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venerdì 18 agosto 2017

L’EDITORIALE Ora chi glielo dice a Galli della Loggia?

"il Dubbio" di venerdì 18 agosto 2017
Se l’impressione che ha l’opinione pubblica è quella di vivere in una società dove la violenza è in aumento, e invece il dato vero dice che la violenza e il crimine stanno subendo un vero e proprio crollo, dov’é l’inganno? E poi: chi produce questo inganno? E infine: quali sono gli interessi che si nascondono dietro questo inganno?
Ecco, prima guardiamo le cifre ( che nel dettaglio trovate nell’articolo qui accanto e a pagina 5) e poi proviamo a ragionare. Martedì il ministro dell’Interno ha fornito le statistiche sulla criminalità in Italia. Sono impressionanti. Giunti un po’ oltre la metà di un anno nel quale partiti politici, giornali e – soprattutto – talk showtelevisivi hanno parlato ogni giorno di violenza in aumento, di insicurezza dilagante, di crescita clamorosa della delinquenza e di riduzione esponenziale delle punizioni e del carcere (…) E ora chi glielo dice al professor Galli della Loggia?
(…) noi ci troviamo di fronte questa realtà: il numero dei detenuti è aumentato, tutto il resto è diminuito. I reati, nonostante la crisi economica ( generalmente, ci spiegano i sociologi, in corrispondenza con le congiunture economiche negative aumenta il tasso di criminalità) sono in ripida discesa: nell’ultimo anno, circa del 12 per cento. E cioè sono scesi da un milione e 463 mila nei primi sette mesi del 2016 a 1 milione e 286 mila nei primi sette mesi del 2017. ( Un dato statisticamente enorme, un vero e proprio record). E tuttavia ci sono cifre ancor più sorprendenti. Quelle relative agli omicidi, innanzitutto. Sono scesi da 245 a 208. Una riduzione del 15 per cento. Se volete un raffronto con qualche anno fa, possiamo dirvi che nel 2007 ( sempre primi sette mesi) gli omicidi volontari furono 397, e nel 1991 furono 1.108. Lasciamo stare, magari, gli anni novanta, quando si uccideva, in Italia, senza pensarci su. Ma anche con il 2007 il paragone è davvero confortante: omicidi volontari quasi dimezzati. E visto che abbiamo parlato degli anni novanta, che furono anni di mafia, vediamo cosa succede in quel campo. In un anno, dicono le statistiche, gli omicidi di mafia si sono addirittura ridotti del 40 per cento. Infine, al contrario di quello che spesso si dice, sono diminuiti anche i furti e le rapine, seppure in misura minore. I furti da 783 mila a 702 mila ( circa l’ 11 per cento in meno) e le rapine da 19 mila a 16 mila ( circa il 15 per cento).
Ora noi ci aspetteremmo che questa mattina tutti i giornali ( a partire dai quattro quotidiani “dell’Avemaria”, e cioè Il Giornale, Libero, Il Fatto e la Verità) aprano la loro prima, a tutta pagina, con un titolo che dice: “Ci eravamo sbagliati, la criminalità è in ritirata”. O qualcosa del genere. Però non accadrà. Questi quattro giornali, e al loro seguito, nei prossimi giorni, anche gli altri giornali, compresi i grandi giornali ( e le Tv, il web e tutto il resto), continueranno a scrivere e a dire che ormai la criminalità controlla il territorio e lo Stato si è arreso. Come ha scritto, non più di una cinquantina di giorni fa, il professor Galli della Loggia in un serissimo editoriale del Corriere della Sera. Ora chi glielo dice al professor Galli della Loggia, che facendo lo storico è costretto a registrare questi dati ( sennò che storia racconta?), chi glielo dice che la criminalità sta perdendo molti colpi? Altro che controllo del territorio!
E allora torniamo alle due domande. Perché esiste questa frattura, vistosissima, tra realtà e senso comune? E chi lavora per tenere aperta questa frattura?
La frattura esiste perché tutto il sistema dell’informazione è impegnato nel fornire un quadro sbagliato all’opinione pubblica. E nell’alimentare la spirale tra opinione pubblica che insegue l’informazione e viceversa, esaltandosi a vicenda e immaginando una società in crescente pericolo e bisognosa soprattutto di sicurezza.
Prima di morire, Marco Pannella iniziò l’ultima delle sue battaglie visionarie. Quella per il “diritto alla conoscenza”. Sembrava una cosa astrusa, eccentrica, come spesso appaiono, a prima vista, le campa- gne di Pannella. Invece affrontava esattamente questo tema: non le fake news, che sono occasionali e possono essere facilmente smentite. Ma la rappresentazione organica e insistente della realtà in modo diverso o addirittura del tutto opposto a come la realtà è. È in questo modo che, sistematicamente, si viola il diritto alla conoscenza e si limitano in modo drastico le possibilità di libero sviluppo della democrazia. Gli organi di informazione, in larghissima parte, sono responsabili di questa violazione di diritti. E lo sono, generalmente, in legame stretto con una parte consistente della politica.
Perché questo avviene? Io credo che avvenga per due ragioni. Da una parte c’è la forza del populismo, che è un movimento politico forte, generalmente privo di ideologie e anche di idee, che trova la sua forza nell’alimentare l’ira popolare su temi facili e che non chiedono grande cultura e grandi strumenti politici. Come appunto i temi della sicurezza e della ricerca del linciaggio. Dall’altra c’è la debolezza dei liberali, che non trovano la forza di contrastare il populismo e preferiscono assecondarlo. E nell’esercito dei liberali metto gran parte dell’intellettualità, che evidentemente ha rinunciato consapevolmente al proprio ruolo di “sapienza”. Accettando la divisione netta tra realtà vera e realtà raccontata.


