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lunedì 16 ottobre 2017

"The casting couch", ovvero come funzionano i provini del cinema dal 1923 in poi

L'approccio da sfigato di Weinstein, la concretezza di Marilyn Monroe

Cronaca della mutazione del dalegrillismo a una riunione Cgil

D'Alema rinnega il suo passato, ripudia la "terza via" e propone un programma
 massimalista che perfino Landini frena

sabato 14 ottobre 2017

Silvio Berlusconi: "Se non ho la maggioranza mi ritiro" - Ecco il programma del Cav: ​"Via il bollo sulla prima auto"

Il Cavaliere parla alla convention di Forza Italia: "Ma penso che gli italiani avranno buon senso"

 Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, visita la zona rossa di Casamicciola, comune di Ischia colpito mesi fa da un terremoto, 14 ottobre 2017. ANSA/ CIRO FUSCO
Silvio Berlusconi non usa giri di parole e alla convention di Forza Italia a Casamicciola dice: "Se non ho la maggioranza io mi ritiro, perché è colpa degli italiani se non sanno giudicare chi è capace da chi invece non ha mai fatto niente".
Il Cavaliere prosegue: "Vuol dire che siamo un popolo che non merita nulla. Ma penso che gli italiani avranno buon senso".
Sulle vicende di ricostruzioni legate ai terremoti del centro Italia e Ischia, Berlusconi afferma che ci sono solo "affabulatori".
"Sto vedendo cosa succede nelle Marche, tante promesse e non è arrivato nulla - dice - la soluzione è facile. Si invitano qua tutte le imprese che vogliono dare un contributo agli altri, si fanno fare tre offerte per ogni casa da sistemare e si prende quella che costa meno con l'impegno e consegnare tutto in non più di 120 giorni. Volendo si rimette tutto come era prima e meglio di prima".

Berlusconi apre la campagna elettorale e traccia il programma: "Pensioni da 1000 euro al mese per 13 mensilità". Poi la flat tax al 23-25% e la seconda moneta nazionale aggiuntiva all'euro

domenica 8 ottobre 2017

FELTRI! “NON MI STUPISCE AFFATTO CHE L'ASSASSINO CESARE BATTISTI (NOME E COGNOME ECCESSIVI) SIA GIÀ STATO SCARCERATO. EGLI CONTINUERÀ A ESSERE UN LATITANTE PROTETTO DAL BRASILE, IL QUALE STIMA I CRIMINALI PURCHÉ DI SINISTRA, CIOÈ DELINQUENTI EFFERATI AL SERVIZIO DI RIVOLUZIONI IMMAGINARIE. MOTIVO? È UN COMUNISTA DI MERDA, UN BASTARDO CHE PREMEVA IL GRILLETTO PER STECCHIRE POVERI CRISTI INCLINI A NON SVENTOLARE BANDIERE ROSSE, QUINDI MERITEVOLE DI FARLA FRANCA ANCHE SE HA SULLA COSCIENZA UN NUMERO ESAGERATO DI OMICIDI COMPIUTI PER SOVVERTIRE L'ORDINE DEMOCRATICO''

Vittorio Feltri per Libero Quotidiano

Il mio amico Renato Farina si illudeva, ma non troppo, che l'assassino Cesare Battisti (nome e cognome francamente eccessivi) dopo l'arresto in Sudamerica venisse rispedito in Italia per scontare tre ergastoli.
Figuriamoci.

Questo pessimo individuo è già stato scarcerato e ciò non mi stupisce affatto. Egli continuerà a essere un latitante protetto dal Brasile, il quale stima i criminali purché di sinistra, cioè delinquenti efferati al servizio di rivoluzioni immaginarie.
Battisti rimarrà dov' è ora e nessuno gli torcerà un capello.

Motivo? Semplice: è un comunista di merda, come tanti in questo mondo, quindi meritevole di farla franca anche se ha sulla coscienza un numero esagerato di omicidi compiuti per sovvertire l' ordine democratico. Sono trascorsi decenni dal tempo in cui lo spregevole individuo uccise, cosicché di lui nessuno, tranne i familiari delle sue vittime, si ricorda. Se chiedi a una persona comune chi sia il Battisti, ti risponderà che è un santo, un cristiano cui rivolgere preghiere. Invece quello di cui parliamo è un bastardo che premeva il grilletto per stecchire poveri cristi inclini a non sventolare bandiere rosse.

Non c' è e non ci sarà verso di fargli scontare le pene che si è meritato. D' altronde non mi risulta che siano ancora in galera i brigatisti e i fetenti di Prima linea cui sono stati attribuiti centinaia di delitti infami.

Tutti liberi, la maggioranza perché si è dichiarata pentita, altri perché in fondo erano ragazzi che sparavano per un ideale, schifoso, ma pur sempre ideale.

I criminali comunisti sono sempre stati perdonati dalla giustizia, dalla politica e perfino dal popolo.
Essi sono stati autori di stragi dalla fine della Seconda guerra mondiale e hanno continuato a sopprimere presunti nemici negli anni Settanta, ma non hanno mai pagato adeguatamente.

Coloro, una massa, che si dichiaravano dissociati dalla lotta armata, venivano graziati, quindi scarcerati e immessi di nuovo nella società, come se nulla avessero combinato. Alcuni hanno pure fatto carriera, tengono lezioni all' università o addirittura sono o sono stati in Parlamento.
Predicano, concionano, si danno un sacco di arie.

