazione di una bomba all’idrogeno dalla potenza «senza precedenti».


La Corea del Nord non è nuova a proclami del genere: la prima bomba H, stando al regime, sarebbe stata testata nel gennaio 2016. Questa volta, però, un indizio fa pensare che la bomba possa essere davvero di un nuovo tipo.

Le informazioni raccolte dai sismografi e con gli altri sistemi di rilevamento avevano finora limitato la potenza delle bombe nordcoreane a una ventina di kilotoni (un kilotone equivale al potere esplosivo di circa 100 tonnellate di TNT), pressappoco come quelle che furono sganciate nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki.

Questa volta, invece, l’energia rilasciata sarebbe stata molto più grande: secondo alcune stime, circa dieci volte di più. L’ente norvegese Norsar, che si occupa anche del rilevamento dei test nucleari con gli strumenti sismologici, ha rilasciato un grafico molto chiaro che mette a confronto le onde causate dai sei test nordcoreani. L’ultimo è chiaramente molto più potente.

Onde Sismiche Norsar
Secondo gli esperti, una bomba così potrebbe avere la potenza di circa 100 kt. Dato che le bombe termonucleari (o all’idrogeno, o bombe H) rilasciano potenzialmente molta più energia delle bombe atomiche a fissione, la possibilità che si tratti davvero di una bomba H è molto più alta.

Ma non tutti sono d’accordo su questa interpretazione dei dati. Intervistato da Radio3 Scienza, il professor Wolfango Plastino dell’Università di Roma Tre, ed esperto nei sistemi di rilevamento delle esplosioni nucleari, ha detto che motivi tecnici fanno ritenere un’esplosione di 100 kt «poco probabile».

Le onde registrate dai sismografi non permettono di capire il tipo di bomba. Per arrivare a più certezza, bisognerà aspettare che le stazioni di rilevamento finiscano le analisi alla ricerca di radionuclidi dispersi nell’atmosfera. Alcune sostanze radioattive particolari, come lo xenon, sono la “firma” dell’esplosione di una bomba H, e se qualche stazione di rilevamento atmosferico dell’organismo di controllo internazionale CTBTO le rileverà ci saranno molti meno dubbi: dopo il test di gennaio 2016, ad esempio, non se ne trovò traccia. Nel frattempo, alcune analisi satellitari hanno mostrato parecchie frane nel terreno intorno al luogo dell’ultimo test.

L’energia rilasciata nell’ultimo test è stata circa dieci volte maggiore rispetto ai precedenti: il principale indizio che fa parlare di bomba H
Ad ogni modo, che la Corea del Nord sia in possesso di testate nucleari non è una novità: l’interesse dei Kim a dotarsi della bomba è molto antico - risale almeno agli anni Sessanta - e già durante la presidenza di George Bush padre diventò chiaro che il paese stava lavorando concretamente per ottenerne una.

Il mondo se ne accorse definitivamente il 9 ottobre del 2006, quando la Corea del Nord effettuò il suo primo test nucleare sotterraneo: ad oggi, è l’ultimo paese a essere entrato nel gruppo dei nove paesi in possesso di testate.

Qualche buona notizia, per modo di dire

La Corea del Nord ha quindi i missili e un arsenale nucleare. Non solo: ai primi di agosto è emerso un rapporto statunitense secondo il quale i nordcoreani sarebbero anche riusciti a miniaturizzare una testata abbastanza da poterla mettere su un missile balistico intercontinentale.

Ma non è ancora il caso di farsi prendere dal panico. Per prima cosa, nonostante i primi test, non è certo che la Corea del Nord sia davvero in grado di colpire gli Stati Uniti, perché dopotutto le prove di lancio servono a migliorare una tecnologia non ancora perfetta.

Non è poi detto che la Corea del Nord possieda abbastanza testate e abbastanza piccole per lanciare un attacco con qualche possibilità di successo, visto che bisogna attendersi un certo numero di lanci fallimentari e di testate che mancano il bersaglio. Le stime sull’entità dell’arsenale in possesso del regime variano molto, ma vanno di solito dalle 30 alle 60.

Gli esperti pensano comunque che il regime di Kim Jong-un non sia troppo lontano dai traguardi tecnici necessari a lanciare un attacco contro gli Stati Uniti con buone probabilità di riuscita. Quando se ne avrà la certezza - che per ora non è ancora definitiva - la comunità internazionale e le potenze regionali dovranno pensare a come gestire una situazione pericolosa che si è costruita con lentezza, test dopo test, annuncio dopo annuncio. La vicenda nordcoreana mette il mondo davanti alla più tragica conseguenza delle armi nucleari: la possibilità che la tecnologia più distruttiva pensata dall’uomo finisca in mano proprio al Paese più misterioso e isolato di tutti.

giovedì 31 agosto 2017

Battista: «L’odio c’è sempre stato. Senza più partiti (e giornali) ora nessuno lo frena»


VERSO IL G7 DELL’AVVOCATURA

Giulia Merlo su "IL DUBBIO" (www.ildubbio.net)
30 Aug 2017 11:33 CEST


«In quest’odio di oggi non c’è nulla di nuovo». Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera e saggista, analizza le radici di un odio che definisce «ideologico» anche in un tempo in cui le ideologie sono scomparse, un odio «freddo e razionale» che ha trasformato i cittadini in haters senza punti di riferimento, soli davanti ai loro computer.

Negli ultimi anni, soprattutto grazie ai Social Network, l’odio sembra essere diventato la cifra linguistica della società.