In questa divisione c’è la morte della politica. Perché non è possibile nessuna politica seria se si confonde realtà e demagogia.

mercoledì 16 agosto 2017

Panebianco: «Che paura questa Italia antiparlamentarista anticasta e giustizialista…»

Il professor Angelo Panebianco analizza la sfiducia nella classe dirigente considerata corrotta e incapace, anche grazie ad un montante giustizialismo

Panebianco
Populismo, antiparlamentarismo, sfiducia nella classe dirigente considerata corrotta e incapace, anche grazie ad un montante giustizialismo. Questi gli ingredienti di un cocktail micidiale che mette a rischio la governabilità e la tenuta stessa delle Istituzioni, specie se uniti a una fase di particolare debolezza della classe politica.

Il professor Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, ha affrontato diffusamente la difficile situazione che sta vivendo il nostro Paese in un suo recente articolo intitolato “La politica non sa reagire all’antiparlamentarismo”.

Nel quadro tracciato parla di un antiparlamentarismo forte come ai tempi della marcia su Roma. Vede altre analogie tra la fase che viviamo adesso e quel periodo?

In Italia ci sono state varie fasi simili a quella che viviamo e non tutte si sono chiuse in modo drammatico come fu per la crisi finita con la marcia su Roma. In altri casi le crisi si sono riassorbite in maniera diversa e non necessariamente gli esiti devono essere drammatici. Non vedo poi altre analogie tra quel periodo e questo. L’Italia di allora era molto diversa da quella di oggi, era una società agricola e non industriale. Ma l’antiparlamentarismo periodicamente si ripresenta e gli esiti finali dipendono dalle risposte delle elites politiche e da fattori incontrollabili. Certo la crisi economica oggi è forte e potrebbe avere un impatto come lo ebbe la depressione tra le due guerre.

All’antiparlamentarismo montante fa sponda la debole capacità di decisione della politica. Si riferisce agli ultimi governi o a una condizione generale?

Mi riferisco a un sistema che abbiamo scelto per un insieme di ragioni, prima delle quali per il complesso del tiranno, e che produce governi relativamente deboli. I sistemi parlamentari non sono tutti uguali. In quello tedesco, che è un cancelleriato, il primo ministro ha una forza e un rilievo istituzionale notevole, così come succede anche in Spagna. Poi ci sono alcuni parlamentarismi con governi deboli. Ne è un esempio anche la quarta Repubblica francese finita con la presa del potere da parte di De Gaulle.

E in Italia?

Guardi, dalla Commissione Bozzi fino al referendum dello scorso dicembre ci sono stati diversi tentativi di rafforzare i poteri decisionali dei governi ma senza successo. Il tipo di assetto istituzionale che abbiamo periodicamente produce correnti di ostilità, rancori diffusi e delle impazienze che rischiano di toccare la democrazia. E poi avviene che qualcuno scambi problemi legati al funzionamento delle Istituzioni come problemi della democrazia.

Lei sostiene che il popolo diventa anti casta anche perché la percepisce corrotta e concentrata solo sui propri interessi. E’ solo una sensazione distorta e condizionata dal “circo mediatico- giudiziario”?

Percepisce una corruzione latente. Ogni settimana, se non ogni giorno, viene detto che c’è corruzione e questo succede da trent’anni. Impossibile che questa circostanza non abbia effetti sull’orientamento di un’area molto grande della popolazione che comincia a dire le classiche cose pericolose per la democrazia: tutti ladri e così via. Si assume un atteggiamento di rifiuto indifferenziato che spiega l’antiparlamentarismo che monta. A questo va aggiunto che abbiamo una classe politica troppo debole per bloccare certe forme di malcostume che esistono davvero, ovviamente, e debole anche per bloccare il circo costruito intorno a questo. La politica è molto debole anche perché è l’unica parte della società pubblica che sta sotto i riflettori. Ad esempio ci sono molte inefficienze della burocrazia che, però, non sta sotto i riflettori e tutto viene scaricato sulla classe politica”.

Il “circo mediatico- giudiziario” mantiene una grande influenza nonostante poi le sentenze spesso smontino le inchieste…

Il circo mediatico giudiziario dai tempi di “Mani Pulite” non è mai stato contrastato. Basti pensare a quanto successo con le intercettazioni. Bisognerebbe tornare a spiegare che le sentenze sono una cosa e le inchieste sono un’altra in un Paese dove vige la presunzione di non colpevolezza. L’aspetto più drammatico è che nella consapevolezza dell’opinione pubblica è stato travolto il principio di non colpevolezza fino a sentenza passato in giudicato. L’indagato viene percepito come colpevole a prescindere. Poi dopo molti anni arrivano le sentenze e ridimensionano tutto.