Se questa è la realtà, e lo è, ovvio che il pirla furbissimo riparatosi in Brasile, Cesare Battisti, non sarà estradato e seguiterà a fare la bella vita nel Paese che lo ha ospitato con ogni onore. Il famigerato Lula gli concesse lo stato di rifugiato politico in eterno. Nulla di eccezionale, visto che i fessi italiani hanno regalato la libertà ai porci protagonisti del terrorismo patrio di cui solo noi vecchi abbiamo memoria, avendolo vissuto e combattuto. Siamo rassegnati a convivere gomito a gomito con coloro che ci volevano morti e sepolti e che hanno sterminato giornalisti e magistrati colpevoli di essere seri e senza macchia.

Oggi a Milano sfilano numerosi antifascisti da diporto, che non hanno visto una camicia nera. Non si è mai assistito a una manifestazione contro i comunisti che hanno tenuto in scacco mezza Europa, chiudendola nella Cortina di ferro. Già, siamo europeisti del menga.

Ecco quante vite umane è costato il comunismo

Negli anni '70 Robert Conquest fornì agli Usa le prove dei crimini in Urss, Cina e Vietnam

da "ilgiornale.it"

Matteo Sacchi - Dom, 08/10/2017 - 09:24

Milioni di morti. Morti di cui a lungo si è preferito non parlare. Sono le vittime dei regimi comunisti, sviluppatisi a partire dalla rivoluzione Russa del 1917. Le spiegazioni del silenzio su questa violenza totalitaria sono abbastanza ovvie.


Dopo la seconda guerra mondiale era facile denunciare gli orrendi crimini del nazismo o del militarismo nipponico. Non erano più parte in causa. Ben diverso il caso dell'Urss, della Cina e dei loro Stati satellite, come Cuba o il Vietnam. Non era facile indagare oltre le cortine, di ferro o di bambù cambia poco. E quindi se l'esistenza della strage era nota restava molto complesso quantificarla. Ed esisteva in Occidente un ampio movimento politico e di opinione che non voleva in alcun modo sentire parlare delle colpe del comunismo. E non soltanto nei Paesi che, come l'Italia, avevano la presenza di un partito comunista politicamente consistente. Anche negli Usa durante la guerra del Vietnam una larga parte dell'opinione pubblica era pronta a stigmatizzare ogni violenza compiuta dalle truppe statunitensi, ma sceglieva di ignorare le violenze dei vietcong o dell'esercito regolare nordvietnamita.

Alla fine fu il parlamento statunitense, quasi cinquant'anni fa, a chiedere agli storici di fare uno sforzo per quantificare il «male» prodotto dai regimi comunisti. Ed è così che è nato il testo che oggi viene ripubblicato in Italia da D'Ettoris Editori: Il costo umano del comunismo (pagg. 200 euro 19,90). Il testo raccoglie testi di Robert A. Conquest, Richard L. Walker, James O. Eastland e Stephen T. Osmer e fu un lavoro assolutamente pionieristico. Ma vediamo di raccontarne un poco la genesi. Agli inizi della presidenza repubblicana di Nixon, il Senato Usa commissionò, attraverso il McCarran Committee tre studi per dotarsi di un argomento forte da opporre alla propaganda comunista. Venne così alla luce nel 1970 The Human Cost of Soviet Communism. A scriverlo fu l'illustre storico britannico Robert Conquest, che della rivoluzione sovietica era uno dei massimi studiosi. Nel 1971 arrivò The Human Cost of Communism in China scritto dall'ambasciatore americano in Corea del Sud, Richard Louis Walker. Il terzo, infine, The Human Cost of Communism in Vietnam arrivò nel 1972 e fu coordinato da James Oliver Eastland, senatore democratico del Mississippi. I numeri che venivano presentati all'interno dei «compendia» - questa la denominazione tecnica senatoria - all'epoca suonarono giganteschi per l'opinione pubblica. Col senno del poi possiamo considerarli spesso sottostimati. In Italia i rapporti vennero notati dalle edizioni del Borghese, fondato da Leo Longanesi e in quel momento diretto da Gianna Preda e Mario Tedeschi, venendo pubblicati nel 1973. Da allora è scomparso dal panorama italiana.

Ovviamente fra i tre, è il saggio di Conquest (1917-2015) ad avere il valore storico più pregnante. Lo storico britannico rielabora qui in breve molti dei materiali del suo celebre Il Grande Terrore pubblicato nel 1968. Conquest espunge dalla sua ricostruzione tutti i morti provocati dagli eventi bellici della Rivoluzione russa e si concentra solo sugli effetti delle azioni politiche mirate e rivolte contro i cittadini dell'Urss stessa. Anche così il numero dei morti provocati dal comunismo, nei vent'anni seguenti alla presa del potere di Lenin, ammonta a più di 21 milioni. Di questi più di 15 milioni morti nei campi di lavoro. I giustiziati tra il 1919 e il 1923 vengono stimati invece in ben 900mila. Sarebbe una cifra enorme se non impallidisse di fronte ai due milioni di giustiziati delle purghe staliniane. Ma non solo numeri. Conquest è bravissimo a ricostruire anche il clima dei processi, il meccanismo delle delazioni. E soprattutto la follia economica dei programmi quinquennali che portò ad affamare, spesso scientemente, intere popolazioni.

Se Conquest è metodologicamente lo studioso più robusto, va però sottolineato che gli altri saggi esplorano ambiti rimasti più a lungo in ombra. Il rapporto sugli effetti del comunismo in Cina arrivò, ad esempio, proprio poco prima della storica visita di Nixon a Pechino, Hangzhou e Shanghai. E fu una voce fuori dal coro rispetto a quella maggioritaria della stampa americana tutta tesa a cantare la forza della Cina o a elogiare la distensione che stava avvenendo a colpi di racchetta da ping-pong. Richard Louis Walker mette invece ben in luce i costi del grande balzo di Mao Tzedong. Solo per prendere il potere, estromettendo i nazionalisti, i comunisti cinesi avrebbero provocato venti milioni di morti. Ed era solo l'inizio. Questo non tanto per l'inevitabile durezza dello scontro ma per una presa di posizione teorica che nel caso di Mao risaliva già al 1927: «Una rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo... in parole povere, è necessario creare un breve periodo di terrore in ogni villaggio». L'unica parte di questa teorizzazione a essere messa da parte fu la brevità.