Dissento profondamente: non c’è alcuna novità. Si continua a ripetere che questo è avvenuto negli ultimi anni, ma è falso: l’epoca delle contrapposizioni ideologiche è stato un periodo di odio feroce. Gli ultimi anni sono solo una fase, ma l’odio politico è una caratteristica tipica delle società di massa.

L’odio affonda le radici nell’ideologia, quindi?

È il cemento emotivo che tiene insieme le grandi comunità ideologiche. Si tratta di un odio che è riferito a un soggetto terzo, che non è un avversario ma un vero e proprio nemico da demo- lire e abbattere, in effige o anche fisicamente, nel caso di forme di potere totalitario. Un fenomeno, questo, che non nasce con la politica ma ancora prima, con la religione. Le ideologie, infatti, altro non sono che la sostituzione della credenza religiosa con la politica.

Anche nelle religioni c’è odio?

Per citare Carl Schmitt, «la politica è la secolarizzazione delle categorie teologiche». Durante le crociate si uccidevano gli infedeli in nome di Dio, nel Novecento si è sostituito al linguaggio religioso quello dell’ideologia politica. Negli anni Settanta si uccideva nel nome dell’odio politico e chi, come me, ha avuto la sfortuna anagrafica di aver vissuto quel periodo lo ricorda in modo indelebile. Allora si sparava, alimentati da un odio freddo: i terroristi non erano malati di una febbre d’odio improvviso ma si appostavano per giornome ni e giorni, si organizzavano, studiavano l’azione sin nei minimi dettagli. È difficile spiegare quale spinta mentale servisse per fare una cosa del genere.

Come definirebbe l’ideologia?

L’ideologia è una forma di giustificazione razionale dell’odio, che non è mai personale ma colpisce intere categorie di soggetti. Se in tempo di guerra il nemico non si odia, ma gli si spara perchè vale la legge del mors tua vita mea, in tempo di pace l’ideologia è il carburante ideale necessario ad accendere l’odio per colpire il nemico. Il meccanismo è: tu che ti opponi a me sei il nemico da distruggere, non un avversario che la pensa diversamente da me con cui vivo un rapporto di conflitto politico anche molto duro, ma che contiene uno scambio positivo. Nell’ideologia non esiste il riconoscimento di una ragione altrui.

Oggi però non si spara più in dell’ideologia e le parole non sono proiettili. Come fa a dire che non c’è alcuna novità rispetto al passato?

E’ finita l’era ideologica ma gli stampi mentali sono rimasti: nulla si azzera, prende solo nuove forme. Il punto è un altro: oggi è in atto una forma di imbarbarimento della società, che affonda in ciò che dicevo prima: le radici dell’odio si trovano nell’annientamento morale dell’individuo. Succede così sui Social, dove si sostituisce l’essere umano con un nemico contro cui sparare. E’ la traduzione in tempo di pace di un comportamento bellico: del resto anche le parole possono annientare, seppur non fisicamente.

E come, allora?

Penso, per esempio, alla morte giudiziaria. Distruggere un nemico politico attraverso gli strumenti della magistratura cos’altro è, se non una forma di annientamento? Esattamente questo è successo in Italia, e il passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica è avvenuto attraverso una disintegrazione politico- simbolica del nemico politico nell’aula giudiziaria. E il popolo dov’era? Tirava le monetine e i cappi. Perchè le monetine tirate a Craxi erano la manifestazione dell’odio verso una persona che rappresenta qualcosa, in quel caso il nemico di classe.

E dunque Craxi è stato annientato, come diceva lei prima, dalle parole.

Craxi è stato il sacrificio umano su cui è nata la Seconda repubblica. A produrla è stata lo stesso odio che descrivevo prima: non un’esplosione barbarica ma un odio freddo e razionale, meticoloso nel raggiungere il suo scopo e implacabile contro un nemico permanente che deve essere cancellato.

Oggi, però, il tutto sembra ancora più amplificato, e l’odio online e sui Social Network è un fenomeno che esaspera ogni tipo di contrapposizione.

Anche in questo non vedo novità. Nel 1992 non c’era Facebook, ma al suo posto c’era il cosiddetto popolo dei fax: invece che organizzare campagne social, la gente inondava i giornali di fax indignati, in cui dava del cialtrone o del buffone a quel giornalista o a quel politico. Come vede, cambiano le forme espressive, ma non la sostanza.

Parliamo allora del giornalismo. Anche nel linguaggio dei giornali l’odio è diventato cifra stilistica.

Nel giornalismo militante l’odio è la caricaturizzazione, la riduzione del nemico a male assoluto, la legittimazione al silenziamento del nemico, che non deve parlare e deve essere messo fuori legge, in un recinto di appestati. In questo modo di ragionare i giornali rincorrono i Social e viceversa, in una spirale infinita verso il basso. Certo, le novità tecnologiche hanno amplificato tutto, dando al fenomeno una dimensione più estesa e drammatica.

E che cosa può frenare quest’odio?

Prima parlavo dell’annientamento morale dell’individuo. Ecco, un tempo erano i partiti e i sindacati a svolgere la funzione di ammortizzatori morali: strutture in cui gli individui potevano sentirsi meno soli e vulnerabili. I corpi intermedi creavano comunità, sostenevano i singoli e in un certo senso ne capivano e governavano le pulsioni, depotenziando l’odio. Tutto ciò oggi è sparito e, senza questa intermediazione, le persone si trovano sole davanti al computer: così diventano haters.