La scuola e l’educazione secondo la sua analisi hanno pesanti responsabilità nel processo di diffusione dell’antiparlamentarismo.

La scuola e l’educazione italiana non forniscono più gli strumenti per analizzare criticamente quello che avviene nella società. Una persona che passa da un iter poco selettivo con la scuola che non ha pretese che questa persona sviluppi capacità cognitive e si appropria di conoscenze adeguate rispetto al titolo che gli viene dato, si trova facilmente in balia dei messaggi più estremisti. Non ha gli strumenti critici per distinguere il grano dal loglio o per essere non essere suggestionata.

Immagina un percorso che possa invertire la rotta?

Ho sostenuto le ragioni del sì al referendum in parte anche per superare il bicameralismo perfetto e la riforma del titolo quinto della Costituzione per dare più forza alla classe politica. La sconfitta fa sì che la classe politica rimanga quella debole che conosciamo da venti o trent’anni e non abbia capacità di risposta rispetto a questo deterioramento. Non vedo la capacità o la possibilità che questa classe politica possa dare una risposta forte e chiara in grado di bloccare l’antiparlamentarismo. Anzi il ritorno al sistema proporzionale contribuirà ad aumentare il frazionamento interno e renderà ancora più debole la capacità di decisione. Diciamo tuttavia che i fattori in gioco sono tanti, alcuni dipendono anche dal quadro internazionale e altri non sono controllabili. C’è comunque da sperare che questa ondata di antiparlamentarismo venga in qualche modo riassorbita.

Ferragosto, da dove arriva e perché è oggi?


ITALIA MARTEDÌ 15 AGOSTO 2017
Oggi la tradizione cristiana celebra l'Assunzione di Maria, ma il nome della festa e il fatto che cada il 15 agosto dipende da una festività romana

 (ANSA/CESARE ABBATE)

Oggi è Ferragosto, festa nazionale religiosa che cade il 15 agosto e che nella tradizione cristiana celebra l’Assunzione in cielo di Maria. Come succede per tante altre festività religiose, anche Ferragosto prende il nome e la data da un’antica festività romana, anche se nel caso specifico c’entrano i concordati tra lo Stato italiano e il Vaticano.
Il Ferragosto religioso
Secondo la tradizione cattolica dopo aver terminato la propria vita terrena, il 15 agosto Maria fu trasferita in Paradiso sia con l’anima che con il corpo. Per la Chiesa cattolica Maria è l’unica persona oltre a Cristo a essere stata assunta materialmente in cielo: un’anticipazione della risurrezione delle carni, quel momento alla fine dei tempi quando secondo i cattolici tutti i corpi dei defunti si ricongiungeranno alle loro anime dopo il Giudizio universale.
L’Assunzione non implica necessariamente la morte di Maria, ma neppure la esclude: le varie confessioni cristiane divergono su questo punto. Ortodossi e armeni il 15 di agosto celebrano solamente la Dormizione di Maria (si chiama “Dormizione” perché Maria non sarebbe veramente morta, ma solo caduta in un sonno profondo). I protestanti, invece, non credono all’Assunzione di Maria e non fanno festa perché questo episodio non è narrato nel Vangelo. Il dogma cattolico venne proclamato nel novembre del 1950 da papa Pio XII.
Il Ferragosto di Ottaviano Augusto
La parola Ferragosto deriva dalle feriae Augusti, il riposo di Augusto, una festività decisa dall’imperatore romano Ottaviano Augusto nel 18 avanti Cristo. La festa si rifaceva in parte ai Consualia, le antiche feste romane celebrate alla fine dei lavori agricoli e dedicate a Conso, il dio dei granai e della fertilità. L’istituzione dell’antico Ferragosto aveva quindi lo scopo di mettere insieme un certo numero di giorni di riposo alla fine del periodo del raccolto, per consentire a chi aveva lavorato nei campi di recuperare le energie. I giorni di riposo erano accompagnati da feste e celebrazioni, che tipicamente si tenevano il primo giorno di agosto. I festeggiamenti furono spostati al 15 del mese per volontà della Chiesa Cattolica, proprio per ricondurre la festività popolare all’Assunzione di Maria.
I treni popolari di Ferragosto
A rendere Ferragosto una festività popolare contribuì l’istituzione, nel 1931 e a opera dell’allora ministero delle Comunicazioni, dei “Treni speciali celeri per i servizi festivi popolari”, noti come “Treni popolari di Ferragosto”. Voluti dal regime fascista, i treni permettevano di raggiungere a prezzi ridotti le località turistiche nel mese di agosto e contribuirono alla nascita del turismo di massa. Ora Ferragosto è anche grigliate e pranzi, per chi non è al mare. E se ora che sapete cos’è e volete anche sapere cosa fare, qui ci sono un po’ di informazioni utili per chi vive a (o vicino a) Milano, Bologna, Napoli e Roma.

