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venerdì 11 maggio 2018

Se la sinistra vuole risorgere deve spezzare il legame tra reddito e impiego Superare questo schema tipico della vecchia società fordista e riscoprire i valori universali è l'unico modo per permettere al riformismo di avere ancora un futuro

DIBATTITO

DI EMANUELE FERRAGINA
04 maggio 2018

Se la sinistra vuole risorgere deve spezzare il legame tra reddito e impiego
La discussione sui destini della sinistra aperta dall’articolo 
di Paola Natalicchio prosegue con l’intervento di Emanuele Farragina, docente di sociologia politica a Sciences Po Parigi e a Oxford autore, tra l’altro, di “La Maggioranza Invisibile” (2014) Bur- Rizzoli

Siamo di fronte alla cronaca di una morte lungamente annunciata. In molti hanno descritto i cambiamenti che hanno sconvolto il blocco sociale e politico della vecchia sinistra e questo sconvolgimento può essere tratteggiato con poche istantanee.

Sono spariti gli operai - o perlomeno è sparita quell’aura mitologica che li circondava quali demiurghi dei processi produttivi. L’economia si è terziarizzata, con la finanza e i servizi che hanno sostituito l’industria come motore. I sistemi di protezione sociale sono stati scardinati, con riforme che hanno precarizzato il lavoro e intaccato il modello sociale europeo. La ricchezza e i redditi si polarizzano in sempre meno mani. A corollario di queste trasformazioni, il popolo della sinistra è stato progressivamente rimpiazzato da una maggioranza invisibile di precari, disoccupati, poveri e migranti. Una maggioranza invisibile che non ha ragione di riconoscersi in quel che resta dei partiti di sinistra, una maggioranza invisibile che le élite politiche “progressiste” hanno ignorato. Il trionfo dei Cinque Stelle (e della Lega) e il tracollo del Pd e della galassia sinistra ne sono logica conseguenza.

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?
Siamo in una fase schumpeteriana: “distruzione creativa”. Anche solo per immaginare un futuro a tinte progressiste occorre lasciare da parte tutto un arsenale di concetti, parole d’ordine e personaggi politici, che non trovano posto nella modernità. Serve ripartire dalla rappresentazione sociale della maggioranza invisibile, incarnare il suo disagio, comprendere perché i cambiamenti sociali, economici e politici l’hanno spinta su posizioni di contestazione estrema del sistema. Una contestazione che non si presenta con richieste di redistribuzione e giustizia sociale, ma piuttosto con un afflato culturale.

Considerate la Brexit, la vittoria di Trump o l’exploit della Lega. Questi successi elettorali non sono eccezioni o sussulti contro un processo di globalizzazione ormai ineluttabile, essi riflettono invece il risveglio della logica comunitarista contro quella predatoria del capitalismo neoliberista. Non trovando risposta e protezione in un progetto collettivo progressista molte persone appartenenti alle classi più deboli hanno abbracciato quello nativista. Invece di considerare i migranti come alleati nella lotta per la redistribuzione, molti cittadini fiaccati dalla crisi economica si affidano a idee retrive ma che sembrano dare sicurezza.

Tuttavia, non basta liquidare questi elettori come ignoranti, occorre ragionare in termini sistemici. La società è cambiata fino a mettere l’individuo al centro di ogni discorso e rendere obsoleti i ragionamenti collettivi? Davvero chi parla di principi progressisti e visioni collettive di cambiamento vive fuori dalla storia? Uno vale davvero uno? O piuttosto le forze politiche tradizionalmente di sinistra, allineatesi al neoliberismo e vittime dei loro stessi successi nel proteggere alcune fette della popolazione, hanno dimenticato che l’arma rivoluzionaria del cambiamento è lo studio delle trasformazioni sociali al fine di rendere i più deboli capaci di agire in gruppo contro un sistema ingiusto?

Dobbiamo abbracciare nuovi ragionamenti e trovare nuove motivazioni. Motivazioni necessarie per intraprendere una lunga traversata nel deserto. Per questa ragione mi voglio concentrare su una questione che è passata di moda all’interno della sinistra italiana, ma che è, di capitale importanza per dirimere alcuni nodi legati alle questioni che ho esposto. Si tratta della questione del valore.

Perché la sinistra in questi anni ha sbagliato tutto (e non ha visto il mondo cambiare)
Le trasformazioni sociali degli ultimi tempi sono state gigantesche. Ma invece di studiarle, si è inseguito un “elettore mediano” che stava scomparendo
Fino agli anni Settanta l’organizzazione sociale era lineare: l’uomo lavorava in fabbrica o nel pubblico impiego, la donna assolveva le funzioni domestiche e di cura, e quasi tutti gioivano dei frutti della crescita economica attraverso aumenti salariali negoziati dalle forze sindacali. Certo sotto il mantra del compromesso fordista, si nascondeva la questione dell’uguaglianza di genere e del ruolo della donna; ma ogni famiglia poteva risparmiare e investire nella casa e nell’acquisto di una Fiat nuova fiammante. E questo consumo sosteneva a sua volta la crescita.

Con la crisi del fordismo, la stagnazione della crescita e la fine di un mondo basato sulla produzione in fabbrica sono simultaneamente crollati il potere d’acquisto degli operai e quello di contrattazione di sindacati e partiti socialdemocratici. In un’economia dominata dai servizi si è ridotto lo spazio per la contrattazione collettiva perché il lavoratore non garantiva più incrementi costanti di produttività. E così anche a seguito del cambiamento tecnologico e della delocalizzazione, i lavori in fabbrica si sono progressivamente trasformati in impiego nel settore dei servizi. Servizi di alto livello e ben remunerati per alcuni, servizi di basso livello per la maggioranza. Prendete come esempio gli impiegati di un fast-food o quelli di un call center. Certo si potranno rendere efficienti le tecniche di suddivisione del lavoro, ma c’è un numero massimo di hamburger da servire o di telefonate cui rispondere in un’ora. Il neoliberismo si adatta a questo schema, rimpiazza il keynesianismo, il consumo continua, ma non più sulla base della crescita economica, ma su quella del debito. I redditi stagnanti guadagnati nei servizi sono sussidiati dal debito per continuare a consumare e tenere in piedi la baracca.