Il rapporto sul Vietnam, Paese satellite e certamente meno importante dei due precedenti, era invece fondamentale per cercare di contenere la pressione dei movimenti pacifisti che premevano per il disimpegno statunitense nel Sud-est asiatico. Non servì allo scopo, però censì per la prima volta i crimini dei vietcong, spiegando quanto la politica del partito comunista vietnamita fosse improntata alla violenza e alla sopraffazione sin dal 1945. Quanto quei foschi precedenti fossero solo un'anticipazione delle violenze future, i vietnamiti del Sud lo vissero sulla loro pelle dopo il ritiro statunitense e la sconfitta. Ma in Occidente si preferì fare finta di niente.

In difesa di D’Alema, il parafulmine di una sinistra di falliti

Il leader di Mdp è stato incolpato di tutto: dalla caduta del governo Prodi nel '96 al fallimento dell'Unione fino alla scissione del Pd. Ma non è mai stata colpa sua. Piuttosto prendetevela col Leader Maximo per il suo cinismo e i governi inferiori alle aspettative

di Francesco Cancellato

È stato D’Alema!». Che dite, non è bellissimo trovare qualcuno di abbastanza antipatico e impopolare a cui dare le colpe dei proprie insuccessi? Ti è caduto il Governo? È stato D’Alema! Ti hanno mandato a casa dopo una rovinosa sconfitta elettorale? È stato D’Alema. Hai perso un referendum che era impossibile perdere? È stato D’Alema. Hai spaccato in due un partito prima delle elezioni e ora non sai come venirne fuori? È stato D’Alema.

Funziona alla grande, davvero. E però sarà pure un tipo arrogante, cinico e scostante, Baffino nostro, è pure vero. E che anche come politico sia stato un po’ sopravvalutato, pure. Ma tra noi e noi dobbiamo dircelo che stiamo costruendo un gigantesco parafulmine a misura di fallimenti. Che hanno numerosi coimputati, diciamo.

Ad esempio, levatevi dalla testa che fu l’ambizione sfrenata di D’Alema a far cadere il governo Prodi del 1996. Perlomeno, in mezzo metteteci pure Franco Marini che voleva andare al Quirinale, Veltroni che si è preso la segreteria dei Ds, Bertinotti che non vedeva l’ora di tornare all’opposizione e che non avrebbe mai avallato l’intervento in Kosovo, Cossiga e Mastella che dovevano entrare al suo posto in maggioranza e che il Professore proprio non lo volevano. Se c’è un governo che D’Alema fece cadere in quella legislatura fu il suo, dopo le Regionali del 2000, perse rovinosamente. Peraltro, non si prese alcun paracadute, e nelle elezioni successive non fu ricandidato Premier e dovette sudarsi il posto il parlamento in un collegio uninominale non blindato.

Il Lider Maximo, da tempo ai margini del partito, è trattato al pari di un nonno bizzoso e inacidito che le ha sbagliate tutte, da gente che ne ha sbagliate quante e più di lui. E additato come responsabile di ogni complotto terracqueo
Non fu nemmeno lui a far cadere il governo dell’Unione, dieci anni dopo. Ci pensò una coalizione oltre i limiti dell’assurdo, che conteneva al suo interno Dini e Bertinotti, Di Pietro e Mastella, Bonino e Binetti, Padoa Schioppa e Scilipoti. E ancora, un governo in cui c’erano ministri che partecipavano al Family Day organizzato contro il governo che stava approvando una specie di unioni civili, i Dico. E ancora, l’ansia di legittimazione di un leader, Walter Veltroni, che divenuto leader del neonato Partito Democratico a vocazione maggioritaria - cui D’Alema era contrario - era ansioso di rottamare Prodi per misurarsi al voto contro Berlusconi.

Finì come finì. Con il più-grande-risultato-della-storia-di-un-partito-riformista (fino ad allora, perlomeno), ma anche con la più rovinosa delle sconfitte della sinistra contro un Berlusconi che sfiorò la maggioranza assoluta. E continuò con la devastante esperienza del governo ombra e con un calo di consensi verticale dei Dem che proseguì inarrestabile dopo il voto, fino a che Veltroni, dopo che il governatore uscente della Sardegna Renato Soru perse contro il commercialista di Berlusconi, tale Cappellacci, non fu costretto alle dimissioni. Colpa di D’Alema? Fate voi.

La storia prosegue, peraltro, nonostante il (fu) Lider Maximo sia da tempo ai margini del partito, trattato al pari di un nonno bizzoso e inacidito che le ha sbagliate tutte, da gente che ne ha sbagliate quante e più di lui. E additato come responsabile di ogni complotto terracqueo, tipo quello dei 101 franchi tiratori democratici che impallinarono Romano Prodi - sempre lui - alle elezioni a presidente della Repubblica. Chi è stato? Nessuno lo sa, quindi è stato D’Alema. Ma se proprio dobbiamo guardare a chi è giovata quella manovra qualche dubbio viene. Chi è diventato segretario Pd dopo le inevitabili dimissioni di Bersani? A voi la risposta, anche a questo giro.