sabato 5 agosto 2017

Contenti, ma non troppo

ECONOMIA

Gli economisti Daveri e Gros commentano la nota mensile dell'Istat sull'economia italiana. La ripresa si consolida, ma i segni della crisi non sono stati cancellati

 04/08/2017 19:13 CEST | Aggiornato 23 ore fa
I segnali positivi sono "diffusi", la crescita "si consolida" e gli italiani ricominciano a spendere. La fotografia che l'Istat immortala nella nota mensile di luglio sull'andamento dell'economia italiana ha tinte positive. Una fiammata o un trend robusto? Huffpost lo ha chiesto agli economisti Francesco Daveri e Daniel Gros, rispettivamente ordinario di politica economica all'Università Cattolica a Piacenza e direttore del think tank Ceps di Bruxelles. Il giudizio che emerge è unanime e cioè che l'Italia ha imboccato la strada giusta, ma i segni della crisi, sottolinea Daveri, "non sono stati cancellati".
La Banca d'Italia, il Centro studi di Confindustria e il Fondo monetario internazionale non hanno dubbi: il Pil crescerà stabilmente quest'anno sopra l'1%, ma la percezione che gli italiani hanno della ripresa, e quindi anche degli effetti della crisi iniziata nel 2007, mette in luce una discrepanza evidente. "Quello dell'Istat è complessivamente un quadro positivo, ma mi aspetto un secondo trimestre in linea con il primo, quindi intorno allo +0,3-0,4%. L'economia è in ripresa, è ritornato il segno più, la produzione industriale è positiva, ma i segni della crisi non sono stati cancellati", spiega Daveri. Anche Gros mette in guardia sui facili entusiasmi: "È un ciclo promettente, ma ancora l'Italia non sta alla velocità degli altri Paesi. La velocità passa da pessima ad appena soddisfacente".
Uno dei settori che secondo l'Istituto nazionale di statistica risulta in salute è quello dei consumi che iniziano a invertire il trend negativo anche se, come sottolinea Confcommercio, l'accelerazione registrata a giugno (+0,6% per le vendite al dettaglio, +0,9% per la spesa alimentare) non basta a riportarli in positivo: nel secondo trimestre dell'anno sono calati sia in valore che in volume, rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2 per cento. "L'economia sta migliorando: prima la crescita era molto lenta e quel poco era trainata dall'export. Ora che questo surplus esterno si è stabilizzato in positivo allora è naturale che i consumi interni inizino a ripartire e quindi gli italiani ritornano a consumare", sottolinea Gros.
Daveri sottolinea come rispetto al punto più profondo della crisi, cioè il primo semestre del 2014, "i numeri dicono che ci sono 900mila occupati in più". Ma è altrettanto vero, sottolinea l'economista, che se si mettono insieme i dati sugli occupati e i salari reali, c'è stata sì una "qualche crescita, ma non tale da giustificare un boom dei consumi".
Uno dei deficit della ripresa italiana è il settore immobiliare. La produzione delle costruzioni, si legge nella nota dell'Istat, "non evidenzia ancora una chiara ripresa". L'Istituto di statistica spiega che se da una parte "il mercato immobiliare è caratterizzato da una vivacità negli scambi", il trend non è accompagnato "da movimenti al rialzo dei prezzi delle abitazioni che, nel primo trimestre 2017, sono rimasti sui livelli del trimestre precedente". "Senza l'immobiliare è difficile una ripresa duratura. L'immobiliare è stato sempre l'ingrediente numero uno nelle riprese passate: ora continua a mancare all'appello tanto è vero che è ripartito il mercato, ma le compravendite sono ripartite a prezzi stabile", sottolinea Daveri.
La direzione è quella "giusta", rimarca Gros, "l'economia è in ripresa", gli fa eco Daveri. Ma le cicatrici della crisi non si sono ancora rimarginate: "In tre anni abbiamo recuperato 2,5 punti di Pil, ma dal 2007 a oggi ne abbiamo persi dieci", osserva Daveri. Contenti, ma non troppo.

venerdì 28 aprile 2017

Cacciari a Libero: "La sinistra è a pezzi ovunque, la salverà solo una catastrofe"