Il giornalismo può avere un ruolo nel governare il fenomeno?

Il giornalismo di oggi non ha alcun seguito e non influenza più l’opinione pubblica. Realisticamente, i giornali hanno perso la funzione di orientare la società e lo dimostra il fatto che le nuove generazioni non li leggono più.

Eppure viviamo in un mondo che è sempre più inondato d’informazione.

Certo, ma l’informazione non è più sinonimo di giornalismo, quell’epoca è finita da un pezzo. I giovani di oggi si informano con altri mezzi e uno di questi sono i Social. Mia figlia qualche giorno fa mi ha parlato di un libro di Grossman e io, stupito, le ho chiesto dove ne avesse sentito parlare. Lei mi ha risposto che ha letto un post su Facebook che ne parlava. Ecco, le nuove generazioni acquistano libri, vedono film, assistono a concerti e formano i propri gusti attraverso strumenti che non sono più le recensioni sul Corriere e Repubblica. Nello stesso modo, ormai, si veicola anche la politica, ammesso che interessi ancora a qualcuno.

E i giornali come possono reagire a questa concorrenza?

Guardi, la crisi mortale del giornalismo sta sullo stesso piano concettuale della crisi dei partiti e dei sindacati: sono stati gli strumenti che hanno dato orientamento al mondo in cui è cresciuta la mia generazione, ma non quella di oggi. Ora i giornali annaspano, inseguono, cercano disperatamente di stare nell’onda ma vengono sempre più espulsi da un presente che va in un’altra direzione. Il giornalismo ha perso una partita storica e non solo in Italia, ma a livello globale.

La politica, invece, sta trovando nuove forme di espressione?

Il crollo di interesse per il giornalismo è anche il crollo di interesse per la politica. Pensi ai talk show politici: solo qualche anno fa occupavano i palinsesti e facevano il 12% di share, oggi nella migliore delle ipotesi arrivano al 5%. Solo ai giornalisti interessano giornali e talk show, i giovani la sera guardano i serial americani e a mala pena sanno cosa sia la Rai.

Ma senza politica, partiti e giornalismo, che cosa si può fare per arginare l’odio che lei ha descritto prima?

La mia generazione ha creduto alla grande illusione che, caduto il Muro di Berlino, si potesse voltare pagina. In realtà questo non è successo e io oggi non vedo elementi di stabilizzazione, né nelle teste dei singoli né nei governi. Quel che si può fare è smetterla con questa retorica nuovista, come se quelli di oggi fossero fenomeni mai esistiti prima: hanno solo altre forme. Non esistono ricette miracolose per uscire da questo vortice, ma solo un’etica della responsabilità.

Tutto ricade sulle spalle dei singoli?

Credo che ognuno di noi debba cercare di agire al meglio delle sue capacità, io stesso credo profondamente in ciò che ho detto e cerco di fare il mio lavoro nel modo migliore. Avrà un’influenza? Questo è impossibile dirlo, ma bisogna agire come se l’avesse. Mi rendo conto che può suonare come una soluzione minimalista, ma non esistono formule magiche. Del resto, tutto ciò che conosciamo oggi era imprevisto solo 15 anni fa: chi avrebbe mai immaginato la portata di fenomeni come Twitter e Facebook e la crisi completa della politica e dei corpi intermedi?

Sembra quasi che le manchino, questi partiti.

Per me i partiti sono sempre stati degli elefanti burocratici, centri orrendi di corruzione che era meglio morissero. Ora che sono finiti, invece, mi rendo conto che svolgevano una funzione sociale importante, perchè sono stati anche centri di educazione democratica, che davano un senso alle città e ai quartieri. Dove prima c’erano le sedi del Pci e della Dc oggi non c’è più nulla e, con la loro scomparsa, la gente è rimasta sola, senza più luoghi di confronto e soggetti con cui confrontarsi. Ed è nella solitudine che l’odio assume dimensioni apocalittiche.