Se proprio dovete prendervela con D’Alema, prendetevela col suo cinismo, con la sua arroganza, con la sua azione di governo nettamente inferiore alle aspettative, coi suoi patti con Berlusconi che gli si sono ritorti contro, contro lo spreco di un colossale capitale politico
Ancor più comico, consentitecelo, è leggere che D’Alema sia responsabile della sconfitta al referendum del 4 dicembre e della successiva scissione del Partito Democratico. Come se sei milioni di voti e diciannove punti percentuali di scarto possano essere interamente attribuibili a uno che - senza offesa, Max - non vincerebbe nemmeno le elezioni del suo pianerottolo, ora come ora. Come se il buon Renzi non avesse rovinato tutto di suo con il tradimento del patto con Berlusconi, o con il suo tafazziano «se perdo mi dimetto da tutto».

Pure la scissione: davvero credete che uno che nemmeno è riuscito a tenersi Matteo Orfini, il suo pupillo, il dalemino, abbia tutto sto potere da Maestro Sith nel plagiare le coscienze di Bersani, di Prodi e di Letta? Gente che non lo sopporta, peraltro. E che dire di Pisapia, che da leader di una “cosa” che è tenuta assieme solo dall’odio per Renzi, ha il coraggio - contemporaneamente - di aprire a Renzi e di chiedere «un passo a lato» a D’Alema perché «è divisivo»?

Davvero, non scherziamo. Se proprio dovete prendervela con D’Alema, prendetevela col suo cinismo, con la sua arroganza, con la sua azione di governo nettamente inferiore alle aspettative, coi suoi patti con Berlusconi che gli si sono ritorti contro, contro lo spreco di un colossale capitale politico. Oh wait, dove abbiamo già sentito questa storia?

La questione catalana è una sciagura (e fare i tifosi dall’estero è altrettanto sciagurato)

Gli errori di Rajoy hanno fatto finire la Spagna e l’Europa in un pantano da cui è difficile uscire. Ora però tocca a loro trovare un accordo. E alimentare lo scontro altrui pro domo nostra è un errore imperdonabile che rischiamo di pagare molto caro

giovedì 5 ottobre 2017

Tangentopoli, così i pm salvarono il Pci

Tutti i partiti prendevano finanziamenti “aggiuntivi”, ma, a differenza del Psi, Botteghe Oscure fu salvata. Si distrusse una intera classe politica. Prima vinse Berlusconi, poi fu fatto fuori anche lui. E oggi trionfa il populismo.

 
L’Italia, nel ’ 92-’ 94, fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico-giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”, salvando però il Pci. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica.  Qualora il pool di Mani Pulite avesse agito con la stessa determinazione e violenza negli anni 40 e 50 di quella messa in evidenza nel ’ 92-’ 94, allora De Gasperi, Nenni, Togliatti sarebbero stati incriminati e Valletta e Enrico Mattei sarebbero stati arrestati.

Il finanziamento irregolare dei partiti e la collusione fra questi, i grandi gruppi pubblici e privati e relative associazioni ( in primis Fiat, Iri, Eni, Montecatini, Edison, Assolombarda, Cooperative rosse, ecc.) data da allora. In più c’era un fortissimo finanziamento internazionale: la Dc era finanziata anche dalla Cia, e il Pci in modo così massiccio dal Kgb che le risorse ad esso destinate erano più di tutte quelle messe in bilancio per gli altri partiti e movimenti. In una prima fase, la Fiat finanziava tutti i partiti “anticomunisti” poi coinvolse in qualche modo anche il Pci quando realizzò i suoi impianti in Urss.

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Per Enrico Mattei i partiti erano come dei taxi, per cui finanziava tutti, dall’Msi, alla Dc, al Pci, e perfino la scissione del Psiup dal Psi, e fondò anche una corrente di riferimento nella Dc con Albertino Marcora, partigiano cattolico e grande leader politico: quella corrente fu la sinistra di Base che ha avuto un ruolo assai importante nella Dc e nella storia della Repubblica.

Fino agli anni 80 questi sistemi di finanziamento irregolare procedettero “separati” vista la divisione del mondo in due blocchi, poi ebbero dei punti in comune: nell’Enel ( attraverso il consigliere d’amministrazione Giovanni Battista Zorzoli prima titolare di Elettro General), nell’Eni ( la rendita petrolifera di matrice sovietica) e specialmente in Italstat ( dove veniva realizzata la ripartizione degli appalti pubblici con la rotazione “pilotata” fra le grandi imprese edili, pubbliche e private, con una quota fra il 20% e il 30% assegnata alle cooperative rosse).

Per molti aspetti quello del Pci era il finanziamento irregolare a più ampio spettro, perché andava dal massiccio finanziamento sovietico al commercio estero con i Paesi dell’est, alle cooperative rosse, al rapporto con gli imprenditori privati realizzato a livello locale. Emblematici di tutto ciò sono le citazioni da tre testi: un brano tratto dal libro di Gianni Cervetti L’oro di Mosca ( pp. 126- 134), un altro tratto dal libro di Guido Crainz Il paese reale ( Donzelli, p. 33), il terzo estratto è da una sentenza della magistratura di Milano sulla vicenda della metropolitana.

Così ha scritto Gianni Cervetti: «Nacque, credo allora, l’espressione “amministrazione straordinaria”, anzi “politica dell’amministrazione straordinaria”, che stava appunto a indicare un’attività concreta ( nomina sunt substantia rerum) anche se piuttosto confusa e differenziata. A ben vedere, poteva essere suddivisa in due parti. Una consisteva nel reperire qualche mezzo finanziario per il centro e le organizzazioni periferiche facendo leva su relazioni con ambienti facoltosi nella maniera sostanzialmente occulta cui prima ho accennato. In genere non si compivano atti specifici contro le leggi o che violavano norme amministrative precise, ma si accettavano o ricercavano finanziamenti provenienti da imprenditori non più soltanto vagamente facoltosi, ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica. Tuttavia, in sistemi democratici, o pluripartitici, o a dialettiche reali – siano essi sistemi moderni o antichi, riguardanti tutto il popolo o una sola classe – pare incontestabile che in ogni partito coesistano i due tipi di finanziamento ed esista, dunque, quello aggiuntivo.