L' appuntamento telefonico è per le 8.30 di mattino. «I prossimi giorni sono continuamente in giro. Posso solo domani, ma presto», ci aveva scritto, chiaro e sintetico, il giorno prima. Lo chiamiamo all' ora stabilita. Nonostante sia l' inizio della giornata, la verve è la solita. Non risparmia nessuno: Marine Le Pen, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Beppe Grillo. Soprattutto, ed è il segreto del suo fascino, non dice mai quello che ti aspettersti, quello che dicono tutti. Ecco Massimo Cacciari, filosofo, ex sindaco di Venezia, appassionato di politica e suo indomabile censore.
Cominciamo dalle elezioni francesi: decideranno il destino dell' Europa?
«No, e nemmeno quelle tedesche o quelle italiane. Sarà in tutti i Paesi un voto di conservazione».
Dice? Molti analisti guardano a questi passaggi come a momenti cruciali.
«La gente è molto spaventata dalla crisi economica. In condizioni di questo genere farà un voto di mantenimento dello status quo. Il dramma è che gli attuali dirigenti penseranno, in questo modo, di essere legittimati. Il giudizio che ne trarranno è che tutto va bene. Invece tutto va male».
Nel 2002 diceva di Le Pen padre che era "ridicolo" dargli del fascista. Lo direbbe anche della figlia?
«Marine Le Pen non c' entra niente con il padre. È una personalità politica di destra classica, incomparabile con il centrodestra italiano, ma anche con la Lega o con Grillo».
La spaventa il risultato del Front National?
«Relativamente. Ormai non siamo più in una situazione cui possano emergere personalità come Mussolini. I processi di globalizzazione sono tali che rendono impossibili destini autoritari. Non è che siamo più diventati più bravi, è che non sono più realisticamente possibili gli autoritarismi».
Come vede la sinistra francese?
«A pezzi. Come tutta la sinistra europea. Non per ragioni soggettive, perché gli uomini di sinistra oggi sono più stupidi di quelli del passato, ma perché sono cambiate completamente le condizioni sociali.
La base sociale della sinistra è franata. Dovunque. In Europa, ma anche negli Stati Uniti.
Basta vedere chi ha votato Trump. C' è un mutamento antropologico alla base delle sconfitte delle sinistre in tutto il mondo».
Mentre dappertutto vincono le forze cosiddette populiste. Perché?
«Intanto "populismo" è un termine che non ha alcun senso, soprattutto se applicato a fenomeni così diversi. Qualunque forza politica degna di questo nome è populista, nel senso che cerca di rappresentare il popolo o settori di esso».
Non esistono partiti populisti?
«Tecnicamente "populista" è una posizione politica che enfatizza la domanda, il problema, e non dà risposte adeguate, razionali. Da questo punto di vista, per esempio, le forze politiche attuali in Italia sono tutte populiste, perché nessuna è responsabile».
In che senso?
«Tutte promettono, chiacchierano, ma nessuna indica una strategia, un progetto economicamente e socialmente compatibile».
Anche il Pd?
«Certamente sì.
Avendo responsabilità di governo qualcosa ha fatto, come avrebbe fatto qualsiasi altra forza, bene o male. Ma partiti responsabili nel senso che sono capaci di dare risposte razionali, di indicare uno scopo, di dire con chiarezza le cose e di spiegare ai cittadini anche quali sono i sacrifici che servono per raggiungere determinati obiettivi, partiti così non ce ne sono».
Intanto quelle forze hanno successo. Perché?
«Perché se hai un problema e io ti applaudo, ti dò ragione, è chiaro che tu mi voti. Per questo hanno successo le forze di protesta. Poi quando governi il discorso cambia, perché a quel punto la gente pretende risposte, non le basta essere applaudita perché legittimamente protesta».
Fra poco si voterà anche in Gran Bretagna. Come vede quelle elezioni?
«Se Theresa May ha deciso di andare al voto anticipato, vuol dire che è stracerta di vincerle. È andata al governo senza passare per un voto, aveva bisogno di un passaggio elettorale per essere legittimata».
Il Labour anche lì non è messo molto bene...
«Forse è il più scassato di tutti i partiti della sinistra europei. Dall' epoca della Thatcher ha due tendenze completamente incompatibili: quella incarnata da Blair e quella della sinistra tradizionale. Come nel Pd, dove si è visto che sono incompatibili».
Intanto dall' altra parte dell' Oceano c' è Donald Trump. Come giudica i suoi primi passi?
«Confusi, sintomo di una situazione di disordine globale.
Da 25 anni ci trasciniamo in una fase di disordine globale.
L' ordine fondato sui due pilastri, Stati Uniti e Unione sovietica, è crollato e non ne è sorto un altro. Ne usciremo. Il dramma è che potrebbe avvenire in modo catastrofico».
Cioè con una guerra?
«Il disordine sta crescendo, non diminuendo. Le primavere arabe sono state affrontate in modo sciagurato dall' Occidente. Poi c' è lo strascico delle guerre di Bush. Il Medioriente ribolle, c' è la Corea, l' Iran. E aumentando il disordine, aumentano le potenze nucleari perché i Paesi più piccoli, sentendosi indifesi, ricorrono all' arma più potente. Speriamo non accada come altre volte che se ne esce con una catastrofe».
L' Italia, intanto, non cresce. È sempre in fondo alla classifica dei Paesi Ue per Pil e investimenti esteri.
«È una vecchia storia. È facile gettare la croce addosso agli ultimi governi, ma è colpa di sciagurate politiche industriali che si susseguono dalla fine degli anni '70, con l' abbandono di settori strategici e innovativi».
Quali?
«L' Italia era all' avanguardia nella chimica, nel nucleare, nell' informatica. Tutti settori che sono stati smantellati in modo colpevole da tutte le forze politiche. Questo ha provocato la crisi di tuta la grande industria manifatturiera e siderurgica. Renzi avrebbe dovuto iniziare da lì. E dal sistema amministrativo, burocratico. Se la Francia sta meglio di noi è perché ha un' amministrazione che funziona».
Renzi ha provato a cambiare la pubblica amministrazione con la riforma Madia.
«Ma non prendiamoci in giro! L' idea di costoro è che la pubblica amministrazione funziona meglio se si timbrano i cartellini. Immagini arcaiche. Pensare che l' efficenza della pubblica amministrazione si misuri sulle ore che gli impiegati stanno seduti è da ridere, se non fosse da piangere».
Cosa bisognava fare?
«Il problema è l' informatizzazione, la formazione dei quadri dirigenti, le scuole per la pubblica amministrazione. E poi la riforma costituzionale. Ma possibile che non si sia capito che una delle cause del debito italiano è in quei catafalchi che sono le regioni? E non si è messo mano a quelle. Lo diceva Miglio agli inizi degli anni' 80, sono tutte cose che si sanno.
Ma tutto è passato nel dimenticatoio. Senza queste riforme sarà impossibile attrarre capitale. E la cosa spaventosa di questi ultimi anni è la fuga dei capitali. Sono andati via circa 300 miliardi di euro».
E Renzi? Che futuro vede per lui? Fra una settimana ci saranno le primarie.
«Sarà il capo del Partito democratico, ma dubito che tornerà mai al governo. Dovranno fare per forza un governo di coalizione. E a quel punto qualunque sia l' alleato del Pd, non accetterà che sia Renzi a presiedere il governo».
Chi lo guiderà?
«Penso che Gentiloni abbia buone probabilità di continuare a governare».
Non crede a un governo Cinque Stelle?
«A meno che non ci sia una legge elettorale che stabilisce che si vince con il 30%, ma non credo...».
Qualcuno dice che potrebbero fare un' alleanza anti-euro con la Lega.
«Non credo sia possibile, perché la storia di Grillo è completamente diversa da quella delle destre europee, ma anche da quella di Salvini e della Lega. E poi dubito molto che avrebbero i numeri».
Intanto hanno incassato il sostegno del direttore di Avvenire. L' ha stupita?
«Sostegno...Ma no, il direttore di Avvenire ha semplicemente detto quello che dico io da sempre: attenzione, perché il M5S non è Salvini e non sono la destra».
Tutti e due, però, hanno capito che le priorità degli italiani sono immigrazione e lavoro. E però si fatica a vedere risposte. Perché?
«Se hai una pubblica amministrazione che funziona, gli investimenti arrivano e il lavoro si crea. Ma se non ce le hai...
Il lavoro si crea se c' è un Paese competitivo».
E l' immigrazione?
«È una questione epocale.
Non può essere risolta con misure di polizia. Ci vorranno tempi lunghissimi ed è affrontabile solo su scala europea».
Nel frattempo il Veneto ha promosso il referendum per l' autonomia. Cosa ne pensa?
«Stupidaggini che la Lega Veneta continua a fare per raccattare quattro voti miserabili».
Intanto a Roma il governo ha da poco approvato il Def, le sembra che vada nella direzione giusta?
«Ma no, non va in nessuna direzione. È una misura di totale conservazione, come i voti che ci aspettano nei prossimi mesi. Non peggiora e non migliora niente. Nasce dall' idea per cui si crede che stando fermi, le cose migliorino.
Invece possono solo peggiorare. "Stiamo fermi...", dicono.
Malissimo!».
di Elisa Calessi



