Pagine

mercoledì 13 dicembre 2017

Commissione Moro, approvata dopo 40 anni la relazione che riscrive la verità sull'omicidio dello statista della Dc

Il documento spiega che il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita: sarebbe bastata una macchina blindata e una scorta

 13/12/2017 12:27 CET | Aggiornato 2 ore fa
Tutto quello che abbiamo saputo fin qui (e sono passati quasi quarant'anni anni) del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, è da riscrivere. Anzi, in gran parte è stato già riscritto dalla Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni. La terza e ultima Relazione, approvata il 6 dicembre e depositata per l'approvazione dell'Aula alla Camera, oggi, spiega come e perché Moro non è stato ucciso sul pianale della Renault 4 rossa parcheggiata nel garage di Via Montalcini 8. In base alle nuove perizie espletate dal Ris dei Carabinieri, quell'auto non avrebbe potuto neppure avere il cofano aperto, tanto ristretto era il box dove secondo la versione dei brigatisti sarebbe stata eseguita la condanna a morte dello statista.

Il documento spiega che veramente il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita perché la segnalazione di un possibile attentato, giunta a Roma dalle fonti palestinesi del colonnello Giovannone, un mese prima del sequestro, era assolutamente attendibile. A evitare la tragedia sarebbe bastata una macchina blindata e una scorta.

Gallinari latitante nella palazzina dello Ior. La Relazione spiega ancora che Moro ebbe la possibilità di ricevere la visita di un prete e di confessarsi. Dimostra che in un modo o nell'altro uomini del mondo vaticano sono stati centrali nella vicenda. A cominciare dall'individuazione, nella zona della Balduina, in via Massimi 91, di una palazzina, di proprietà Ior, la cosiddetta banca vaticana, (posseduta attraverso la società Prato Verde srl, e gestita da Luigi Mennini), abitata (o frequentata) da cardinali (Vagnozzi e Ottaviani), prelati e dallo stesso presidente dello Ior, Paul Marcinkus. Dove aveva sede una società americana che lavorava per la Nato, e vivevano in affitto esponenti tedeschi dell'Autonomia, finanzieri libici e due persone contigue alle Brigate rosse. "Complesso edilizio che, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato - si legge nel documento - per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista". La Relazione, grazie a nuovi testimoni, dimostra addirittura che Prospero Gallinari (il carceriere di Moro) e le armi usate dalle Br a via Fani, sono stati nascosti per alcuni mesi, nell'autunno 1978, nello stesso stabile di Via Massimi 91, in cui si ipotizza essere stato il covo-prigione.

Una narrativa confezionata a tavolino. Ma soprattutto la Commissione ha accertato - grazie alla declassificazione di una grande quantità di atti dei servizi segreti e delle forze dell'ordine seguita alla cosiddetta "direttiva Renzi", - che la "narrativa" ufficiale sul sequestro e la morte di Moro, contenuta nel cosiddetto memoriale Morucci-Faranda, altro non è che una "versione ufficiale e di Stato" del caso Moro, preparata a tavolino molti anni prima che essa approdasse sul tavolo di Francesco Cossiga. L'unica verità "dicibile" per chiudere l'epoca del terrorismo. Una verità di comodo messa a punto da magistrati (Imposimato, Priore citati con nome e cognome), esponenti delle forze dell'ordine e naturalmente dai brigatisti. Valerio Morucci divenne addirittura consulente del Sisde, come si chiamava allora il servizio segreto interno.

Echi di Guerra fredda: una società americana e il Kgb. La stessa vicenda del suo arresto e di quello di Giuliana Faranda in casa di Giuliana Conforto (figlia "del più importante agente del Kgb in Italia", come l'ha definito il professor Christopher Andrew nel suo libro "L'Archivio Microchip"), "è stata oggetto di una completa rilettura, che ha consentito di mettere finalmente alcuni punti fermi sulla scoperta del rifugio di Viale Giulio Cesare 47, ma anche di evidenziare uno scenario più complesso, che chiama in causa la possibilità che l'arresto di Morucci e Faranda sia stato negoziato".