mercoledì 30 agosto 2017

La grandiosità e il limite di Beccaria: l’illuminismo

29 Aug 2017 12:15 CEST

Il commento ai capitoli 42, 43, 44, 45, 46 e 47

Siamo così giunti, dopo questa veloce cavalcata, alla conclusione della fatica di Beccaria e questi ne profitta per ribadire alcuni concetti già espressi, ma che egli ritiene particolarmente rilevanti e significativi del suo pensiero.  Insiste così sulla necessità della diffusione del sapere e, sulle tracce di Rousseau, della educazione dei cittadini, certo che quando entrambi saranno consolidati, i delitti saranno quasi depennati dai comportamenti sociali. Ora, che il sapere e la educazione civica debbano essere diffusi e a tutti garantiti è cosa di cui nessuno dubita, ma, come già in precedenza accennato, possiamo esser certi che ciò non basterà affatto a debellare la commissione di delitti.
Ribadisco qui che dunque Beccaria, oltre i suoi enormi meriti, incappa nel limite proprio della formazione illuministica del suo tempo, consistente in una sorta di endemico socratismo giuridicosociale, tanto più fragile quanto più autentico. Come è noto, per Socrate, la conoscenza della virtù è la strada maestra per seguirla, tutto risolvendosi appunto nella necessità di vincere l’ignoranza che affligge l’animo umano.  Non è così, come l’esperienza insegna.  In moltissimi casi, non basta conoscere la virtù – morale o sociale – per seguirne le tracce senza esitazioni.
Occorre invece, dopo averla conosciuta, volerla seguire in modo deliberato e consapevole. Il razionalismo socratico – che poi è quello medesimo di Beccaria – incorre infatti proprio in questo limite insuperabile: mettere in primo piano la ragione, ma senza far i conti, come invece sembra necessario, con la volontà degli uomini.
Se fosse come sostiene Beccaria, basterebbe un’opera massiccia di scolarizzazione sociale per debellare i delitti. Ebbene, in Italia, nel dopoguerra, la percentuale di analfabeti, si è pressochè azzerata, ma non sembra che i delitti siano diminuiti in modo considerevole; anzi, negli ultimi decenni, essi sono lievitati di numero e di gravità in modo esponenziale.  In altri termini, non basta conoscere la virtù per fare il bene ed evitare il male: bisogna esercitarsi con la volontà, usando rettamente di questa nei casi specifici e concreti.
Va da se che in un modello sociale come quello auspicato da Beccaria – dove al massimo sapere corrisponde la quasi scomparsa dei delitti – il potere che normalmente viene riconosciuto quale prerogativa della sovranità, quello di concedere la grazia, va debitamente escluso.  Infatti, egli definisce “felice” la nazione ove la clemenza e il perdono del sovrano divenissero non solo meno necessari, ma addirittura funesti.  Ora, in un modello ideale ciò può anche essere, a patto però che si abbia consapevolezza che appunto si tratti di un modello ideale e non reale.  Molto meno convincente è tale conclusione, se ci si pone davanti alla cruda realtà dei rapporti sociali e dei comportamenti umani.
Allora, si vedrà che del potere di concedere la grazia da parte del sovrano nessun ordinamento reale potrà mai fare a meno, per il semplice motivo che mai è possibile rinunciare alla correzione del diritto e della sentenza, mai alla possibilità di rovesciare un verdetto, mai a quella di rimediare ad un errore, mai insomma a quello che Radbruch definiva come “un raggio di luce che penetra nel freddo ed oscuro mondo del diritto”.
Preziosa è infine la sintesi finale con cui, prendendo congedo dai lettori, Beccaria ripropone le caratteristiche che la pena deve possedere per non essere tirannica. La pena deve dunque essere pubblica, perché tutti le possano conoscere e valutare; pronta, perchè l’eccessivo trascorrere del tempo dopo la commissione del delitto non ne vanifichi il significato e la portata; necessaria, perché essa non sembri frutto di arbitrio e di dispotismo; minima, perché tutti vedano che di essa non si abusa, ma si usa con la necessaria moderazione; proporzionata, perché, se non lo fosse, la pena medesima commetterebbe grave ingiustizia; dettata dalle leggi, perché non sembri stabilita dai singoli magistrati o dal potere sovrano, ma prevista per tutti in modo imparziale e indifferente.  Tutte dimensioni della pena che per noi oggi suonano come normali ed ovvie, al punto che se ne mancasse soltanto una, grideremmo al misfatto e alla tirannia del potere.  Non così, al tempo di Beccaria; e di questo, nell’accostarsi a queste pagine, dobbiamo sempre mantenere adeguata consapevolezza.
Per questa ragione, tutti i popoli europei conserviamo verso queste pagine un enorme debito di riconoscenza, nel duplice senso del ringraziamento e della continua meditazione.  Se Beccaria non avesse illuminato la storia con queste sue coraggiose riflessioni, probabilmente oggi non potremmo esercitare la nostra libertà di cittadini come siamo soliti fare.  Tuttavia, molto del suo insegnamento va sempre riproposto, in quanto ancora non sufficientemente assimilato dal nostro sistema giuridico, come abbiamo cercato di mostrare nel corso di questo commento.  Molto, ancora e nonostante tutto, va ancora imparato e messo in pratica.  Dopo quasi tre secoli, non credo che Beccaria ne sarebbe contento.

La pena deve essere pubblica, pronta, necessaria, minima, proporzionata e dettata dalle leggi