martedì 11 aprile 2017

Fisco, precompilata in arrivo con 800 milioni di dati

Dal 18 aprile sarà possibile accedere online alla propria dichiarazione dei redditi. Imponente la mole di informazioni a disposizione: dai 29 miliardi di spese sanitarie ai 27,8 delle ristrutturazioni

di ANTONELLA DONATI

MILANO - Conto alla rovescia per la dichiarazione precompilata. Martedì prossimo, 18 aprile, sarà possibile accedere on line al sito dell'Agenzia delle Entrate e visualizzare al propria dichiarazione dei redditi. Quest'anno ci saranno a deposizioni una vera a propria mole di dati: 800 milioni di informazioni presenti, tutte le spese sanitarie già inserite, disponibili anche i dati sulle detrazioni per ristrutturazioni e bonus energia, per le spese di istruzione e i contributi per colf e badanti. La dichiarazione si potrà modificare dal 2 maggio e inviare fino al 24 luglio. Possibile presentare la dichiarazione anche in forma congiunta con il proprio coniuge o con il proprio partner in caso di unioni civili.

Detrazioni tutte on line. Dai dati dell'Agenzia risultano 29 miliardi di spese sanitarie, per le quali si ha diritto alla detrazione del 19% che sarà utilizzata da circa 53 milioni di italiani. Già inserite anche 27,8 miliardi di spese per le ristrutturazioni e bonus energia, con detrazioni del 50% e del 65%,e le spese di ristrutturazione sostenute dagli amministratori di condominio per complessivi 3,8 miliardi. Presenti anche i contributi versati a Colf e badanti per 694 milioni, le spese per la università, i premi assicurativi e le spese funebri. Già riportati nella precompilata i dati sugli interessi per i mutui e alcuni dati contenuti nella dichiarazione dei redditi dell'anno scorso, quali  le spese sostenute negli anni precedenti per interventi di recupero del patrimonio edilizio, di arredo degli immobili ristrutturati e di riqualificazione energetica degli edifici, ma anche i crediti d'imposta e le eccedenze riportabili.