"Alla luce delle indagini compiute, comunque, scrive Fioroni, il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell'eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale". Ancora: "Al di là dell'accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell'azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell'omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse". Al riguardo Fioroni parla di "martirio laico" di Moro. Un martirio avvenuto ai tempi della Guerra fredda.

Il figlio del capitano Corelli. Un capitolo particolare è dedicato alle "protezioni" che hanno messo al sicuro la latitanza di uno dei brigatisti presenti in via Fani, Alessio Casimirri. La primula rossa delle Br, tuttora latitante, prima di giungere in Nicaragua, riuscì più volte, in maniera rocambolesca, a sfuggire alla cattura. Per l'ex brigatista, di cui anche nei mesi scorsi è stata sollecitata l'estradizione, ci fu però un momento in cui mancò veramente un nulla ad ammanettarlo. A riconoscerlo, proprio nei dintorni di San Pietro, fu il padre di Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, uno dei più noti cantautori italiani.

"Mario Cherubini, che era un gendarme vaticano - ha raccontato il vicepresidente della Commissione Vero Grassi - riconobbe Casimirri, già latitante, per strada e corse a denunciarlo, ma non si riuscì a fermarlo". Negli scorsi giorni proprio il cantante aveva raccontato a Vanity Fair di quando la famiglia Casimirri, a metà degli anni '70, invitava i Cherubini nella casa di campagna a Monterotondo, ricordando come lui, bambino, restava affascinato dai racconti che Luciano e Ermanzia Casimirri facevano del figlio, già ai tempi provetto sub e pescatore subacqueo, fino al giorno in cui lo stesso Alessio gli mostrò i suoi trofei di pesca.

Il padre di Casimirri, Luciano è a sua volta un personaggio leggendario. Responsabile della Sala stampa vaticana sotto tre papi - Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI -, dunque per circa trent'anni, è stato un ufficiale italiano durante la Seconda Guerra Mondiale sopravvissuto all'eccidio della Divisione Aqui a Cefalonia, e secondo le parole del suo stesso figlio, alla sua figura si è ispirato il romanzo dello scrittore britannico Louis De Bernières "Il mandolino del capitano Corelli", e l'omonimo film interpretato da Nicholas Cage e Penelope Cruz.

lunedì 11 dicembre 2017

Si indaga sul bisnonno della Boschi “Fatto” e “Verità” scatenati

EDITORIALE DEL DIRETTORE
Piero Sansonetti
7 Dec 2017 12:41 CET


Si indaga sul bisnonno della Boschi
“Fatto” e “Verità” scatenati

L’ordine è quello: affondare la Boschi. E i giornali che più organicamente rappresentano i 5 Stelle e la Lega lo eseguono anche in modo fantasioso. Mancano le notizie ma questo non è assolutamente un problema per loro. I giornali in questione, lo avete già capito, hanno un nome quasi uguale ( e un po’ arrogante) e da diverso tempo marciano a braccetto: Il Fatto di Travaglio e La Verità di Belpietro.

Ieri Il Fatto prendeva di mira, come è solito fare da diverso tempo, il papà della Boschi, e la Verità si concentrava invece sul fratello. Clamoroso: si indaga sul bisnonno della Boschi!