Nel passaggio dal fordismo all’economia dei servizi, la sinistra italiana ed europea ha perso di vista uno dei più grandi insegnamenti di Marx: non si può comprendere un sistema economico e mettere in azione una forza sociale contrapposta a quella dominante se non si definisce che cosa ha valore. Se non si definiscono le ragioni per le quali individui con storie di vita diverse dovrebbero farsi racconto collettivo. Invece di seguire questo processo classico e iscritto nella sua storia ottocentesca e novecentesca, la vecchia sinistra è passata dall’altra parte della barricata diventando forza di sistema. E così le élite dominanti hanno proposto politiche di austerità competitiva che non hanno alcun senso in un quadro economico di crollo della domanda interna e i sindacati si sono arroccati a difesa dei contratti e dei diritti dell’era industriale. Nel contempo il paese sbuffa e soffre, con precari senza protezione dal rischio di disoccupazione, pensionati poveri che stentano ad arrivare a fine mese, migranti che sostengono settori economici al collasso e disoccupati sempre più coscienti del fatto che non troveranno mai un lavoro.

Questi soggetti sociali avrebbero tutto l’interesse a lottare collettivamente per misure redistributive e universalistiche invece che allinearsi su posizioni reazionarie. Per spingerli a farlo tuttavia dobbiamo superare l’idea che i diritti siano un bene solo per chi è impiegato nell’economia formale. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il genitore che si prende cura di suo figlio, l’anziano che racconta al nipote una storia, il migrante che lavora in nero hanno pari dignità del lavoratore con contratto a tempo indeterminato (ove questo ancora esista…). È solo ripartendo dall’universalismo, dalla garanzia di un reddito svincolato dal lavoro nell’economia formale e dalla questione del valore a lungo ignorata che si può ridare forma all’idea progressista e collettiva, dando così rappresentazione sociale e politica alla maggioranza invisibile. È solo mettendo nel cassetto il keynesianismo, parentesi storica irripetibile in una società post-industriale, che potremmo opporci al mantra neoliberista e andare oltre la società lavorista. È un passaggio complesso, molti “vecchi compagni” non lo capiranno, ma la maggioranza invisibile non ha altre strade da percorrere.


«Abbiamo chiesto chi rappresenta la sinistra in Italia: nessuno ha saputo rispondere»


DIBATTITO

Una ricerca basata su interviste nei quartieri popolari delle grandi città di cui anticipiamo alcuni risultati. E da cui emerge già un dato certo: la sinistra è sostanzialmente inesistente



«Abbiamo chiesto chi rappresenta la sinistra in Italia: nessuno ha saputo rispondere»
Le torri del quartiere periferico romano di Tor Bella Monaca
La discussione sulla sinistra prosegue qui con l’intervento 
di Loris Caruso (ricercatore in sociologia politica alla Scuola Normale Superiore) e di Davide Vittori (collaboratore del Cise, Centro italiano di studi elettorali). Entrambi sono animatori de Il Cantiere delle idee. 

La crisi delle socialdemocrazie europee si è concretizzata nelle urne nell’ultimo quinquennio, ma ha radici più lontane. I partiti socialdemocratici non hanno tentato semplicemente di divenire il partito della classe media. Dagli anni ’90 hanno cessato di essere alternativi ai partiti conservatori e liberali. Sono diventati parte di un “cartello elettorale” ben introdotto nelle élite economiche e sempre più privo di base sociale.


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Non sorprende quindi che durante la recessione siano stati partiti esterni a questo “cartello” ad aver denunciato la sostanziale indifferenza tra le varie proposte offerte dai partiti socialisti. Da un lato, la congiuntura economica e la cosiddetta crisi migratoria hanno fornito ai partiti della destra radicale la perfetta combinazione di welfare nazionalistico e valori tradizionalisti (se non xenofobi). Dall’altro, in alcuni Paesi nuove forze a sinistra della socialdemocrazia hanno catalizzato il malcontento nei confronti di politiche economiche restrittive, proponendo una variante inclusiva e progressista di “populismo”: Podemos, Syriza, La France Insoumise, il Blocco di Sinistra (in Portogallo), il Labour di Jeremy Corbyn e partiti come i GroenLinks olandesi e il Partito dei Lavoratori del Belgio, hanno ottenuto risultati elettorali significativi contrapponendo al nazionalismo della destra proposte capaci di attrarre un elettorato eterogeneo. La corruzione, il rinnovamento delle istituzioni nazionali ed europee, l’ambientalismo e piattaforme anti-austerità non focalizzate solo sulla questione lavoro hanno fornito una spinta ancora maggiore rispetto alle mobilitazioni alter-globaliste dei primi anni 2000. Non è un destino, insomma, che nella crisi cresca solo la destra. Ma non può essere questo un alibi per la sinistra italiana.

In Italia, con la trasformazione del Pd in partito della Terza Via blairiana e i governi di coalizione con partiti di centrodestra, il “cartello” tra Pd e partiti liberali si è strutturato per un quinquennio. Il Movimento 5 Stelle è così diventato il principale partito europeo “anti-cartello”, facendo leva su temi (costi della politica, rinnovamento delle istituzioni e anti-corruzione), considerati poco rilevanti dalla sinistra. Quando questi temi sono divenuti centrali nelle campagne elettorali, il M5S è apparso l’unico attore credibile per interpretarli, diventando il punto di riferimento dell’elettorato delle regioni più povere. Sebbene le sinistre abbiano tentato di interpretare tali stimoli esterni, esse sono apparse, nella migliore delle ipotesi, copie sbiadite del loro passato.


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Proprio su questo punto - il rapporto tra “il popolo” e la politica, che sembra diventato il nodo centrale dei problemi della sinistra - si è svolta una ricerca realizzata da una rete di ricercatori e attivisti (“Il Cantiere delle Idee”). La ricerca parte da due osservazioni. Primo, la sinistra fa sempre più fatica a raggiungere il voto popolare, come hanno ancora una volta mostrato le ultime elezioni italiane. Secondo, da anni media e forze politiche insistono a evocare e interpretare “il popolo”, spesso nell’accezione di “ceti popolari” o classi deboli. Tutti sembrano sapere, o fanno mostra di sapere, quali sono le necessità, le domande inascoltate, le rappresentazioni e le convinzioni del “popolo”, eterna terra di conquista dei media, delle imprese e della politica, che al “popolo” devono vendere, ciascuno, il proprio prodotto. Nessuno, però, sembra voler ascoltare direttamente e in modo approfondito questo popolo, al di là dei sondaggi.