Verifiche più facili. Con tutta questa mole di dati già inseriti, la verifica del proprio modello precompilato diventa ancora più facile in quanto l'importo delle detrazioni è già calcolato e i relativi campi già valorizzati, senza la necessità di ulteriori interventi. Per chi accetta direttamente online, senza modifiche, il proprio 730 precompilato sono esclusi eventuali controlli sui documenti da parte dell'Agenzia. Non potranno quindi essere richieste le pezze d'appoggio che giustificano le detrazioni, dalle copie dei bonifici agli scontrini delle farmacie. Se invece ci si rivolge al Caf o a un intermediario, scontrini e ricevute delle spese dovranno essere consegnate a chi presenterà il 730, ma i controlli porranno essere effettuati dal Fisco esclusivamente sugli intermediari che risponderanno direttamente di eventuali errori.

Il doppio percorso.  Accanto al 730 sarà presente anche il modello Redditi (che ha preso il posto di Unico), che potrà essere utilizzato da chi ha la partita Iva, o da chi ha solo redditi da locazione e nessun sostituto d'imposta, ma anche per la presentazione della dichiarazione da parte degli eredi.  Il sistema consente, infatti, di scegliere il modello più adatto, che si presenterà anche in questo caso in versione precompilata. Quindi ci saranno i moduli con i dati inviati alle Entrate già compilati, da quelli riferiti alle spese a quelli relativi ai contratti di locazione. Chi ha la partita Iva potrà poi aggiungere tutti i quadri necessari riferiti all'attività e inviare il modello on line, senza più la necessità di scaricare software ad hoc. Una possibilità che da quest'anno riguarda anche gli eredi che potranno inviare il modello con i redditi del defunto. Possibile, infatti, accedere con le proprie credenziali e poi indicare il codice fiscale della persona deceduta per la quale sarà presentata la dichiarazione.

Le credenziali di accesso. Ovviamente per accedere alla precompilata è necessario essere in possesso delle credenziali. Ma quest'anno la scelta si è

ampliata: si va dal pin dell'Agenzia delle Entrate al codice dispositivo dell'Inps fino allo Spid, cioè al codice unico nazionale per l'accesso a tutti i siti della pubblici. Chi non ha ancora il pin potrà richiederlo direttamente on line all'Agenzia.


giovedì 6 aprile 2017

Il biglietto sull’autobus lo faccio con un sms

Presentato il nuovo servizio del Ctt: il costo sarà di 1,40 euro, avrà la durata di un’ora

MASSA. Da oggi salire su un mezzo pubblico è ancora più semplice senza dover correre qua e là alla ricerca di un tabacchino o un bar che vendano i biglietti. Basta avere un telefono cellulare, anche di vecchia generazione, inviare un sms al numero 4850306 digitando "Massa" o "Carrara", attendere qualche secondo per il messaggio di risposta e quello sarà il ticket elettronico il cui costo sarà scalato dal credito telefonico. E' il nuovo servizio di Ctt Nord presentato da Simona Deghelli del CdA Cct Nord, Massimo Amaraschi direttore commerciale Ctt Nord, gli assessori ai trasporti del comune di Massa e di Carrara, Uilian Berti Giuseppina AndreazzoliPaolo Grassi per la provincia di Massa-Carrara. Già attivo con successo dal 2013 a Pisa (48 mila biglietti digitali venduti nel 2016), Livorno (39 mila) e Lucca (8 mila), da inizio mese è esteso alla provincia di Massa Carrara. «I dati delle altre città non sostituiscono i tagliandi cartacei, ma sono in aggiunta _sottolineano i responsabili del Ctt Nord_ questo perché il servizio è agevole, facile ed intuitivo per tutti».
Il Mobile Ticketing, disponibile per i clienti Tim, Vodafone Italia, 3 o Wind e realizzato in collaborazione con Netsize, consente di acquistare un biglietto della durata di 60 minuti valido su tutta la rete urbana; al momento, quindi, sono escluse le linee dei paesi a monte e in Lunigiana perché extraurbane. Il costo del ticket via sms è di 1,40 euro a cui si aggiunge il costo tariffario del proprio operatore telefonico; è un costo che si colloca in una posizione intermedia tra il titolo di viaggio cartaceo da 1,20 euro e quello che sia acquista a bordo del bus da 2 euro. L'acquisto va effettuato prima di salire a bordo del bus: la validazione è automatica e non è necessaria alcuna obliterazione, per il controllore sarà valido l'orario segnato sull'sms.
Fatto direttamente a bordo, invece, potrà essere sanzionato come "timbratura a vista", ma in caso di problemi di ricezione, il Ctt è in grado di risalire in breve tempo anche all'ora esatta della richiesta inviata dall'utente. Per diffondere il servizio, l'azienda avvierà una campagna di promozione a bordo dei mezzi pubblici e segnerà il numero ad ogni fermata. L'assessore Berti ha accolto «la novità con favore perché il servizio semplifica l'acquisto del biglietto annullando il problema della reperibilità in qualsiasi luogo e momento estendendo di fatto la vendita a tutti i possessori di un cellulare». L'assessore Andreazzoli ha ricordato che «il comune di Carrara nei mesi scorsi