Il Fatto aveva uno scoop: circa un anno fa i magistrati hanno iniziato a indagare su banca Etruria, e il papà della Boschi faceva parte del Cda di banca Etruria. Sì, sì, certo, la notizia è un po’ vecchia, ma per ora questa c’è e di questa bisogna accontentarsi. Travaglio è nettissimo: la Boschi ha mentito e dunque deve dimettersi. E siccome hanno mentito anche Renzi e Orfini, devono dimettersi anche loro, sebbene non siano ministri però è bene che si dimettano lo stesso. Quale sia la menzogna della Boschi non si sa. Figuratevi poi se possiamo immaginare dove abbiano mentito Renzi o Orfini. Volete sapere, allora, perché devono dimettersi? Perché il papà della Boschi non ha dichiarato di essere indagato. E loro in qualche modo sono tutti responsabili di questo. E’ vero, il Papà della Boschi non ha dichiarato neanche il contrario, visto che nessuno glielo ha chiesto, e lui non ha dichiarato proprio niente, ed è vero anche che non è stato nemmeno rinviato a giudizio, così come è vero che il papà della Boschi non è la Boschi, e non è neppure ministro, né sot- tosegretario, né assessore, né dipendente comunale… però a Roma la giunta dei 5 stelle fu messa in croce l’estate scorsa per quella storia che gli avevano arrestato Marra, e pare che la Raggi non disse tutta la verità, e un sacco di gente chiese che la Raggi si dimettesse. Quindi ora è giusto che si dimetta la Boschi.

Ma la Raggi poi si dimise? No, ma questo è un dettaglio. E il Pd, o qualcun altro, chiese mai le dimissioni della Raggi per motivi giudiziari? No, ma è un dettaglio anche questo.

E’ inutile che vi stupiate, cari amici: le frontiere del giornalismo ormai sono queste. Vastissime. Il rapporto tra giornalismo e informazione si è del tutto dissolto. L’obbligo di rispettare in qualche modo ( o almeno di dare l’impressione di rispettare) lo svolgimento reale delle cose, è completamente svanito. È considerato un’anticaglia, buona per vecchi barbosi.

Così, mentre Il Fatto se la prende con la Boschi per via del padre, La Verità ( che ormai anche a informazioni che filtrano dalla Procure dà dei punti al giornale di Travaglio) scopre che c’è un altro scandalo che riguarda la Boschi. Suo fratello ha effettuato, o forse ricevuto, tempo fa, una telefonata da un signore che probabilmente è iscritto alla massoneria, o comunque è vicino alle Logge. Non si sa se questo signore abbia commesso dei reati, ma forse sì. Comunque maneggiava parecchi soldi.

Sì, si, avete caito bene: in questo caso non si indaga né sulla Boschi e nemmeno sul padre o sul fratello della Boschi, ma su una persona che ha avuto un contatto telefonico con il fratello della Boschi. E per via di questo contatto telefonico La Verità chiede che la Boschi si dimetta.

L’altro giorno su questo giornale, scherzando un po’, avevamo parlato della “caccia ai papà” – ai papà dei politici – lanciata dai giornalisti. E, paradossalmente, avevamo ipotizzato che poi la caccia si sarebbe estesa anche ai fratelli e alle mamme. Paradossalmente? Macché! Neanche 48 ore e zac: ecco il fratello sulla graticola.

Oggi proviamo ad avanzare un’altra ipotesi bislacca: che si apra una inchiesta su irregolarità edilizie commesse dal bisnonno della sottosegretaria. Chissà che nel giro di qualche giorno non arrivi uno scoop anche su questo…

P. S. Poi c’è tutto il capitolo Berlusconi. Perché ieri Il Fatto non si è limitato allo scoop sul padre della Boschi, ma ne ha fatto un altro. Ha scoperto che a Berlusconi piacciono le ragazze. E per dare sostanza a questa intuizione ha dedicato due pagine intere ( non sto scherzando, eh) anzi, le prime due pagine, ad un racconto bellissimo di un ragazzo che sostiene che qualche anno fa Berlusconi fece lo scemetto con una sua amica. La sua amica considerò quelle di Berlusconi delle molestie e lo denunciò? No, la sua amica giudicò un’idiozia il racconto del ragazzo e querelò Il Fatto ( che lo aveva pubblicato). Ora pare che un giudice abbia detto che sì, probabilmente il racconto del Fatto non corrispondeva a verità ( come peraltro succede spesso) ma questo non è reato e perciò ha assolto Travaglio. Su tutto ciò Il Fatto ha calato l’asso: Marco Lillo. Il quale, a secco con le informazioni su Consip ( del tutto casualmente da quando l’inchiesta è stata avocata a Roma e sottratta al Pm Woodcock), ha trovato quest’altra bella storia.