È ciò che si è proposto di fare il Cantiere con questa ricerca, basata su interviste fatte ad abitanti dei quartieri popolari di quattro città italiane: Milano, Firenze, Roma e Cosenza. Con gli intervistati si sono fatte conversazioni strutturate sulla loro condizione sociale e sul modo in cui se la rappresentano, sulle figure sociali a cui attribuiscono i problemi propri, del proprio quartiere, della città in cui vivono e dell’Italia, su ciò che pensano della politica esistente e di quella che vorrebbero, della destra e della sinistra, dello Stato e dell’economia.

Possiamo qui descrivere solo a grandi linee alcuni risultati della ricerca. Innanzitutto, la sinistra è considerata sostanzialmente inesistente. Alcuni intervistati faticavano perfino a capire la domanda: “chi rappresenta la sinistra in Italia?”. Non perché non avessero presente la distinzione tra destra e sinistra, ma perché non avevano idea di chi collocare nella casella sinistra. Anche tra chi si ritiene progressista, domina un’assenza di riferimenti ideali, di partito e di leadership.


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La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?

Come ci si poteva aspettare, i sentimenti e le parole che gli intervistati associano alla politica italiana sono quelli della sfiducia e dell’assenza di riconoscimento e di aspettative. Alla politica esistente ci si riferisce con termini che a volte si avvicinano al disgusto. Ai politici non viene mai attribuito uno status di autorevolezza o prestigio. In nessuna intervista è emersa un’adesione convinta a qualche forza politica. Si vota contro qualcosa o qualcuno e, soprattutto, senza avere aspettative (nemmeno tra chi vota M5S).

Eppure si vota. Tutti gli intervistati ritengono che la politica, le istituzioni, lo Stato e perfino i partiti, siano utili o debbano tornare a esserlo. Resiste una fiducia nella democrazia, nella rappresentanza e quindi anche nella partecipazione elettorale. Si spera che nascano nuovi partiti a cui si chiede di essere seri, coerenti, e capaci di proporre una visione d’insieme dello sviluppo sociale. Si ha bisogno di “griglie” per capire e muoversi nel presente, e si pensa che sia la politica a doverle offrire. Se la politica esistente è condannata, non lo è la politica in quanto tale. Anzi, la si rimpiange.

Soprattutto, emerge una richiesta di Stato. È lo Stato che è indicato sia come grande assente che come entità che potrebbe e dovrebbe risolvere i problemi da cui le persone sono colpite (tra i più segnalati: il lavoro, non solo perché non c’è, ma anche perché si lavora male e si guadagna poco; il reddito; le diseguaglianze; la casa; la sicurezza in tutte le sue accezioni, da quella che si pensa derivi dall’“emergenza immigrazione” a quella legata ai pericoli, molto sentiti, della microcriminalità, fino alla sicurezza sociale).

Lo Stato è invocato anche indirettamente, come “luogo” necessario di coordinamento e armonizzazione di una vita sociale percepita, quasi unanimemente, come uno stato di natura, una giungla in cui si lotta, tutti contro tutti, per la sopravvivenza. Allo Stato si chiede di ricostruire una vita civile, un rapporto di reciprocità e di cooperazione tra le persone e tra i cittadini e le istituzioni. Si chiede, in una parola, di “ridare forma” a una società sentita come informe e pericolosa, in cui non solo il potere e le élite, ma anche le persone da cui si è circondati nella vita quotidiana, appaiono spesso sfuggenti e senza volto. È la richiesta di un ritorno alla funzione antropologica fondamentale delle istituzioni: tenere insieme le persone e dare una prevedibilità alla vita sociale.
Dalla ricerca - che sarà presentata il 19 maggio a Firenze - emergono alcune prime indicazioni su come pensare una sinistra che sappia rendere popolari i propri valori. Ci piacerebbe che il lavoro iniziato dal “Cantiere delle Idee” possa essere uno stimolo per andare oltre.

martedì 1 maggio 2018

“I BITCOIN SONO UNA TRUFFA” – L'OPINIONE SENZA APPELLO DELL'ESPERTO DI FINANZA VIRTUALE BILL HARRIS, GIÀ AMMINISTRATORE DELEGATO DI PAYPAL: “SONO STANCO DI DIRE ‘STATE ATTENTI’”, I REGOLATORI DEVONO INIZIARE A PROTEGGERE GLI INVESTITORI NON INFORMATI, CHE SUBISCONO LA TRUFFA ''PUMP AND DUMP'', GONFIA E SCARICA – LE CRIPTOVALUTE SERVONO SOLO PER LE ATTIVITÀ CRIMINALI, ECCO PERCHÉ…”


1 MAG 2018 11:16

“I bitcoin sono una truffa”. È una frase che si sente spesso ripetere da un anno a questa parte, da quando cioè le criptovalute sono diventate croce e delizia della finanza globale. Da un lato investitori senza alcun tipo di esperienza che diventano milionari, dall’altra le istituzioni e le banche centrali che cercano di capire come poter frenare la speculazione. A febbraio era stato Augustin Carstens, direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali, a lanciare l’allarme: “Sono una combinazione tra una bolla, uno schema Ponzi e un disastro ambientale”. Oggi invece ad associare i bitcoin a una truffa è l’ex amministratore delegato di Paypal Bill Harris. Uno del settore, che di finanza virtuale se ne intende.

Sono stanco di dire “State attenti, è speculazione, state attenti, è un azzardo, una bolla. Quindi da ora in poi lo dirò: i bitcoin sono una truffa pura e semplice”, ha scritto Harris sul magazine online Recode.

“Si tratta – scrive Harris – della più colossale frode pump-and-dump della storia”. Un termine che in italiano si traduce “pompa e sgonfia”, e si applica facendo lievitare i prezzi di azioni a bassa capitalizzazione con l’obiettivo di vendere i titoli a un prezzo superiore. A perderci, secondo Harris, sono soprattutto i compratori poco informati, che vengono attirati da una spirale di avidità. Questa si trasforma in un trasferimento massiccio di ricchezza da famiglie “normali” ai promotori delle criptovalute, che nel frattempo sono diventate più di 1500 e “valgono” 300 miliardi di dollari.

Solo che, spiega Harris, il bitcoin e i suoi simili non hanno alcun valore. Chi le spaccia per investimenti vantaggiosi, e sostiene che abbiano un valore reale, adduce tre motivazioni: che siano un mezzo di pagamento, che possano essere utilizzate come riserva, e che abbiano un valore a se stante, come moneta.