29 Aug 2017 12:14 CEST

Capitoli 42, 43, 44, 45, 46 e 47

CAPITOLO XLII DELLE SCIENZE

Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore, che è sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. Le cognizioni facilitando i paragoni degli oggetti e moltiplicandone i punti di vista, contrappongono molti sentimenti gli uni agli altri, che si modificano vicendevolmente, tanto piú facilmente quanto si preveggono negli altri le medesime viste e le medesime resistenze. In faccia ai lumi sparsi con profusione nella nazione, tace la calunniosa ignoranza e trema l’autorità disarmata di ragioni, rimanendo immobile la vigorosa forza delle leggi; perché non v’è uomo illuminato che non ami i pubblici, chiari ed utili patti della comune sicurezza, paragonando il poco d’inutile libertà da lui sacrificata alla somma di tutte le libertà sacrificate dagli altri uomini, che senza le leggi poteano divenire conspiranti contro di lui. Chiunque ha un’anima sensibile, gettando uno sguardo su di un codice di leggi ben fatte, e trovando di non aver perduto che la funesta libertà di far male altrui, sarà costretto a benedire il trono e chi lo occupa.
Non è vero che le scienze sian sempre dannose all’umanità, e quando lo furono era un male inevitabile agli uomini. La moltiplicazione dell’uman genere sulla faccia della terra introdusse la guerra, le arti piú rozze, le prime leggi, che erano patti momentanei che nascevano colla necessità e con essa perivano. Questa fu la prima filosofia degli uomini, i di cui pochi elementi erano giusti, perché la loro indolenza e poca sagacità gli preservava dall’errore. Ma i bisogni si moltiplicavano sempre piú col moltiplicarsi degli uomini. Erano dunque necessarie impressioni piú forti e piú durevoli che gli distogliessero dai replicati ritorni nel primo stato d’insociabilità, che si rendeva sempre piú funesto. Fecero dunque un gran bene all’umanità quei primi errori che popolarono la terra di false divinità ( dico gran bene politico) e che crearono un universo invisibile regolatore del nostro. Furono benefattori degli uomini quegli che osarono sorprendergli e strascinarono agli altari la docile ignoranza. Presentando loro oggetti posti di là dai sensi, che loro fuggivan davanti a misura che credean raggiungerli, non mai disprezzati, perché non mai ben conosciuti, riunirono e condensarono le divise passioni in un solo oggetto, che fortemente gli occupava. Queste furono le prime vicende di tutte le nazioni che si formarono da’ popoli selvaggi, questa fu l’epoca della formazione delle grandi società, e tale ne fu il vincolo necessario e forse unico. Non parlo di quel popolo eletto da Dio, a cui i miracoli piú straordinari e le grazie piú segnalate tennero luogo della umana politica. Ma come è proprietà dell’errore di sottodividersi all’infinito, cosí le scienze che ne nacquero fecero degli uomini una fanatica moltitudine di ciechi, che in un chiuso laberinto si urtano e si scompigliano di modo che alcune anime sensibili e filosofiche regrettarono persino l’antico stato selvaggio. Ecco la prima epoca, in cui le cognizioni, o per dir meglio le opinioni, sono dannose.
La seconda è nel difficile e terribil passaggio dagli errori alla verità, dall’oscurità non conosciuta alla luce. L’urto immenso degli errori utili ai pochi potenti contro le verità utili ai molti deboli, l’avvicinamento ed il fermento delle passioni, che si destano in quell’occasione, fanno infiniti mali alla misera umanità. Chiunque riflette sulle storie, le quali dopo certi intervalli di tempo si rassomigliano quanto all’epoche principali, vi troverà piú volte una generazione intera sacrificata alla felicità di quelle che le succedono nel luttuoso ma necessario passaggio dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della filosofia, e dalla tirannia alla libertà, che ne sono le conseguenze. Ma quando, calmati gli animi ed estinto l’incendio che ha purgata la nazione dai mali che l’opprimono, la verità, i di cui progressi prima son lenti e poi accelerati, siede compagna su i troni de’ monarchi ed ha culto ed ara nei parlamenti delle repubbliche, chi potrà mai asserire che la luce che illumina la moltitudine sia piú dannosa delle tenebre, e che i veri e semplici rapporti delle cose ben conosciute dagli uomini lor sien funesti?
Se la cieca ignoranza è meno fatale che il mediocre e confuso sapere, poiché questi aggiunge ai mali della prima quegli dell’errore inevitabile da chi ha una vista ristretta al di qua dei confini del vero, l’uomo illuminato è il dono piú prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che lo rende depositario e custode delle sante leggi. Avvezzo a vedere la verità e a non temerla, privo della maggior parte dei bisogni dell’opinione non mai abbastanza soddisfatti, che mettono alla prova la virtú della maggior parte degli uomini, assuefatto a contemplare l’umanità dai punti di vista piú elevati, avanti a lui la propria nazione diventa una famiglia di uomini fratelli, e la distanza dei grandi al popolo gli par tanto minore quanto è maggiore la massa dell’umanità che ha avanti gli occhi. I filosofi acquistano dei bisogni e degli interessi non conosciuti dai volgari, quello principalmente di non ismentire nella pubblica luce i principii predicati nell’oscurità, ed acquistano l’abitudine di amare la verità per se stessa. Una scelta di uomini tali forma la felicità di una nazione, ma felicità momentanea se le buone leggi non ne aumentino talmente il numero che scemino la probabilità sempre grande di una cattiva elezione.
CAPITOLO XLIII MAGISTRATI
Un altro mezzo di prevenire i delitti si è d’interessare il consesso esecutore delle leggi piuttosto all’osservanza di esse che alla corruzione. Quanto maggiore è il numero che lo compone tanto è meno pericolosa l’usurpazione sulle leggi, perché la venalità è piú difficile tra membri che si osservano tra di loro, e sono tanto meno interessati ad accrescere la propria autorità, quanto minore ne è la porzione che a ciascuno ne toccherebbe, massimamente paragonata col pericolo dell’intrapresa. Se il sovrano coll’apparecchio e colla pompa, coll’austerità degli editti, col non permettere le giuste e le ingiuste querele di chi si crede oppresso, avvezzerà i sudditi a temere piú i magistrati che le leggi, essi profitteranno piú di questo timore di quello che non ne guadagni la propria e pubblica sicurezza.
CAPITOLO XLIV RICOMPENSE
Un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtú. Su di questo proposito osservo un silenzio universale nelle leggi di tutte le nazioni del dì d’oggi. Se i premi proposti dal- le accademie ai discuopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri, perché non i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbeno altresí le azioni virtuose? La moneta dell’onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore.
CAPITOLO XLV EDUCAZIONE
Finalmente il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione, oggetto troppo vasto e che eccede i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo perché non sia sempre fino ai piú remoti secoli della pubblica felicità un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggi. Un grand’uomo, che illumina l’umanità che lo perseguita, ha fatto vedere in dettaglio quali sieno le principali massime di educazione veramente utile agli uomini, cioè consistere meno in una sterile moltitudine di oggetti che nella scelta e precisione di essi, nel sostituire gli originali alle copie nei fenomeni sí morali che fisici che il caso o l’industria presenta ai novelli animi dei giovani, nello spingere alla virtú per la facile strada del sentimento, e nel deviarli dal male per la infallibile della necessità e dell’inconveniente, e non colla incerta del comando, che non ottiene che una simulata e momentanea ubbidienza.
CAPITOLO XLVI DELLE GRAZIE
Amisura che le pene divengono piú dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessari. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtú che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutt’i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione dove le pene fossero dolci ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi e dell’atrocità delle condanne. Quest’è la piú bella prerogativa del trono, questo è il piú desiderabile attributo della sovranità, e questa è la tacita disapprovazione che i benefici dispensatori della pubblica felicità danno ad un codice che con tutte le imperfezioni ha in suo favore il pregiudizio dei secoli, il voluminoso ed imponente corredo d’infiniti commentatori, il grave apparato dell’eterne formalità e l’adesione dei piú insinuanti e meno temuti semidot- ti. Ma si consideri che la clemenza è la virtú del legislatore e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizi particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti e che la pena non ne è la necessaria conseguenza è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che, potendosi perdonare, le condanne non perdonate siano piuttosto violenze della forza che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità. Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari, ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore. Saggio architetto, faccia sorgere il suo edificio sulla base dell’amor proprio, e l’interesse generale sia il risultato degl’interessi di ciascuno, e non sarà costretto con leggi parziali e con rimedi tumultuosi a separare ad ogni momento il ben pubblico dal bene de’ particolari, e ad alzare il simulacro della salute pubblica sul timore e sulla diffidenza. Profondo e sensibile filosofo, lasci che gli uomini, che i suoi fratelli, godano in pace quella piccola porzione di felicità che lo immenso sistema, stabilito dalla prima Cagione, da quello che è, fa loro godere in quest’angolo dell’universo.
CAPITOLO XLVII CONCLUSIONE
Conchiudo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Piú forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società cresce la sensibilità e, crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuol mantenersi la relazione tra l’oggetto e la sensazione. Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema generale molto utile, ma poco conforme all’uso, legislatore il piú ordinario delle nazioni, cioè: perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.