E ancora non è iniziata la campagna elettorale. Che dobbiamo aspettarci per dopo Natale? Mamma mia!

Altro che "onda nera" In Italia proliferano tredici partiti comunisti

Dal rinato Pci alla Sinistra anticapitalista, ecco i movimenti che si richiamano a Lenin



Paolo Bracalini - Dom, 10/12/2017 - 19:57

C’ è talmente un’«onda nera» che minaccia l’Italia, che siamo invasi da partiti neocomunisti, post-marxisti, pseudoleninisti, vetero-anticapitalisti, nostalgico-partigiani, e chi più ne ha più ne metta.


Più che una lista si tratta di una giungla dai contorni incerti, visto che tra scissioni e rifondazioni la mappa dei partiti rossi è in costante aggiornamento. Su 24 partiti di sinistra, al momento ne contiamo ben 13 che già nel nome si richiamano alla dottrina marxista-leninista. E il bello è che tutti, se si compulsano i loro siti, organizzano seminari e incontri per dibattere sul neofascismo che cresce nel Paese. Quali sono? Intanto c’è il Partito Comunista di Marco Rizzo, nato - leggiamo - «nel giugno 2009 con l’espulsione di Marco Rizzo dal Pdci (il Partito dei Comunisti Italiani, ndr) e con l’immediata costituzione di un gruppo organizzato di compagni». Da non confondere però, malgrado la falce e il martello nel simbolo di entrambi, con il Partito Comunista Italiano fondato nel 2016 «rifacendosi all’esperienza del comunismo italiano e del movimento comunista internazionale». Il segretario nazionale è Mauro Alboresi, mentre la presidente del Comitato centrale è Manuela Palermi, ex Rifondazione Comunista. Ma appunto, il vecchio partito di Bertinotti che fine ha fatto? C’è pure quello, solo che adesso lo guida Maurizio Acerbo, ex Sel. Ma c’è pure Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, che ha appena annunciato che alle elezioni correrà insieme a Sinistra Classe Rivoluzione, l’ennesima sigla comunista italiana. Sì ma c’è anche il Partito Marxista Leninista Italiano (Pmli) segretario Giovanni Scuderi, da non confondere con il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista (PciMil), che si è persino presentato alle politiche 2013 con il segretario Domenico Savio (risultato non brillante: 0,03%). E come dimenticare poi il Partito di Alternativa Comunista guidato da Adriano Lotito, anche lui reduce da un non memorabile corsa elettorale (0,02%). Quindi abbiamo Lotta Comunista (quelli che vendono i giornalini per strada) e pure i Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (Carc). Di seguito contiamo Sinistra Anticapitalista, «una libera associazione di donne e uomini che si battono per una società socialista, cioè per la trasformazione rivoluzionaria in senso comunista e libertario della attuale società». Poi il Partito Comunista Internazionale, con sede a Schio (Vicenza), e quindi ancora la Rete dei comunisti che «coltiva l’ambizione di riannodare i fili di un alfabeto marxista caduto colposamente in disuso». Fini qui ci siamo limitati ai partiti espressamente comunisti, ma la galassia dei movimenti post-comunisti è molto più ampia. Partendo dalle gemmazioni del Pd, troviamo Articolo1-Mdp di D’Alema e Bersani e soci, poi Possibile dell’altro ex piddino Pippo Civati, e poi pure Sinistra Italiana, prodotta dalla fusione di Sel con un altro pezzo di fuoriusciti dal Pd, il gruppo «Futuro a Sinistra» dell’ex viceministro Stefano Fassina. Poi c’è anche il Campo progressista di Giuliano Pisapia, che dopo mesi di meditazioni e interviste, ha deciso che no, non c’è storia col Pd. Ma siccome a sinistra c’è sempre uno che dice che tu non sei la vera sinistra ma lui sì, ecco che è nato anche Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone (ex candidata con Ingroia) e il critico d’arte Tommaso Montanari. Vista la penuria di offerta a sinistra ecco scendere in campo il presidente del Senato Pietro Grasso, acclamato leader della nuova formazione politica a sinistra, Liberi e uguali. C’è poi la sinistra dell’Altra Europa con Tsipras, che ha appena scritto una lettera aperta al partito della Falcone e Montanari per vedere se si riesce a «costruire la sinistra che non c’è». Poi il «Movimento per la democrazia in Europa 2025», o DiEM25, lanciato dall’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e attivo in Italia. Infine, malgrado i non fortunati precedenti, la nuova formazione dell’ex pm Antonio Ingroia insieme a Giulietto Chiesa, la Mossa del cavallo. Con tutta quella ressa di partiti, c’è ben poco da muovere questo cavallo.