Ma i bitcoin, sostiene l’esperto, non sono nessuna di queste tre cose: non sono accettati quasi da nessuna parte come pagamento, e anche quando lo sono, l'oscillazione in percentuali che possono superare anche il 10 per cento in un solo giorno, li rende inutili. La volatilità li rende indesiderabili anche come riserve: a questo va aggiunto il fatto che i “luoghi” dove avviene lo scambio di criptovaluta sono poco affidabili, rispetto alle banche o ai broker tradizionali. “Il bitcoin non ha un valore intrinseco, ma solo quello che viene dato loro da persone che credono che altre persone lo compreranno a un prezzo più alto (gli esperti la chiamano “greater fool theory”).


“In realtà c’è un utilizzo per cui il bitcoin è funzionale: l’attività criminale. Le transazioni sono anonime e le forze dell’ordine non possono tracciarle. La maggior parte degli utenti sono criminali”. Anche il mito delle transazioni istantanee e gratuite andrebbe rivisto. “Ci vuole un’ora per confermare una transazione e il sistema riesce a gestire solo 5 operazioni al secondo”.


Mastercard, ad esempio, nello stesso tempo ne fa 38 mila. Inoltre i Bitcoin è un assurdo spreco di risorse naturali. Per “minare” (così si chiama il processo di produzione delle criptovalute) un singolo bitcoin ci vuole la stessa energia che serve per alimentare per due anni una casa americana media. Il problema definitivo – conclude Harris – non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che “ci sono milioni di persone che incautamente stanno investendo i risparmi della loro vita in una truffa su larga scala. È il lavoro della Sec e dei regolatori di proteggerli”.

Perché la Festa del lavoro si festeggia il primo maggio



Ricorre oggi in molti paesi del mondo per una cosa successa nel 1886 a Chicago: in Italia si ricorda soprattutto la strage a Portella della Ginestra

La festa del lavoro, o dei lavoratori, viene celebrata ogni anno in Italia e in molte altre parti del mondo il primo maggio. La scelta di questo giorno deriva soprattutto da una cosa che successe alla fine dell’Ottocento, anche se – prima di allora – una festa del lavoro si era già festeggiata a settembre.

Da dove viene la festa del lavoro
Nel 1886, in questo periodo dell’anno, la polizia di Chicago sparò sui lavoratori che da giorni scioperavano per il mancato rispetto della legge che istituiva il tetto delle otto ore lavorative al giorno. Morirono due persone. Le proteste che seguirono quell’episodio furono a loro volta represse con la violenza dalla polizia, e culminarononella manifestazione di Haymarket, la piazza del mercato delle macchine agricole, durante la quale morirono altre persone – sia manifestanti che agenti – a causa di un attentato esplosivo. I responsabili dell’organizzazione della manifestazione del primo maggio furono arrestati e processati. Sette di loro furono condannati a morte, con prove molto traballanti o inesistenti, ma due condanne furono trasformate in ergastoli dal governatore dell’Illinois. Un condannato a morte si uccise in prigione il giorno prima dell’esecuzione. Altri quattro furono uccisi, e secondo le cronache dell’epoca cantarono la Marsigliese prima di morire. Nel 1890 la Seconda internazionale socialista decise di promuovere in tutto il mondo la festa dei lavoratori il primo maggio.

La festa del lavoro in Italia e la strage a Portella della Ginestra
Qui da noi la ricorrenza è tradizionalmente festeggiata anche con il “concertone” organizzato congiuntamente dai sindacati CGIL, CISL e UIL in piazza San Giovanni in Laterano a Roma: quella di quest’anno sarà la ventottesima edizione. In Italia, la festa del lavoro ricorre il primo maggio dal 1891; fu soppressa dal fascismo, e poi ripristinata nel 1945. Il primo maggio del 1947 duemila persone – soprattutto contadini – manifestarono contro il latifondismo a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Un attacco armato deciso dalla mafia, con la complicità di chi era interessato a reprimere i tentativi di rivolta dei contadini, portò alla morte di 11 persone e al ferimento di altre 27. Il bandito Salvatore Giuliano fu identificato come il capo degli autori della strage, ma nel tempo si succederanno diverse ipotesi su chi potesse averlo sostenuto e aiutato. Le persone uccise a Portella della Ginestra si chiamavano Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio, Castrense Intravaia, Giovanni Grifò, Vincenza La Fata. Tre di loro avevano meno di 13 anni.

mercoledì 25 aprile 2018

25 Aprile: ricordiamoci sempre dei liberatori


Onore ai Partigiani e ai Soldati delle nostre Forze Armate: socialisti, liberali, azionisti, cattolici, comunisti e tutti gli altri.


Oggi è doveroso festeggiare la Liberazione del nostro Paese dal giogo nazifascista e ricordare il sacrificio di quei tantissimi giovani che si sono immolati sull'altare della libertà: purtroppo solo per la nostra, loro hanno perso la vita.

Credo sia doveroso ricordare, tra gli altri, quei giovani americani che sono venuti in Europa per liberarci sospinti dal loro amore per la libertà e per aiutarci a liberarci dal giogo nazifascista. E' grazie a loro se i nostri padri hanno riconquistato la libertà di cui oggi noi tutti godiamo.

Ricordiamoci sempre che senza gli USA i nostri pur valorosi Partigiani non sarebbero riusciti a sconfiggere le armate tedesche e quegli italiani che si erano venduti al nemico.

E' bene ricordarci sempre di questo. Ciò non significa che si deve essere sempre d'accordo con gli USA, ma il dissenso su qualche scelta non deve trasformarsi in quell'odio che molti cosiddetti pacifisti spesso manifestano.