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Naturalmente – lo ripetiamo – di quest’ultimo, come del resto del primo, mutano i caratteri, le forme ed i contenuti a seconda dei partiti e dei periodi: anzi mutano i rapporti quantitativi dell’uno con l’altro, ma appunto quello aggiuntivo esiste in maniera costante. Comunque sia non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fondi per i finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua, o viceversa, insincera e ipocrita. Il problema, ripetiamo, lo abbiamo preso alla larga, e si potrebbe allora obiettare che aggiuntivo non corrisponda esattamente, e ancora, a illecito. Intanto, però, abbiamo dimostrato che il finanziamento aggiuntivo è storicamente dato e oggettivamente ineluttabile».

Il fatto che anche il Pci, sviluppando la «politica dell’amministrazione straordinaria», accettava o ricercava finanziamenti provenienti da imprenditori «non più soltanto vagamente facoltosi ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica» mette in evidenza che anche «nel caso del Pci il reato di finanziamento irregolare poteva sfociare in quello di abuso in atti d’ufficio o in corruzione o in concussione».

Così ha scritto lo storico Guido Crainz: «È uno squarcio illuminante il confronto che si svolge nella direzione del Pci nel 1974, quando è all’esame del parlamento la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La discussione prende l’avvio dalla “esistenza di un fenomeno enorme di corruzione dei partiti di governo” ma affronta al tempo stesso con grande preoccupazione il pur periferico affiorare di “imbarazzi o compromissioni venute al nostro partito da certe pratiche”. L’approvazione della legge è esplicitamente giustificata con la necessità di garantirsi “una duplice autonomia…: autonomia internazionale ma anche da condizionamenti di carattere interno…. Non possiamo nasconderci fra noi il peso di condizionamenti subiti anche ai fini della nostra linea di sviluppo economico e, per giunta, per qualcosa di estremamente meschino” ( intervento di Giorgio Napolitano alla riunione della direzione del 3 giugno 1974)».

«Nel dibattito non mancano ammissioni di rilievo. “Molte entrate straordinarie”, dice ad esempio il segretario regionale della Lombardia Quercioli, “derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione poi finisce per toccare anche il nostro partito” ( intervento di Elio Quercioli nella riunione della direzione del 1° febbraio 1973). È possibile cogliere in diversi interventi quasi un allarmato senso di impotenza di fronte al generale dilagare del fenomeno: di qui la decisione di utilizzare la legge per porre fine a ogni coinvolgimento del partito. Si deve sapere, dice armando Cossutta, “che in alcune regioni ci sono entrate che non sono lecite legittimamente, moralmente, politicamente. Questo sarà il modo per liberare il partito da certe mediazioni. Non chiudere gli occhi di fronte alla realtà ma far intendere agli altri che certe operazioni noi non le accetteremo più in alcun modo. Punto di riferimento deve essere l’interesse della collettività e faremo scandalo politico e una battaglia contro queste cose assai più di prima” ( intervento di Armando Cossutta alla direzione del 3 giugno 1974). È illuminante, questa sofferta discussione del 1974. Rivela rovelli veri e al tempo stesso processi cui il partito non è più interamente estraneo».

La sentenza del tribunale di Milano del 1996 sulle tangenti della Metropolitana è molto precisa: «Va subito fissato un primo punto fermo: a livello di federazione milanese, l’intero partito, e non soltanto alcune sue componenti interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quanto meno da circa il 1987». Per il tribunale «risulta dunque pacifico che il Pci- Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti Mm una somma non inferiore ai 3 miliardi» raccolti da Carnevale e da Soave, non solo per la corrente migliorista ma anche per il partito. Carnevale coinvolse anche il segretario della federazione milanese, Cappellini, berlingueriano di stretta osservanza: «Fu Cappellini, segretario cittadino dell’epoca, ad affidarmi per conto del partito l’incarico che in precedenza aveva svolto Soave». La regola interna era quella che «dei tre terzi delle tangenti raccolte ( 2 miliardi e 100 milioni in quel periodo solo per il sistema Mm), due terzi dovevano andare agli “occhettiani”, cioè a Cappellini, un terzo ai miglioristi di Cervetti».

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Alla luce di tutto ciò è del tutto evidente che Berlinguer quando aprì la questione morale e parlò del Pci come di un “partito diverso” o non sapeva nulla del finanziamento del Pci oppure, per dirla in modo eufemistico, si espresse in modo mistificato e propagandistico.