sabato 9 dicembre 2017

ITALIA: da culla del diritto a Stato pusillanime e vendicativo, con i deboli

La vicenda Dell'Utri ci costringe a riflettere sulla deriva giustizialista che stanno prendendo le nostre Istituzioni. Ovviamente il giustizialismo si manifesta contro Berlusconi, i suoi amici e anche contro tanti Cittadini che non hanno possibilità di difendersi adeguatamente e/o non sono in grado di mobilitare la stampa e gli altri mass media come lo sono i post-comunisti che hanno tantissimi amici e compagni nelle redazioni dei giornali e nelle televisioni, comprese quelle di proprietà di Berlusconi.
Ricordiamoci della grazia che l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, già importantissimo dirigente nazionale del PCI, concesse a Ovidio Bompressi, (condannato con sentenza definitiva per l'omicidio Calabresi), sulla spinta di una poderosa campagna mediatica perché la sua malattia era incompatibile con il carcere.
A distanza di anni il Bompressi è vispo a tal punto da prendere a pugni un suo vicino di casa che, forse, lo aveva infastidito. E per questo motivo se al processo risulterà colpevole credo di aver capito che gli sarebbe revocata la grazia. Speriamo.
Ebbene, non è necessario essere un mafioso, basta essere un garantista, per sostenere che Dell'Utri, condannato per un reato inesistente, vedasi la sentenza che ha assolto Contrada, deve essere scarcerato per permettergli di curarsi a dovere.

Mi auguro che il Presidente Mattarella raccolga la richiesta che gli perverrà da un Comitato nato ad hoc e conceda la grazia presidenziale ad un Cittadino detenuto che ha la necessità di curarsi fuori dal carcere.

mercoledì 6 dicembre 2017

MA COSA E' DIVENTATA L'ITALIA ?


In provincia di Brescia un uomo sente dei rumori in strada e affacciatosi al balcone vede un gruppo di
ladri che sta caricando una cassaforte/bancomat sopra un furgone.
Invece di chiamare i Carabinieri spara, non in aria, verso il gruppetto di uomini e ne ferisce uno alla gamba. Al processo il pistolero patteggia una pena di due anni e otto mesi. Quando si rende conto di aver patteggiato una pena inferiore al ladro si scandalizza e sbraita contro l'Italia.
Un nugolo di giornalisti della carta stampata e degli altri mass media si avventa sulla notizia e alcuni danno ragione allo sparatore senza considerare che la pena è stata concordata con il giudice e che il furto è un reato punibile con una pena inferiore al tentato omicidio o comunque al ferimenti di una persona.
Non ci sono scusanti da addurre. E non si può fare appello alla legittima difesa. L'Italia è pur sempre uno Stato di Diritto dove la violenza è monopolio dello Stato.