Ricordiamolo sempre: W LA LIBERTA', W L'ITALIA, W GLI USA





lunedì 23 aprile 2018

La sentenza di Palermo. C’era una volta il Diritto

La sentenza di Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia lascia perplessi

Piero Sansonetti su "ildubbio.news"

È una sentenza che lascia perplessi. Dico meglio: lascia un po’ sbigottiti. Per cinque ragioni.
La prima è che non ci sono prove contro gli imputati. Soprattutto contro gli imputati di maggiore valore mediatico: il generale Mori ( e i suoi collaboratori) e l’ex senatore Dell’Utri. Non ci sono neanche indizi. La tesi dell’accusa si fonda tutta o su alcune testimonianze giudicate false da questo e da altri tribunali, o sulla parola di qualche mafioso, o su ricostruzioni dei pubblici ministeri molto interessanti ma costruite esclusivamente su ipotesi o sulla letteratura.
La seconda è che prima che si concludesse questo processo se ne erano svolti altri, paralleli e sulle stesse ipotesi di reato, e si erano conclusi tutti, logicamente, con le assoluzioni degli imputati ( tra i quali lo stesso Mori e l’on. Mannino). Questa sentenza, nella sostanza, ci dice che sì, probabilmente non ci fu il reato, ma ci sono i colpevoli.
La terza ragione dello stupore è il reato per il quale sono stati condannati gli imputati eccellenti.
Il reato si chiama così: «Attentato e minaccia a corpo politico dello Stato». Gli esperti e i professori dicono che nella storia d’Italia questo reato è stato contestato una sola volta. Nessuno però ricorda bene quando. Ma comunque quella volta non fu per minacce nei confronti del governo – ed è di questo che sono accusati Mori e Dell’Utri – perché esiste nel codice un reato specifico, scritto nell’art 289 del codice penale, che prevede appunto l’attentato contro un organismo costituzionale ( cioè il governo).
La quarta ragione non è di diritto ma è di buon senso. E sta nella assoluzione ( seppure per prescrizione) del capo della mafia ( Giovanni Brusca, uno dei boss più feroci del dopoguerra) che sarebbe l’autore della minaccia, contrapposta alla condanna del generale Mo- ri che è forse il militare che ha catturato più mafiosi dai giorni dell’Unità d’Italia ad oggi e che dalla mafia è stato sempre considerato nemico acerrimo La quinta ragione del nostro sincero sbigottimento sta nello scenario kafkiano che viene disegnato da questa sentenza. Lasciamo stare per un momento il dettaglio dell’assenza di prove. Cerchiamo di capire cosa l’accusa e la giuria ritengono che sia successo nel 1993- 94. Sarebbe successo questo: la mafia, guidata da Riina avrebbe minacciato lo Stato, prima e dopo le uccisioni di Falcone, Borsellino e delle loro scorte. Avrebbero chiesto l’allentamento del rigore carcerario con un ricatto: «Altrimenti seminiamo l’Italia di stragi». In una prima fase questa minaccia sarebbe stata mediata sempre da Dell’Utri e Mori, evidentemente con Ciampi e Scalfaro. Questa però è solo la tesi dell’accusa, perché la giuria non ci ha creduto, gli è parsa davvero troppo inverosimile. Poi succede che Mori – evidentemente mentre trattava con lui – arresta Riina assestando alla mafia il colpo più pesante dal dopoguerra. In una seconda fase, dopo gli attentati del ‘ 93 ( uno dei quali contro un giornalista Mediaset molto legato a Berlusconi, e cioè Maurizio Costanzo) la minaccia sarebbe stata portata a Berlusconi, che nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio, attraverso Marcello Dell’Utri e forse attraverso lo stesso Mori, evidentemente colpito da un fenomeno grave di schizofrenia. Nessuna delle richieste dei mafiosi, però, fu accolta. E questo, in teoria, dimostrerebbe un comportamento rigorosissimo di Berlusconi: uomo davvero incorruttibile. E infatti la sentenza condanna gli imputati a risarcire con 10 milioni la presidenza del Consiglio, cioè Berlusconi. Le richieste mafiose che Dell’Utri, e forse Mori, avrebbero portato a Berlusconi ( e forse a Mancino, ministro dell’Interno, che però ha negato, è stato imputato per falso e poi assolto) erano contenute in un “papello” consegnato dall’ex sindaco Ciancimino, così sostiene il figlio dell’ex sindaco che però è stato a sua volta condannato per calunnia ( e dunque il papello è falso).
Ma una persona che legge queste cose qui e ha un po’ di sale in zucca, che deve pensare?
Beh, probabilmente gli viene in mente un’idea molto semplice: che quello di Palermo sia stato semplicemente un processo politico. E qualche conferma a questo sospetto viene da un paio di elementi. Il primo è che il Pubblico ministero che ha condotto l’accusa fino all’ultimo minuto, si è candidato a fare il ministro coi 5 Stelle, ha partecipato a diversi convegni politici dei 5 Stelle, ha presentato a nome dei 5 Stelle un programma per riformare la giustizia, e, appena emessa la sentenza, ha rilasciato dichiarazioni feroci contro Berlusconi, che oltretutto è parte lesa e non imputato. Possiamo tranquillamente dire che il Pubblico ministero era un uomo politico. Il suo predecessore, quello che avviò il processo ( si chiama Antonio Ingroia) ha partecipato recentemente alle elezioni in qualità di candidato premier con una lista di sinistra.
Anche questa circostanza ( almeno in forma così esplicita) è senza precedenti, credo, in tutti i paesi dell’Occidente.
Il secondo elemento sta in tutto quello che ha preceduto il processo. E cioè il processo mediatico, che difficilmente non ha condizionato fortemente la giuria di Palermo.
Ho sentito molti commentatori dire che comunque ci sarà un processo di appello, che potrà correggere gli errori del primo grado. Vero. Per fortuna l’impianto della nostra giustizia è solido. Però è difficile digerire l’arroganza del processo di Palermo, e la sua superficialità, e l’ingiustizia palese di alcune condanne, come quella contro il generale Mori. Ed è difficile non considerare il fatto che l’ex senatore Dell’Utri, che sta in cella in condizioni di salute gravissime, difficilmente, dopo questa nuova stangata, potrà sperare di ottenere cure adeguate e di rivedere il cielo senza sbarre.
No, non è stata una bella giornata.


venerdì 13 aprile 2018

LA VERSIONE DI MUGHINI - “25 ANNI FA LA SQUALLIDA AGGRESSIONE A CRAXI DAVANTI ALL’HOTEL RAPHAËL. RESTO DI STUCCO QUANDO LEGGO NELL’ARTICOLO DI MASSIMO GIANNINI SUL "VENERDÌ DI 'REPUBBLICA' CHE LUI ERA UNO DEI “TANTI” LANCIATORI DI MONETINE - UNA VENDETTA DI UNO DEI MAGGIORI “POTERI FORTI” ITALIANI, IL GRUPPO DE BENEDETTI, AI DANNI DI UN LEADER CHE NON SI ERA PIEGATO ALL’ONNIPOTENZA DELL’ITALOCOMUNISMO"

Giampiero Mughini per Dagospia

GIAMPIERO MUGHINI
GIAMPIERO MUGHINI



Caro Dago, stamane sono andato di  corsa a leggere il bel servizio d’apertura che il settimanale “il Venerdì di Repubblica” ha dedicato – con articoli di Massimo Giannini e Filippo Ceccarelli - al venticinquesimo anniversario di un episodio che è rimasto cruciale nella memoria di noi “figli” della Prima Repubblica: ossia la squallida aggressione a forza di insulti e di lanci di monetine contro un Bettino Craxi che stava uscendo dall’Hotel Raphaël per andare a registrare una trasmissione televisiva di Giuliano Ferrara.