Bugie su sbarchi e accoglienza: ecco le 10 fake news di Saviano

I 35 euro giornalieri, i soggiorni in hotel a 4 stelle, i legami coop-mafia. Ecco la realtà negata dallo scrittore buonista



«I MIGRANTI NON RICEVONO 35 EURO AL GIORNO DALLO STATO»

Ogni migrante viene mantenuto dallo Stato che garantisce alloggio e vitto (colazione, pranzo e cena, con menù che devono osservare tassativamente le «regole alimentari dettate dalle diverse scelte religiose») in una delle strutture predisposte, più il cosiddetto pocket money.
Il costo giornaliero del mantenimento sono appunto i famosi 35 euro, una cifra non fissata per legge ma stabilita dai singoli bandi. Ai 35 euro si aggiungono 2,5 euro giornalieri che invece vanno direttamente ad ogni clandestino, più una scheda telefonica di 15 euro all'arrivo. Vitto, alloggio, un aiuto per le spese, ricarica del cellulare. Un trattamento che a molti italiani non dispiacerebbe.

«LE COOP NON HANNO LEGAMI CON LA MAFIA»

È lo stesso Saviano a riconoscere che è vero: «Le mafie si infiltrano anche nella gestione degli immigrati». Un business miliardario che il crimine non poteva lasciarsi sfuggire, visto poi che i barconi approdano in zone da loro controllate. Solo le più recenti operazioni: ndrangheta e business dei migranti, 68 arresti a Isola Capo Rizzuto; a Rimini la Questura scopre che 8 hotel su 15 che si erano proposte al Comune per ospitare i migranti erano legate a mafia, camorra e Sacra Corona Unita. Secondo una ricerca dell'Istituto Demoskopika gli sbarchi dal 2011 ad oggi hanno fruttato alla criminalità organizzata un giro di affari di 4 miliardi di euro.

«I MIGRANTI NON FANNO LA BELLA VITA NEGLI HOTEL DI LUSSO»

Lusso magari no, ma ex hotel anche a 3 o 4 stelle riconvertiti a strutture per accoglierli, quello sì. Per molti gestori in difficoltà l'immigrazione è diventata una soluzione per riempire l'hotel e farsi pagare dallo Stato. Quando non è l'hotel a rendersi disponibile, la Prefettura può anche disporre un'ordinanza di requisizione. Sono previsti degli indennizzi per i proprietari, tanto paga sempre lo Stato. Col sussidio pubblico il menù per gli ospiti non può essere quello di Cracco, ma dovrebbe andare più che bene a chi scappa dall'Africa. Invece capita spesso che i migranti si lamentino per la qualità del cibo o perché il wifi prende male.

«I MIGRANTI NON SONO UN COSTO TROPPO ALTO PER IL SISTEMA ITALIANO»

Vanno distinti gli immigrati regolari, che risiedono e lavorano in Italia, dai clandestini. L'emergenza migranti è un costo enorme per l'Italia. Nel 2016 il prezzo per l'Italia è stato di 3,3 miliardi di euro al netto dei contributi della Ue (appena 120 milioni), costi - ha scritto il ministro Padoan in una lettera a Bruxelles - dovuti principalmente «ai salvataggi in mare, all'identificazione, al ricovero, ai vestiti, al cibo, ai costi di personale, operativi e di ammortamento di navi e aerei». E l'ultimo Def nota con allarme: «Se l'afflusso di persone dovesse continuare a crescere la spesa potrebbe salire nel 2017 fino a 4,6 miliardi».