martedì 28 marzo 2017

L’insensata uscita dalla moneta unica

Scenari populisti

Oggi non è più il tempo discussioni accademiche sui pro e contro dell’euro. Un dibattito europeo su come riorganizzarne, anche radicalmente, la gestione andrà avviato, e presto


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Il Movimento 5 Stelle ha più volte annunciato un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, un passo che inevitabilmente comporterebbe l’uscita dall’Unione europea. Infatti, a meno di rinegoziare all’unanimità i trattati, non è possibile abbandonare la moneta unica rimanendo nella Ue. E fuori da essa un’eventuale svalutazione decisa per guadagnare competitività sarebbe neutralizzata dai dazi che gli altri Paesi imporrebbero sulle nostre esportazioni. Con dazi e svalutazioni gli italiani dovrebbero ridurre, e di molto, i loro consumi di beni importati. Certo, i dazi non durerebbero per sempre, forse sarebbero solo una minaccia. Ma neppure gli effetti dalla svalutazione durerebbero per sempre. Per un po’ di tempo, forse un anno o due, il minor valore della moneta potrebbe aiutare le nostre esportazioni. Ma un Paese in cui la produttività non cresce da un decennio, che soffre per il nanismo delle sue imprese, poca ricerca e sviluppo, di poca concorrenza, regole asfissianti su molte attività economiche, un’imposizione fiscale soffocante a causa di una spesa pubblica troppo elevata, non può illudersi che basti una svalutazione per risolvere questi problemi e riprendere a crescere. Come accadeva prima dell’euro, la mossa avrebbe l’effetto dell’aspirina: cura i sintomi, e intanto ritarda l’adozione di misure efficaci per combattere la malattia. Silvio Berlusconi propone invece di mantenere l’euro, ma affiancandogli una «nuova lira»: sarebbe emessa dallo Stato che la userebbe per pagare dipendenti e fornitori, i quali poi potrebbero usarla per saldare le loro tasse.
Alla fine degli anni Novanta lo fece l’Argentina: circolava il peso, legato uno a uno al dollaro, e i patacones, emessi dai governi provinciali per finanziarsi. Finì in un’esplosione del debito pubblico, una grande svalutazione del peso, l’assalto alle banche per ritirare i depositi e un default. Nonostante lo straordinario aumento di competitività delle merci argentine, il Paese entrò in depressione e la disoccupazione salì al 25 per cento.



Il Movimento 5 Stelle ha più volte annunciato un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, un passo che inevitabilmente comporterebbe l’uscita dall’Unione europea. Infatti, a meno di rinegoziare all’unanimità i trattati, non è possibile abbandonare la moneta unica rimanendo nella Ue. E fuori da essa un’eventuale svalutazione decisa per guadagnare competitività sarebbe neutralizzata dai dazi che gli altri Paesi imporrebbero sulle nostre esportazioni. Con dazi e svalutazioni gli italiani dovrebbero ridurre, e di molto, i loro consumi di beni importati. Certo, i dazi non durerebbero per sempre, forse sarebbero solo una minaccia. Ma neppure gli effetti dalla svalutazione durerebbero per sempre. Per un po’ di tempo, forse un anno o due, il minor valore della moneta potrebbe aiutare le nostre esportazioni. Ma un Paese in cui la produttività non cresce da un decennio, che soffre per il nanismo delle sue imprese, poca ricerca e sviluppo, di poca concorrenza, regole asfissianti su molte attività economiche, un’imposizione fiscale soffocante a causa di una spesa pubblica troppo elevata, non può illudersi che basti una svalutazione per risolvere questi problemi e riprendere a crescere. Come accadeva prima dell’euro, la mossa avrebbe l’effetto dell’aspirina: cura i sintomi, e intanto ritarda l’adozione di misure efficaci per combattere la malattia. Silvio Berlusconi propone invece di mantenere l’euro, ma affiancandogli una «nuova lira»: sarebbe emessa dallo Stato che la userebbe per pagare dipendenti e fornitori, i quali poi potrebbero usarla per saldare le loro tasse.


Alla fine degli anni Novanta lo fece l’Argentina: circolava il peso, legato uno a uno al dollaro, e i patacones, emessi dai governi provinciali per finanziarsi. Finì in un’esplosione del debito pubblico, una grande svalutazione del peso, l’assalto alle banche per ritirare i depositi e un default. Nonostante lo straordinario aumento di competitività delle merci argentine, il Paese entrò in depressione e la disoccupazione salì al 25 per cento.