Per quelli che non erano ancora nati ricordo come andarono effettivamente le cose. 
Nell’adiacente piazza Navona era appena finito un comizio di cui erano stati protagonisti il leader ex-comunista Achille Occhetto e un Francesco Rutelli in quel momento interamente votato alla causa anticraxiana. (Francesco è mio amico. In quell’occasione sbagliò, e capisco la furia nei suoi confronti di Stefania Craxi.)

Nel rifluire da quel comizio, molti dei partecipanti si radunarono di fronte all’albergo dove Bettino Craxi alloggiava cinque giorni alla settimana. Quale mirabile occasione per dire il fatto suo al “cinghialone” socialista, a colui che appariva come il concentrato semidiabolico di tutti i mali della partitocrazia, ossia dell’usanza da cui era alimentato il pluripartitismo della Prima Repubblica - il periodo di gran lunga migliore della nostra storia repubblicana -, il fatto che tutti i partiti pagassero gli affitti delle loro federazioni, le spese dei loro giornali, gli stipendi dei loro funzionari, i costi dei loro congressi e delle riunioni dei loro comitati centrali mediante un “equo” prelievo sulla vita economica del Paese.

Senza quel prelievo avrebbe stentato non poco il miglior partito della nostro storia democratica, la Democrazia cristiana. Senza il prelievo che gli veniva dall’ottenere il ministero della Sanità, il Partito liberale non sarebbe durato un solo giorno. Senza quel prelievo il Psi non avrebbe potuto mettere in piedi una macchina partitica tale da fronteggiare lo strapotere organizzativo di un Pci alimentato dai dollari di Mosca, dalla complicità delle Cooperative e dalla morale bolscevica dei suoi deputati e senatori, i quali - a differenza del leader di Liberi e Eguali Pietro Grasso- la pagavano eccome la quota del loro stipendio da destinare al Partito con la P maiuscola.

Tale era questa usanza che un paio d’anni prima dello scoppio di Tangentopoli, il Parlamento all’unanimità di tutti i partiti e di tutti i parlamentari aveva deciso di amnistiare il reato di “appropriazione illecita” da parte dei partiti. Fino al 1989 quel reato era stato cancellato, come non fosse mai esistito.

Altro che il “cinghialone” contro il quale si avventarono in uno spiazzo romano gente che gli lanciava e gli gridava di tutto, gente che gli voleva far pagare il fatto che lui avesse interamente ragione nella contesa con il Pci berlingueriano: aveva avuto ragione quando aveva appoggiato gli americani che puntavano missili contro i missili dispiegati dai russi, quando aveva affrontato a testa alta il Pci e i sindacati nel togliere quattro miserabili punti di contingenza a un meccanismo di rivalutazione degli stipendi che solo creava inflazione e umiliava il merito, quando aveva detto che il nostro Paese abbisognava di una Grande Riforma istituzionale che rendesse più veloce e immediata la Decisione Politica, quando aveva affidato al mio indimenticabile amico Carlo Ripa di Meana la memorabile Biennale del Dissenso del 1977, quella che i comunisti italiani ancora notevolmente filosovietici vedevano peggio che se si fosse trattato di un’epidemia di lebbra.

Ecco qual era la posta in gioco e simbolica e culturale e psicologica degli immondi schiamazzi innanzi al Raphaël. Una vendetta politico/sentimentale, una resa dei conti ai danni di un leader che non si era piegato all’onnipotenza dell’italocomunismo.

Che tra i lanciatori di monetine ci fosse poi qualche persona per bene e qualche studente fuori corso che chiudeva a fatica i suoi fine mese a Roma, questo è sicuro. Ma non erano loro i direttori d’orchestra di quell’episodio. Il grande direttore d’orchestra era il Risentimento Politico.

Ecco perché resto di stucco quando leggo nell’articolo di Massimo Giannini che lui era uno dei “tanti” che sarebbero andati volentieri a lanciare monetine pur di rompere la “cappa asfissiante” dell’alleanza Craxi-Andreotti-Forlani. Conosco Giannini come un intelligente giornalista molto addentro alle cose e agli uomini della politica e dell’economia italiane, come uno dei valorosi alfieri di uno dei maggiori “Poteri Forti” italiani, il gruppo editoriale Espresso-Repubblica con tutti i suoi formidabili addentellati e diramazioni nelle televisioni e nei salotti che contano. Non ce lo vedo proprio nel ruolo del “descamisado” che lancia monetine e insulti i più rauchi a Bettino Craxi. Non ce lo vedo proprio in una postura così sgraziata e inelegante e talmente vile.











giovedì 12 aprile 2018

DAGO SALVA-VITA - IL DOTTOR MASSIMO FINZI SPIEGA LA LEGGE SUL BIOTESTAMENTO: “I PUNTI SALIENTI DELLA LEGGE SONO L’ARTICOLO 2, CHE RIGUARDA LA SEDAZIONE CONTINUA E PROFONDA, CONCORDATA CON IL PAZIENTE “CON PROGNOSI INFAUSTA A BREVE TERMINE O IN IMMINENZA DELLA MORTE”, E L’ARTICOLO 5 CHE RIGUARDA LA PIANIFICAZIONE DELLE CURE”

Massimo Finzi per Dagospia


Oggi la scienza, soprattutto nel campo della rianimazione, ha registrato progressi tali da consentire a taluni pazienti di continuare a vivere a lungo anche se in stato vegetativo.

In questi casi l’interruzione dei mezzi artificiali di sopravvivenza va considerata eutanasia o azione volta a contrastare l’accanimento terapeutico? Si uccide una persona o si rimuovono gli ostacoli ad una evoluzione  fatale ma naturale? Il confine è molto sottile e va valutato caso per caso.