«I MIGRANTI NON PORTANO MALATTIE»

Sarà brutto dirlo, ma non è proprio così. L'Unhcr riscontra che «nel 2015 i casi di scabbia rilevati dai medici di confine negli sbarchi degli immigrati sono stati circa il 10%», ma definisce eccessivo l'allarme dato dai media anche perchè «la scabbia è una malattia piuttosto banale, tipica delle fasce sociali più svantaggiate, favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni che facilmente si associano ai viaggi sui barconi». Oltre alla scabbia, si sono verificati spesso casi di tubercolosi nei centri di accoglienza (38, nel 206, solo in quelli di Milano). È la stessa Oms a spiegare che la condizione di immigrato agevola il rischio di contrarre la Tbc.

«NON SONO TROPPI NON È UN'INVASIONE»

Saviano anche qui parla degli immigrati regolari, che in Italia sono l'8,3% (ultimo censimento Istat), ma concentrati per metà in tre regioni: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Lazio. Anzi, concentrati soprattutto nelle grandi città, a Milano ad esempio gli immigrati sono il 18,9%. Ma la percezione di una invasione è data soprattutto dall'arrivo dei clandestini, non dagli stranieri regolari. Sono stati 95.215 gli immigrati sbarcati solo nel 2017, 176mila l'anno prima. Le strutture di accoglienza sono sature, tanto che il Viminale si è trovato più volte in difficoltà e ha dovuto allertare le prefetture per trovare velocemente dei posti dove metterli. Arduo sostenere che non siano troppi.

«GLI IMMIGRATI NON TOLGONO IL LAVORO AGLI ITALIANI»

Il Cer (Centro Europa Ricerche) nel suo studio «European Migration and the Job Market» scrive che «la migrazione ha un effetto negativo sull'occupazione dei nativi dei Paesi periferici», cioè dei paesi del Sud Europa, tra cui appunto l'Italia. È vero, gli immigrati fanno in maggioranza lavori di livello basso, ma sono proprio i lavori per cui hanno competenze la maggior parte dei lavoratori dei paesi del Sud Europa, meno qualificati rispetto a tedeschi, francesi, norvegesi etc. Insomma, «mentre nei Paesi ad alta scolarità gli immigrati di basso livello culturale occupano posti di lavoro che i cittadini non vogliono più fare, nel Sud entrano direttamente in competizione con i locali». Gli immigrati, poi, accettano compensi più bassi e sono quindi più vantaggiosi rispetto agli italiani con le stesse competenze. Che si ritrovano più facilmente fuori dal mercato del lavoro.

«GLI IMMIGRATI CI PAGANO LE PENSIONI»

Se gli stranieri che lavorano regolarmente e pagano gli oneri previdenziali contribuiscono ovviamente all'Inps, è anche vero che una larga parte degli immigrati lavora in nero e quindi non contribuisce affatto, pur beneficiando del welfare pubblico. Nel 2014 i lavoratori stranieri hanno «pagato» la pensione a 640mila italiani. Però, ogni anno l'Italia versa le pensioni mensili a 100mila immigrati (75mila extracomunitari e 25mila comunitari dell'Est). Non solo, oltre ai benefici previdenziali vanno calcolati anche gli oneri per il welfare. Nel 2016 la Fondazione Leone Moressa ha certificato in circa 16 miliardi il costo in spesa pubblici per i 5 milioni di immigrati in Italia (non contiamo i clandestini). Dunque il saldo è negativo.

«LA MAGGIOR PARTE DEGLI IMMIGRATI NON COMMETTE CRIMINI»

Un'elaborazione della Fondazione David Hume di Luca Ricolfi ha messo in fila i tassi di criminalità relativi tra stranieri e nativi nei Paesi Ue: «In media gli stranieri delinquono 4 volte di più, con punte di 12 in Grecia, 7 in Polonia, 6 in Italia, 5 nelle civilissime Svezia, Austria, Olanda. Per quanto riguarda l'Italia l'indice si attesta intorno al 6 che è sopra la media europea». In Italia pur essendo l'8,3% dei residenti, gli stranieri sono il 32% della popolazione carceraria.

«CON LO IUS SOLI NON AUMENTERANNO GLI SBARCHI»

La connessione è difficilmente stimabile, visto che ancora lo ius soli non è legge, ma la concessione della cittadinanza a chiunque nasca nel nostro Paese indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori può costituire un ulteriore incentivo ad imbarcarsi per l'Italia. La penisola come grande sala parto per diventare cittadini Ue.

martedì 29 agosto 2017

Novità per assicurazioni auto, energia, telecomunicazioni

ECONOMIA

In vigore da oggi la legge sulla Concorrenza: Sconti RC Auto ai più virtuosi, maxi-bollette pagabili a rate e norma anti-booking