Orbene questo sistema dal quale ricevevano reciproco vantaggio sia i partiti, sia le imprese, e che coinvolgeva tutto e tutti, risultò antieconomico da quando l’Italia aderì al trattato di Maastricht e quindi tutti i gruppi imprenditoriali furono costretti a fare i conti con il mercato e con la concorrenza. Esistevano tutti i termini per una grande operazione consociativa, magari accompagnata da un’amnistia che superasse il sistema di Tangentopoli. L’amnistia ci fu nel 1989, ma servì solo a “salvare” il Pci dalle conseguenze giudiziarie del finanziamento sovietico, il più irregolare di tutti, perché proveniva addirittura da un paese contrapposto alle alleanze internazionali dell’Italia. Per altro verso, Achille Occhetto, quando ancora non era chiaro l’orientamento unilaterale della procura di Milano, nel maggio del ’ 92, si recò nuovamente alla Bolognina per “chiedere scusa” agli italiani. Occhetto invece non doveva preoccuparsi eccessivamente. Il circo mediatico- giudiziario composto da due pool, quello dei pm di Milano e dal pool dei direttori, dei redattori capo e dei cronisti giudiziari di quattro giornali ( Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, l’Unità) mirava contro il Caf, cioè concentrò i suoi colpi in primis contro il Psi di Craxi, poi contro il centro- destra della Dc, quindi, di rimbalzo, contro il Psdi, il Pri, il Pli. Colpì anche i quadri intermedi del Pci- Pds, molte cooperative rosse, ma salvò il gruppo dirigente del Pci-Pds e quello della sinistra Dc. La prova di ciò sta nel modo con cui fu trattato il caso Gardini: è accertato che Gardini portò circa 1 miliardo, d’intesa con Sama e Cusani, alla sede del Pci avendo un appuntamento con Occhetto e D’Alema. Suicidatosi Gardini, Cusani e Sama sono stati condannati per corruzione: il corrotto era dentro la sede di via delle Botteghe Oscure, ma non è mai stato identificato. Ha osservato a questo proposito Di Pietro: «Ecco, questo è l’unico caso in cui io arrivo alla porta di Botteghe oscure. Anzi, arrivo fino all’ascensore che porta ai piani alti… abbiamo provato di certo che Gardini effettivamente un miliardo lo ha dato; abbiamo provato di certo che l’ha portato alla sede di Botteghe oscure; abbiamo provato di certo che in quel periodo aveva motivo di pagare tangenti a tutti i partiti, perché c’era in ballo un decreto sulla defiscalizzazione della compravendita Enimont a cui teneva moltissimo». Di Pietro aggiunse: «Non è che potevo incriminare il signor nome: partito, cognome: comunista». Giustamente l’erede di quel partito, il Pds, lo elesse nel Mugello.

Al processo Enimont il presidente del tribunale neanche accettò di sentire Occhetto e D’Alema come testimoni. Analoga linea fu seguita nei confronti del gruppo dirigente della sinistra Dc: Marcello Pagani, ex coordinatore della sinistra democristiana, e di un circolo che ad essa faceva riferimento, fu condannato, avendo ricevuto soldi Enimont in quanto agiva, recita testualmente, la sentenza «per conto dell’onorevole Bodrato e degli altri parlamentari della sinistra Dc» ma essi potevano non sapere. Quella fu la grande discriminante attraverso la quale il circo mediatico- giudiziario spezzò il sistema politico, ne distrusse una parte e ne salvò un’altra: Craxi, il centrodestra della Dc ( Forlani, Gava, Pomicino e altri), Altissimo, Giorgio la Malfa, Pietro Longo, non potevano non sapere, il gruppo dirigente del Pci- Pds e quello della sinistra Dc potevano non sapere.

È evidente che dietro tutto ciò c’era un progetto politico, quello di far sì che, venendo meno la divisione in due blocchi, il gruppo dirigente del Pds, magari con l’aiuto della sinistra Dc, finalmente conquistasse il potere. Il pool di Milano non poteva prevedere che, avendo distrutto tutta l’area di centro e di centro- sinistra del sistema politico, quel vuoto sarebbe stato riempito da quel Silvio Berlusconi che, pur essendo un imprenditore amico di Craxi, era stato risparmiato dal pool di Mani Pulite perché durante gli anni ’ 92-’ 94 aveva messo a disposizione della procura le sue televisioni. Non appena ( fino al 1993) il pool di Milano si rese conto che Berlusconi stava “scendendo in politica”, ecco che subito cominciò contro di lui il bombardamento giudiziario che si concluse con la sentenza del 2013. Ma anche il modo con cui fu trattato il rapporto del pool con i grandi gruppi finanziari editoriali Fiat e Cir, fu del tutto atipico e al di fuori di una normale prassi giudiziaria. Per tutta una fase ci fu uno scontro durissimo tra la Fiat e la magistratura, accentuato dal fatto che a Torino il procuratore Maddalena agiva di testa sua. Poi si arrivò alla “pax” realizzata attraverso due “confessioni” circostanziate, attraverso le quali la Fiat e la Cir appunto “confessarono” di aver pagato tangenti perché concussi da quei “malvagi” dei politici. Così il 29 settembre del 1992 Cesare Romiti andò a recitare un mea culpa dal cardinale Martino: «Come cittadini e come imprenditori non ci si può non vergognare, di fronte alla società, per quanto è successo. E io sono il primo a farlo. Io sono stato personalmente scosso da questi avvenimenti. No, non ho paura di dirlo. E di fronte al cardinal Martini, la più alta carica religiosa e morale di Milano, non potevo non parlarne». Qui interveniva l’autoassoluzione. Infatti, secondo Romiti, la responsabilità era della classe politica che «ha preteso da cittadini e imprese i pagamenti di “compensi” per atti molto spesso dovuti».

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Possiamo quindi dire che l’Italia, unico paese dell’Occidente, nel ’ 92-’ 94 fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico- giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica, con una conseguente perdita di consensi. Il fatto che, a 10 anni di distanza, una parte di quei dirigenti fu assolta non servì certo a recuperare i consensi politicoelettorali perduti. La conseguenza di tutto ciò sono state due: una perdita crescente di prestigio di tutti i partiti, anche di quelli che furono “salvati” dal pool, una parcellizzazione della corruzione tramutatasi da sistemica a reticolare ( una miriade di reti composte da singoli imprenditori, singoli burocrati, singoli uomini politici), l’esistenza di un unico sistema di potere sopravvissuto, quello del Pci- Pds, che a sua volta ha prodotto altre vicende, dal tentativo di scalata dell’Unipol alla Bnl, alla crisi del Mps. Di qui la conseguente affermazione di movimenti populisti e di un partito protestatario la cui guida è concentrata nelle mani di due persone, il crescente discredito del parlamento sottoposto a un bombardamento giudiziario realizzato anche da chi ( vedi Renzi) pensa in questo modo di poter intercettare a suo vantaggio la deriva dell’antipolitica. Ma è una operazione del tutto velleitaria, perché le persone preferiscono la versione originale del populismo e non le imitazioni. Perdipiù i grillini, cavalcando la guerra alla “casta” – inventata da due giornalisti del Corriere della Sera e sostenuta da un grande battage pubblicitario – cavalcano di fatto la manovra diversiva posta in essere da banchieri e manager, proprietari dei grandi giornali, per deviare l’attenzione dalle loro spropositate retribuzioni e liquidazioni: i circa 100 mila euro annui dei parlamentari servono a far dimenticare i 2- 3 milioni di euro che il più straccione dei banchieri guadagna comunque, anche se porta alla rovina i correntisti della sua banca. Di tutto ciò traiamo la conseguenza che il peggio deve ancora arrivare.