Lo scioglimento delle camere avvenuto a dicembre 2017 ha probabilmente distolto l’attenzione  e non ha permesso di comprendere a fondo il significato dell’approvazione della legge sul “fine vita”.

Il testo, recentemente approvato,  riassume e codifica principi che in realtà già esistevano nel nostro ordinamento come l’autodeterminazione (già prevista dall’art.32 della Costituzione) e il consenso informato ma li delinea meglio nel senso che dal rapporto medico-paziente scaturisce la consapevolezza  piena della patologia e dei mezzi idonei a contrastarla.

BIOTESTAMENTO

Il consenso informato rappresenta così il momento di incontro tra “l’autonomia decisionale del paziente  e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico”

A questo punto il paziente  ha tutti i riferimenti per decidere di accettare in toto, in parte o rifiutare le cure compresa l’alimentazione artificiale e l’idratazione. In ogni caso al malato, anche se ha espresso il suo rifiuto alle cure , va garantito il controllo del dolore e della sofferenza.

Ma quali sono i punti salienti della legge? L’articolo 2 riguarda la sedazione continua e profonda, concordata con il paziente “con prognosi infausta a breve termine o in imminenza della morte”: all’individuo,che ne abbia fatto richiesta e si trovi in tale condizione, vengono così risparmiate le sofferenze e le angosce che possono accompagnare tali momenti.

BIOTESTAMENTO 4

L’articolo 5 riguarda la pianificazione delle cure: in presenza di una malattia a prognosi infausta o invalidante o cronica il paziente può accettare o meno di sottoporsi a determinati trattamenti. Tali disposizioni verranno registrate nella cartella clinica e per la sorveglianza della loro applicazione può essere nominato un fiduciario.

Ma la nota qualificante è rappresentata dal DAT ( Disposizioni Anticipate di Trattamento) che rappresenta un vero e proprio biotestamento. Si tratta di un documento che ogni persona maggiorenne può compilare e che contiene le proprie decisioni in merito ai trattamenti che vorrebbe accettare o rifiutare nel caso si trovasse nelle condizioni di incapacità di esprimere la propria volontà.

BIOTESTAMENTO 3

 Le DAT possono essere modificate dal soggetto in qualsiasi momento e prevedono la nomina di un fiduciario cioè di una persona, anch’essa maggiorenne, che vigilerà sull’applicazione della volontà del paziente ma al tempo stesso dialogherà con il medico curante il quale potrebbe proporre una cura magari non prevista al momento della redazione del DAT.

 In caso di disaccordo tra fiduciario e medico sarà il giudice ad esprimersi nello spirito delle disposizioni lasciate dal paziente.

La legge prevede tre modi per la redazione del biotestamento: l’atto pubblico, la scrittura privata autenticata e la scrittura privata semplice.

BIOTESTAMENTO 2

Nei primi due casi è necessario ricorrere al notaio mentre nella terza modalità è sufficiente depositare il modulo all’ufficio del proprio comune di residenza ( di solito l’ufficio di stato civile).  Ovviamente la legge prevede che prima della compilazione il soggetto abbia acquisito presso un medico tutte le dovute e idonee informazioni.

lunedì 9 aprile 2018

Fara, presidente Eurispes: «Italia patria della corruzione? Una menzogna, vi spiego perché»

8 Apr 2018 08:01 CEST

Intervista al sociologo che ha fondato e guida uno dei maggiori istituti di ricerca del Paese: «Compiamo sforzi enormi nella lotta al malaffare: ma paradossalmente questa lotta, con la sua intensità, sovraespone il fenomeno. E poiché i rating internazionali riflettono la percezione dei cittadini, finiamo ultimi in classifica…»

«È tutto rovesciato, paradossale. Noi italiani lottiamo contro la corruzione, la contrastiamo con eccellenti metodi d’indagine, apparati di polizia e giudiziari così articolati e numerosi da metterli persino in concorrenza. Non solo, perché abbiamo anche un sistema dell’informazione libero, davvero libero, che non ha alcun ostacolo, per fortuna, nel segnalare ogni singolo episodio di malaffare. E sa cosa succede?». Cosa, professore? «Che finiamo in fondo alle classifiche internazionali. Che paghiamo l’eccellenza in fatto di repressione e trasparenza con un effetto del tutto particolare: la sovraesposizione del fenomeno convince i cittadini che l’Italia è il più corrotto dei Paesi. E questo a sua volta fa in modo che l’Italia compaia ai primi posti dei ranking sulla corruzione, perché le graduatorie in questione sono costruite su indicatori soggettivi, come la percezione appunto».

Gian Maria Fara, fondatore e presidente dell’Eurispes, è un signore gentile e ha un’arma formidabile: la disarmante franchezza. Dev’essere per questo che i professionisti del giustizialismo non l’hanno ancora lapidato (come nemico del popolo, avrebbe detto il magnifico Paolo Villaggio). Lui invece dice quello che pensa, cose incredibili visti i tempi, con una tale serenità che l’interlocutore, se malintenzionato, si paralizza. E appunto, non gli manda i gendarmi con i pennacchi e con le armi, per citare un altro genovese qualsiasi, Fabrizio De Andrè.

Insomma, Fara è intervenuto al convegno di incredibile spessore organizzato due giorni fa a Tivoli, dalla Procura e dall’Ordine dei commercialisti della città laziale. Si è parlato di “Codice antimafia e corruzione”. E lo studioso che guida uno dei maggiori enti di studi sociali del Paese ne ha approfittato per ribaltare un dogma: «Non credo proprio che l’Italia sia tra i Paesi più corrotti del mondo. Secondo le agenzie internazionali da noi il malaffare produrrebbe un giro da 80 miliardi l’anno: non sta né in cielo né in terra».

Ci spieghi, professore.

È semplicissimo. Le agenzie internazionali si affidano a indicatori soggettivi. Del tipo: si intervista un campione e si chiede: ‘ Lei ritiene che nel suo Paese la corruzione sia particolarmente diffusa? ’. In Italia la risposta è ‘ sì’ nella stragrande maggioranza di casi. Quando poi si va a chiedere alle stesse persone se si sono personalmente imbattute in casi di corruzione, se l’hanno vista con gli occhi per così dire, la risposta affermativa arriva in 3 casi su 100. Ma questo secondo elemento, chissà perché, nel paniere delle classifiche pesa molto meno.

Chiarissimo. E perché gli italiani danno risposte così definitive?