 29/08/2017 08:22 CEST | Aggiornato 3 ore fa

Entrano in vigore dopo un iter parlamentare travagliatissimo (circa 3 anni per approvarle) le nuove norme raccolte nel ddl 'annuale' sulla concorrenza varato, con fiducia, all'inizio di agosto. Non tutte però saranno immediatamente 'operative' in attesa che il governo o i singoli ministeri varino i relativi decreti attuativi (in tutto 20). E alcuni di questo sono di 'vitale' importanza, come, ad esempio, le norme sul trasporto (Uber o noleggio con conducente). Mentre per quanto riguarda le comunicazioni le nuove norme arriveranno entro 4 mesi a partire da domani. Molte le novità del testo che riguardano energia, assicurazioni, professioni, comunicazioni, ambiente, trasporti, turismo, poste, banche e farmacie.
Tra le novità inserite durante il cammino parlamentare sulle assicurazioni si chiarisce che le polizze sui rischi accessori non si rinnovano tacitamente, ma si risolvono automaticamente alla loro scadenza; sull'energia si prevede la fine dell'obbligo di passare al mercato di salvaguardia per quei consumatori che al primo luglio 2019 non avranno ancora scelto il proprio fornitore; la modifica sul telemarketing sopprime un comma con cui venivano stabilite alcune caratteristiche necessarie per le telefonate non sollecitate dagli stessi clienti, mentre l'esercizio dell'attività di odontoiatra da parte delle società di professionisti viene consentito solo a quelle dotate di un direttore sanitario iscritto all'albo. La quinta e ultima modifica riguarda invece la bonifica dei terreni dismessi dai distributori di carburanti che sarà obbligatoria in tutti i casi in cui vengano accertate evidenti tracce di contaminazione.
Ecco le altre misure previste dal provvedimento:
Sconti per automobilisti virtuosi. Previsti sconti Rc Auto per i clienti che installano la scatola nera, accettano di sottoporre il veicolo a ispezione o di collocare un dispositivo che impedisce di accendere il motore se si è bevuto troppo. Tariffe più basse anche per gli automobilisti virtuosi che risiedono nelle aree con maggior frequenza di incidenti e con prezzi medi maggiori. Nel caso di mancato sconto sono previste sanzioni amministrative per le assicurazioni da 5mila a 40mila euro.
Poste, stop a esclusiva su multe. A partire dal 10 settembre 2017, Poste italiane non avrà più il monopolio sulle notifiche di atti giudiziari e multe
Banche, tetti sui costi per chiamate assistenza. Gli istituti bancari e le società di carte di credito dovranno assicurare che l'accesso ai propri servizi di assistenza ai clienti, anche attraverso chiamata da telefono mobile, avvenga a costi telefonici non superiori rispetto alla tariffa ordinaria urbana.
Novità su energia. Fine del mercato di maggior tutela per l'energia elettrica e il gas. Arriva, inoltre, la possibilità di rateizzare le maxi-bollette causate da ritardi o disguidi dovuti al fornitore del servizio.
Cambio operatore telefono senza stangate. I clienti dovranno essere informati in partenza di quali spese dovranno affrontare in caso di cambio operatore per il telefono o l'abbonamento tv. Cambiare operatore e annullare un contratto, attraverso il recesso, sono operazioni che il consumatore potrà fare anche per via telematica. Il contratto non potrà essere superiore a 24 mesi. Semplificate le procedure di migrazione tra operatori di telefonia mobile.
Forniture elettriche, stop alle aste. Viene eliminata la possibilità di mettere all'asta la fornitura di energia elettrica per quegli utenti che non avranno optato per un operatore alla scadenza del regime di mercato tutelato.
Professionisti col preventivo. Scatta l'obbligo di informare il cliente, prima dell'inizio della prestazione, in forma scritta o in forma digitale. Vanno inseriti anche i termini di pagamento della parcella e altre condizioni che il cliente deve conoscere subito per decidere se confermare l'incarico.
Farmacie, limiti alle Spa. Le società di capitali potranno essere titolari di farmacie ma dovranno rispettare un tetto del 20% su base regionale. I titolari potranno prestare servizio in orari o periodi aggiuntivi rispetto a quelli obbligatori ma prima dovranno darne comunicazione all'autorità sanitaria competente e alla clientela.
Hotel, stop al parity rate. Gli alberghi saranno liberi di proporre alla clientela offerte migliori rispetto a quelle dei siti internet di prenotazione online come Booking.
Srl dal notaio. Il numero dei notai sale a uno ogni 5mila abitanti (oggi sono uno ogni 7mila abitanti). Il registro delle successioni sarà tenuto dal Consiglio nazionale del notariato. Per la costituzione delle srl semplificate continuerà a essere necessario l'intervento del notaio.
Odontoiatri certificati. Ogni società deve avere un direttore sanitario iscritto all'albo degli odontoiatri e possono operare solo i soggetti in possesso di titoli abilitanti.
Pagamenti digitalizzati. I pagamenti per l'ingresso ai musei o a eventi culturali potranno essere effettuati anche tramite telefonino.
Uber, riforma nel 2019. Entro un anno dall'entrata in vigore del ddl il governo è delegato ad adottare un decreto legislativo per la revisione della disciplina in materia di autoservizi pubblici non di linea, come Uber e Ncc.
Grande assente - più volte annunciata e poi scomparsa - è la norma anti-scorrerie volta alla tutela delle società quotate italiane. "E' pronta, deve trovare il veicolo giusto" aveva garantito lo scorso maggio il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, ma ancora non se ne hanno notizie. Anche la norma 'Salva-Flixbus' (contro lo stop alla società tedesca di trasporti su autobus low cost) che doveva passare prima per il ddl Concorrenza e poi per la manovrina è alla fine confluita nel Dl Sud.