Nessun cittadino ha il diritto di sparare a dei ladri o a chicchessia e chi lo fa ne deve pagare le conseguenze. E i giornalisti non facciano i populisti altrimenti vadano a fare i politici dimettendosi dai giornali/televisioni/radio/social dove scrivono o sproloquiano.

venerdì 1 dicembre 2017

Censis, un'Italia sempre più frammentata che si aggrappa ancora al "mito" del posto fisso

Il Paese riparte, la produzione industriale vola anche più di quella tedesca, e corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni come i viaggi e la cultura. Ma buona parte del Paese rimane indietro, il ceto medio si assottiglia, e le grandi città del Mezzogiorno vengono abbandonate mentre Roma e Milano esplodono. Prosegue l'immigrazione, ma con un record di basse qualifiche e di bassa istruzione: l'Italia non attrae i cervelli stranieri, e perde i propri, l'esodo verso l'estero è triplicato rispetto al 2010

giovedì 30 novembre 2017

Grandi opere, tutti i no del M5S

Dalla Tav al Ponte sullo Stretto, tredici importanti infrastrutture che saranno bloccate. I grillini: lo Stato pagherà penali da un miliardo, contro una spesa prevista di 10 miliardi

ANDREA CARUGATI su "lastampa.it"
ROMA
Tredici grandi opere da fermare. Con un risparmio per le casse pubbliche «di 8-9 miliardi di euro», questa la stima fatta dai deputati del M5S. Si parte da tre opere tanto famose quanto contestate, la Tav Torino-Lione, il Mose di Venezia e il ponte sullo stretto di Messina. Per arrivare alle due pedemontane lombarda e veneta, l’autostrada Orte-Civitavecchia, la bretella tra Campogalliano e Sassuolo e una serie di linee ferroviarie ad alta velocità, l’asse tra Milano e Trieste che passa da Verona e Venezia e il terzo valico ferroviario dei Giovi (linea AV tra Milano e Genova). Per finire con il porto off-shore di Venezia e la tangenziale di Lucca.  

Si tratta di opere che si trovano in stadi di avanzamento molto diversi: le due pedemontane e il Mose, ad esempio, sono già in fase di lavori, così come l’autostrada di Orte, mentre le linee Av sono ancora in fase di progettazione. Sulla base di alcune stime, il M5S ritiene che, in caso di stop, «lo Stato dovrebbe pagare penali pari a circa un miliardo, contro una spesa prevista di 10 miliardi», dice Michele Dall’Orco, capogruppo in commissione Trasporti alla Camera. «Da qui si ricava il risparmio di 8-9 miliardi per le casse pubbliche». Che fine farebbero le opere già in fase avanzata? «Anche nel caso del Mose, che è all’80% di realizzazione, sarà necessario fare una valutazione seria», dice Dell’Orco. «La nostra opinione è che non serva, e dunque è inutile procedere con i lavori». Secco stop, in caso di vittoria del Movimento, anche alla Tav tra Italia e Francia: «Siamo ancora in tempo per bloccarla. E del resto anche il nuovo governo francese ha espresso dei dubbi. Se vinceremo bloccheremo subito i cantieri», dice il deputato. Anche il ponte di Messina è destinato a essere cestinato, «senza ulteriori indugi». 
 
Così come la stazione Alta velocità di Firenze: «Realizzarla farebbe risparmiare 4 minuti nel tragitto Milano-Roma: è evidente che sia inutile», l’opinione del M5S. Sulle penali da pagare ancora c’un alone di incertezza. La cifra di un miliardo è stata ricavata da alcuni dati richiesti al ministero delle Infrastrutture dal movimento, che denuncia un «muro di gomma» da parte del governo che «non ha fornito risposte trasparenti». «Abbiamo però scoperto che non esistono obbligazioni giuridiche vincolanti per la bretella Sassuolo-Campogalliano, che dunque si potrebbe abbandonare senza penali», dice Dell’Orco. Perché questa serie di no? «Si tratta di interventi inutili, a forte impatto ambientale e con costi altissimi: noi invece puntiamo su tanti piccoli interventi diffusi e mirati», spiegano i grillini. 
 