 

mercoledì 4 ottobre 2017

QUANDO IL PRELIEVO FISCALE SULLE IMPRESE E’ AL 65% (25% PIU’ DELLA MEDIA UE) E UN CONTRIBUENTE SU DUE E’ IN CAUSA CON IL FISCO, E’ FACILE CHE L’EVASIONE ARRIVI A 111,7 MILIARDI.

E CHE LA COMPETITIVITA’ DEL PAESE SIA LA PIU’ BASSA D’EUROPA – UNO STUDIO FOTOGRAFA UN FENOMENO CHE DIVENTA ''OBBLIGATO'' IN TEMPO DI CRISI ECONOMICA 

Sergio Rizzo per La Repubblica
 
Coprire le spese sanitarie della nazione per un anno intero. Oppure mettere in sicurezza tutto il patrimonio edilizio italiano. O ancora, tagliare almeno un quinto delle tasse. Lasciamo alla fantasia ciò che si potrebbe fare con più di cento miliardi. Quei soldi appartengono solo alla sfera dell' immaginario.  Secondo i calcoli della commissione governativa sull' economia sommersa sono i denari che ogni dodici mesi sfuggono al fisco. Sottratti alla collettività da un esercito di evasori: quel che è più grave, senza colpo ferire. Perché qui lottare contro i furbetti è come svuotare il mare con il colabrodo. In Italia si riscuote appena l' 1,13 per cento del carico fiscale affidato all' esattore, contro una media Ocse del 17,1 per cento.
 
Anno dopo anno, infatti, il maltolto aumenta: 107,6 miliardi nel 2012, 109,7 nel 2013, 111,7 nel 2014. E sia pure in diminuzione i dati provvisori del 2015, contenuti nella nota di aggiornamento al Def, non fanno presagire un cambio sostanziale di rotta come ha anticipato qualche giorno fa il nostro Roberto Petrini. Il calo risulterebbe infatti di 3,9 miliardi e non c' è ancora una valutazione esatta del mancato introito Irpef dei lavoratori dipendenti irregolari, pari nel 2014 a 5,1 miliardi. Ben che vada, si tornerebbe quindi ai livelli del 2012. Una situazione tale da far dire ieri al presidente dell' Istat Giorgio Alleva che la lotta all' evasione «è strategica». Ovvio.
 
Il problema è come farla. Perché il sostegno al conseguimento del risultato è corale, come fa capire una relazione del sostituto procuratore di Pistoia Fabio Di Vizio, uno dei più esperti magistrati del ramo evasione, riciclaggio & affini. Quelle 50 pagine piene di numeri e tabelle scritte in occasione di un suo intervento alla bolognese Insolvenz-Fest, organizzata ogni anno dall' Osservatorio sulla crisi d' impresa, tracciano lo scenario di un Paese che in tutte le sue componenti ha coscientemente deciso che la lealtà fiscale non fa parte dei valori della convivenza civile. È bastato mettere in fila circostanze, fatti e dati per nulla riservati, rintracciabili negli atti e nei documenti ufficiali. A patto, naturalmente, di saperli e volerli leggere.
 
Si scoprirebbe, per dirne una, che la propensione a evadere l' Irpef da parte del lavoro autonomo ha raggiunto nel 2014 un impressionante 59,4 per cento. Significa che entrano nelle casse pubbliche solo quattro euro su dieci delle imposte sul reddito dovute da chi esercita un' attività non dipendente. Il 3,5 per cento non viene versato, ma il 55,9 per cento neppure dichiarato. Trenta miliardi e 736 milioni evaporati ogni anno, ma la cosa davvero preoccupante è che in cinque anni l' aumento di questa evasione, dicono i dati della commissione presieduta da Enrico Giovannini, ha superato il 50 per cento. Nel 2010 la calcolatrice si era fermata a 20 miliardi e 149 milioni.

Per non parlare dell' Iva. Qualche giorno fa da Bruxelles è arrivata la brutta notizia che l' Italia è il Paese europeo che detiene il record dell' evasione di questa imposta. Ma purtroppo non è una notizia nuova, perché è così da sempre. Il differenziale fra l' Iva dovuta e quella effettivamente pagata sfiora il 30 per cento: 29,7, esattamente. Altri 40,1 miliardi sfumati. Cinque anni prima erano 37,4. È colpa della crisi, deduzione ovvia. Ma fino a un certo punto. Perché la crisi da sola non spiega il fatto che l' Italia rappresenti quasi un quarto dell' evasione Iva dell' Unione europea, contro il 15,3 per cento della Francia e il 3,9 per cento della Spagna, che dalla stessa crisi non sono state certo risparmiate.
 
Se a quelli delle imposte dei lavoratori autonomi e dell' Iva si aggiungono i buchi sui redditi d' impresa, dell' Irap e dei contributi previdenziali, arriviamo appunto ai 111,7 miliardi cui sopra. Una cifra enorme. Che in più si riferisce per oltre due terzi alle tasse non pagate dai fantasmi: cioè da coloro che per il fisco nemmeno esistono. In media, 75 miliardi e mezzo l' anno. Somma pari al 15 per cento di tutte le entrate tributarie.