Le rispondo a partire da un altro esempio. Nel nostro ultimo Rapporto sul sistema Paese, il trentesimo, abbiamo interpellato i cittadini sull’immigrazione: la gran parte degli italiani è convinta che gli stranieri rappresentino ormai il 30 per cento della popolazione. Purtroppo l’immaginario collettivo si nutre di paure, di allarmi, di fake news. Avviene anche con la percezione dell’insicurezza, che si diffonde nonostante le statistiche sui reati siano in calo. Ma lei mi chiede come siamo arrivati ad alterare la percezione dei fenomeni fino a questo punto.

Infatti: come?

Ecco, la dinamica è singolare: più combatti un fenomeno e più lo rendi percepibile, lo sovraesponi, e poiché gli indici internazionali si basano proprio sulla percezione, l’Italia passa per un Paese corrotto nonostante combatta più di altri la corruzione, nonostante riesca probabilmente a ridurne l’effettiva incidenza rispetto ad altri grandi Paesi. Abbiamo organizzazione dal punto di vista delle strutture investigative e inquirenti, particolare severità nelle misure, abbiamo l’Anac: tutto questo diventa un danno. Avviene anche con la mafia: certo che da noi la criminalità organizzata si è manifestata in forme straordinariamente aggressive e penetranti, ma è anche vero che abbiamo messo in campo strategie di contrasto rimaste finora ineguagliate. La corruzione, o la mafia, appaiono perché le combatti.

È un paradosso da farsi venire le vertigini.

Scusi, ma lei crede davvero che a qualche giudice francese sia mai venuto in mente di incriminare un grande operatore economico del suo Paese per aver corrotto il governo della Nigeria? Nel nostro caso avviene eccome, lì neanche ci pensano: così noi finiamo per essere i corruttori, francesi e inglesi diventano dispensatori di virtù. Eppure non è che non paghino tangenti per avere grandi appalti da Paesi stranieri: ne pagano pure di più forti, è una pratica ancora più consolidata, ma nessuno ne parla, quindi non esiste.

Lei pretende di confutare un teorema, come osa?

Vogliamo parlare dell’agroalimentare? Noi dispieghiamo, nell’ordine: Nas dei carabinieri, Guardia di finanza, Istituto prevenzione frodi, le Asl, le Direzioni distrettuali antimafia. Un lavoro incessante, diffuso, per prevenire le sofisticazioni. Ne ricaviamo l’immagine negativa di un Paese in cui si adultera di continuo. In Germania non lo si fa mai, a quanto pare: ma non è così. È che lì non esistono forme di controllo paragonabili alle nostre. Vogliamo restare in Germania?

E perché no.

Si sono accorti della ’ ndrangheta con la strage di Duisburg. Fino a quel momento non esisteva. Ci fu un caso di clamoroso riciclaggio, un operatore che arrivò ad acquistare qualcosa come 800 immobili solo con pagamenti in contanti. Evidentemente erano felici e contenti che qualcuno investisse tanto, da noi al terzo appartamento ti inceneriscono. Sono solo esempi, è per dare l’idea dell’atteggiamento prevalente.

Quindi lei, da sociologo, ritiene infondato che gli italiani siano naturalmente inclini alla corruzione.

La corruzione è sempre esistita in qualsiasi Paese. Gli italiani hanno in più, forse, una spiccata capacità di autocritica e un pizzico di masochismo.

Ma lei si rende conto di abbattere un dogma, di sfidare una verità incontestabile, vero?

Detto francamente, me ne infischio. Sono un laico, per me i dogmi non esistono: ci sono solo informazioni vere e informazioni false. Sarkozy è accusato di essersi lasciato corrompere lui, da un governo straniero. Giscard d’Estaing era omaggiato da Bokassa in diamanti, e sono solo i primi casi che vengono in mente. Non capisco perché noi italiani dobbiamo sempre sentirci peggiori. Ripeto, anziché essere giudicati positivamente per gli sforzi compiuti nelle azioni di contrasto, paghiamo il fatto che tali sforzi alimentano una percezione alterata nella nostra opinione pubblica.

La corruzione sopravvalutata produce anche la delegittimazione della politica, punto di caduta di tutto il malaffare: con la conseguenza, fatale, che i cittadini si trovano di fatto privi dell’unico strumento di rappresentanza a loro disposizione.

Ho sempre pensato che il dramma di questo Paese sia in una doppia articolazione della morale. Il che determina, tra l’altro, che gli italiani si sentono migliori della classe politica che li rappresenta. È un errore di fondo che compiamo di continuo. Dai rapporti col fisco, perché a evadere sono sempre gli altri ma poi anche chi è lavoratore dipendente e si vede trattenute le imposte fino all’ultimo centesimo esce d’ufficio e va a fare il secondo lavoro in nero, tale errore, dicevo, si verifica ovunque, dal fisco alle relazioni personali. La stessa cosa è peccato se fatta dagli altri, così e così se la facciamo noi. Quando realizzammo il nostro quarto rapporto sulla pornografia, un esponente del mondo ecclesiale ci disse: per chi viene a confessarsi la pornografia è sempre quella che maneggiano gli altri, di sé si dice sempre ‘ io non pratico pornografia ma erotismo’.

Fantastico. Ma ancora sulla politica, eccedere nel rappresentarla come indegna non finisce per tenere lontane dall’impegno pubblico proprio le persone che potrebbero offrire il contributo migliore?

È così. Ma a sua volta la crisi della politica rischia anche di diventare il capro espiatorio della crisi generale della classe dirigente.

Come si spiega la crisi generale?

Nel presentare il Rapporto Italia di quest’anno l’Eurispes ha come sempre messo a fuoco il sistema- Paese, ma mai come stavolta ha segnalato la rottura fra i due termini del binomio: il sistema da una parte appunto e il Paese dall’altra. Due separati in casa che non s’intendono più.

C’è stato un momento in cui il discorso sulla corruzione è partito per la tangente? Nella seconda metà degli anni Duemila, in particolare, tutti le campagne contro la cosiddetta casta e sul presunto costo della corruzione non hanno anche determinato una svolta nelle dinamiche del consenso, tanto da favorire per esempio la nascita del Movimento di Grillo?

A questa dinamica del consenso assistiamo tuttora e mi pare che la percezione alterata sul malaffare abbia deciso in gran parte anche le scelte più recenti degli elettori. Non si può stabilire con esattezza quanto, ma di sicuro in una misura importante.