Il M5S intende spendere i denari recuperati dallo stop alle tredici grandi opere in questo modo: 1 miliardo per la manutenzione di strade e ferrovie (soprattutto al sud), 500 milioni l’anno per il trasporto pubblico locale, conferma ed estensione del ferro-bonus voluto dal ministro Delrio per incentivare il trasporto di merci su rotaia, inventivi per nuove immatricolazioni di mezzi elettrici e nuovi finanziamenti per piste ciclabili. Tra i punti chiave del programma sui trasporti, nuovi criteri di sostenibilità energetica e ambientale delle nuove opere, oltre a «più rigidi criteri sanitari». Il M5S chiede anche una commissione parlamentare di inchiesta «sulle grandi opere che hanno determinato disastri finanziari e ambientali».  

mercoledì 29 novembre 2017

Cento anni di comunismo e cento milioni di morti. Una catastrofe per l'umanità

L’Unione sovietica ha rimodellato la natura umana, scatenato il caos
intellettuale e lasciato dietro di sé un grande raccolto di dolore.
Scrive il Wall Street Journal (6/11)

Cento anni fa i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo
dando inizio “a una serie di eventi che avrebbero portato alla morte di milioni 
di persone e avrebbero inflitto una ferita quasi fatale alla civiltà occidentale”, 
scrive David Satter sul Wall Street Journal. I rivoluzionari riuscirono a occupare
le stazioni, gli uffici postali e i telegrafi mentre la città dormiva e, quando i citta-
dini si svegliarono, trovarono il loro universo capovolto. 
I bolscevichi dicevano di voler abolire la proprietà privata, ma il vero obiettivo
era spirituale: trasformare l’ideologia marxista-leninista in realtà. Per la prima
volta si posero le basi per uno stato esplicitamente ateo e quindi incompatibile
con i valori su cui si fondava la civiltà occidentale per la quale stato e società
erano sovrastati da un potere superiore.
Il golpe bolscevico ha avuto due conseguenze. Nelle nazioni che si sono
lasciate influenzare la rivoluzione ha svuotato la società della morale, ha
degradato gli individui e li ha resi degli ingranaggi della macchina statale.
I comunisti hanno ucciso, eliminando il valore della vita stessa e i sopravvissuti
hanno perso la loro coscienza individuale. Ma i bolscevichi non si sono limitati
a influenzare queste nazioni. A occidente, il comunismo ha intaccato la società
sovvertendo i suoi valori e mettendoli in discussione. Ha creato una confusione
politica che perdura fino ai nostri giorni.
Durante un discorso del 1920 al Komsomol, Lenin ha detto che i comunisti 
subordinavano la morale alla lotta di classe. Tutto ciò che fosse in grado di
distruggere “la vecchia società sfruttatrice e che aiutasse a costruire una nuova
società comunista” era considerato positivo. Questo approccio ha separato il
peccato dalla responsabilità. Martyn Latsis, ufficiale della Cheka, la polizia
segreta, nel 1918 scrisse come dovesse essere condotto un interrogatorio:
“La nostra guerra non è contro gli individui. Noi stiamo sterminando la
borghesia in quanto classe sociale. Non cerchiamo la prova che l’atto di cui
qualcuno è stato accusato sia stato effettivamente commesso. Come prima cosa
bisogna chiedere a quale classe sociale appartiene un individuo. Questo
determinerà il suo destino”.