Basterebbe questo per mettere in dubbio la tesi di chi assolve l' infedeltà fiscale considerandola alla stregua della legittima difesa contro uno Stato ingordo. E assolvendola, per giunta, dai vertici dello Stato stesso. «L' evasione di chi paga il 50 per cento dei tributi non l' ho inventata io. È una verità che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini »: sono le parole memorabili pronunciate da Silvio Berlusconi ai microfoni di Radio Anch' io il 18 febbraio 2004. Ripetute più volte dal Cavaliere prima, durante e dopo le sue permanenze a palazzo Chigi. Senza che in tutti quegli anni la pressione fiscale sia calata e gli evasori si siano dati una regolata.
 
Sul fatto che in Italia l' imposizione fiscale sia per tutti troppo pesante, davvero non ci piove. La stessa Corte dei conti certifica un dato mostruoso che era stato già calcolato da Confartigianato: su un' impresa di medie dimensioni grava un carico fiscale complessivo del 64,8 per cento, superiore di quasi 25 punti alla media europea (40,6). Né le cose vanno meglio per il cuneo fiscale, che con il 49 per cento oltrepassa di dieci punti il valore medio continentale (39).
 
E se la pressione del fisco, che statisticamente si è aggirata negli anni più recenti intorno al 43 per cento (decimale più, decimale meno), risulta inferiore a quella di Danimarca, Francia, Belgio, Finlandia e Austria, non si può non considerare che a sostenerla è una platea di contribuenti in proporzione nettamente più ridotta. Per non parlare della qualità dei servizi offerti con quel costo ai cittadini italiani. Ma ciò non può giustificare affatto quanti si sottraggono ai propri obblighi verso la collettività. Né, a maggior ragione, giustificare chi li giustifica.
 
Certo, qualcuno potrebbe tirare in ballo questioni che sconfinano nell' indole degli italiani. Come la storica avversione per le tasse, oggetto persino di proverbi popolari. Ma se quel sentimento esiste, va detto pure che è stato sempre coccolato dalla politica, fin dai tempi antichi. Con i condoni. Il primo è del 118 dopo Cristo. Autore l' imperatore di origini iberiche Adriano, che rinunciò a riscuotere le tasse ancora non pagate dai cittadini dell' impero nei 16 anni precedenti: 900 milioni di sesterzi. Ricorda Di Vizio che dall' unità d' Italia a oggi si possono contare 80 (ottanta) condoni fiscali sotto varie forme. Anche la rottamazione delle cartelle esattoriali, a modo suo, può rientrare in questa fattispecie.
 
E per avere un' idea del rapporto fra gli italiani e il fisco basti dire che ne 2016 erano 21 milioni i residenti con una pendenza aperta a Equitalia: che in ogni caso, per il 54 per cento di loro, non superava i mille euro. Il fatto è che all' evasione contribuisce un sistema pubblico obeso e inefficiente che affoga nelle follie burocratiche. Cervellotico e strampalato al punto da imporre a chi vuol pagare le tasse rateizzandole un interesse di dilazione pari al 4,50 per cento, cioè addirittura più alto rispetto a quello di mora a carico di chi le imposte non le paga affatto: 3,50. E questo semplicemente perché quei tassi sono fissati da due leggi diverse, che nessuno ha mai pensato di rendere coerenti l' una con l' altra. Troppa fatica.

Succede così, sottolinea Di Vizio nel suo studio, che in un Paese nel quale l' economia sommersa vale il 21,1 per cento del prodotto interno lordo e l' evasione fiscale incide per il 24 per cento sul gettito potenziale, siano necessarie mediamente 269 ore l' anno per adempiere a tutti gli obblighi fiscali, contro le 173 della media europea. Mentre il sistema di riscossione fa acqua da tutte le parti.
 
Inaccettabile il balletto che avviene fra l' accertamento e la riscossione. Dal 2000 al 2016 gli enti creditori hanno affidato a Equitalia 1.135 miliardi di euro da riscuotere: una cifra pari alla metà dell' attuale debito pubblico. Di questi, una parte è stata annullata dagli stessi creditori e una piccola fetta riscossa negli anni, con un residuo contabile che oggi ammonta a 817 miliardi. Ma 147,4 riguardano soggetti falliti, 85 i morti, 95 i presunti nullatenenti, 348 posizioni per cui si è già tentato invano il recupero, 26,2 sono oggetto di rateizzazioni e 32,7 non sono riscuotibili a causa di norme favorevoli ai debitori.
 
Di quella enorme massa, grazie anche al contributo dei ricorsi tributari che hanno visto nel 2016 l' amministrazione soccombente in terzo grado nel 62 per cento dei casi, restano così aggredibili 51,9 miliardi, con una previsione di concreto realizzo che si riduce a 29 miliardi. Nella migliore delle ipotesi potrebbe rientrare il 3,5 per cento. Da chiarire come ciò si possa conciliare con i roboanti risultati nella lotta all' evasione (una ventina di miliardi introitati, secondo Maria Elena Boschi).
 
E veniamo ai controlli. Di Vizio segnala che nel 2016 gli accertamenti dell' Agenzia delle entrate sono calati del 33,8 per cento, passando da 301.996 a 199.990. Logico, perciò, che gli introiti siano diminuiti del 17,2 per cento, da 7,4 a 6,1 miliardi. Al netto, va precisato, della cosiddetta "voluntary disclosure". Qui sta il bello. Perché dietro a quelle due paroline inglesi apparentemente misteriose si nasconde la spiegazione di dove sparisce una bella fetta dei soldi rubati al Paese. Ma questa è un' altra storia.