“Queste convinzioni furono alla base di decenni di omicidi”, scrive Satter,
“non meno di venti milioni di cittadini sovietici vennero uccisi dalle politiche
repressive. Questo numero non include i milioni di vite spezzate dalle guerre,
dalle epidemie e dalla fame generate in modo prevedibile dai principi del bolsce-
vismo”. Si contano 200.000 vittime del terrore rosso tra il 1918 e il 1920, 11
milioni di persone decedute o per la fame o per la dekulakizzazione, 700.000
esecuzioni tra il 1937 e il 1938, almeno 2.700.000 prigionieri morti nei gulag.
Alla lista bisognerebbe aggiungere un milione di detenuti, che durante la Seconda
guerra mondiale vennero liberati dai campi di lavoro e impiegati nell’Armata
rossa andando incontro a morte certa, partigiani e civili uccisi in Ucraina e nelle
repubbliche baltiche. Se a questo novero aggiungiamo anche le morti causate
dai regimi supportati dall’Unione sovietica – Corea del nord, Cina, Cuba,
Vietnam, Cambogia e altre nazioni dell’Europa orientale – il numero totale
delle vittime sfiora i 100.000.000 e “questo basta per fare del comunismo la più
grande catastrofe dell’umanità”.

Il risultato di queste morti doveva essere la creazione di un uomo nuovo, pronto
ad agire nel nome della causa sovietica. La battaglia di Stalingrado è il
paradigma di tutto ciò. Quando le unità di blocco dell’Armata rossa spararono
sui soldati che tentavano la fuga e sui civili che cercavano rifugio dalla parte
tedesca, ai bambini che andavano a riempire le bottiglie dei soldati del Reich
con l’acqua del Volga, il generale Vasily Chuikov, comandante a Stalingrado,
cercava di giustificare queste azioni affermando: “Un cittadino sovietico non
può concepire la propria vita al di fuori delle necessità della patria”.

Questi sentimenti permangono ancora oggi. Quando nel 2008 la Duma ammise
che la carestia del 1932 fu causata dalle requisizioni di grano ordinate dallo stato
per finanziare l’industrializzazione, aggiunse che i giganti industriali dell’Urss,
il mulino di Magnitogorsk e la diga del fiume Dnepr, sarebbero stati “eterni
monumenti” per le vittime.

L’Unione sovietica ha rimodellato la natura umana, ma ha anche diffuso il caos
intellettuale. Il termine “politicamente corretto” trae le sue origini dall’assunto
secondo il quale il socialismo, un sistema di proprietà collettiva, in sé era virtuo
so, senza avere la necessità di valutare il suo operato alla luce di criteri morali
trascendenti.

Quando i bolscevichi si presero la Russia, alcuni intellettuali occidentali, influen
zati dalla stessa mancanza di etica, chiusero gli occhi di fronte alle atrocità del
comunismo. Quando gli omicidi divennero troppo ovvi per essere negati,
“i simpatizzanti iniziarono a giustificare le crudeltà dicendo che i sovietici facevano tutto con nobili intenzioni”.

Ma a occidente prevaleva una profonda indifferenza. La Russia veniva utilizzata
come pretesto per risolvere le liti politiche. Come scrive lo storico Robert
Conquest, il ragionamento era semplice: “Il capitalismo era ingiusto, il
socialismo avrebbe potuto mettere fine all’ingiustizia, quindi andava sostenuto
senza condizioni”.

L’Unione sovietica è roba del passato ma è necessario ricordare quanto scrisse il
filosofo russo Nikolaj Berdyaev: “La nostra gioventù istruita non riesce ad
ammette il significato intrinseco e indipendente delle parole scolarizzazione,
filosofia, erudizione, illuminismo, università, lo subordinano agli interessi della
politica, dei partiti, dei movimenti e dei circoli”.

Se c’è una lezione che possiamo trarre dal secolo comunista è che un potere
indipendente dai principi universali della morale non può avere ripensamenti,
dal momento che “è la convinzione da cui dipende tutta la civilizzazione”.